RASSEGNA STAMPA

26 GIUGNO 1998
GIOVANNI MARIA PACE
Vedi Mondrian e i neuroni sparano nei circuiti cerebrali
La funzione cognitiva dell'arte per il neurobiologo Semir Zeki
"Quando da studente vidi per la prima volta la Pietà di Michelangelo, fui preso da una emozione indescrivibile, letteralmente". Semir Zeki, professore di neurobiologia all'University College di Londra, solo ora ha capito perché davanti al famoso capolavoro non trovò parole. Anni di studi sui rapporti tra arte e cervello glielo hanno rivelato. Adesso, quando contempla le geometrie cromatiche di un quadro di Mondrian, è come sentisse i neuroni "sparare" nei circuiti cerebrali (ogni colore, una vibrazione diversa). Così pure, se ammira una pittura di Degas o di Picasso, pensa (con un'altra parte del cervello, presumiamo) alle miriadi di sinapsi che si collegano in quel momento: un gioco pirandelliano tra emisferi o, se si vuole, un approccio riduttivo all'ineffabile percezione del bello che non mancherà di suscitare raccapriccio nei critici d'arte. Ma il neurologo non si scompone e spiega al pubblico delle Lezioni Italiane (organizzate dalla Fondazione Sigma-Tau con Laterza editori, alcuni giorni fa a Milano) come l'afasia da emozione artistica, altrimenti detta "sindrome di Stendhal", sia un fatto perfettamente normale perché il tramite della percezione estetica, la vista, è il più sviluppato dei sensi, ha alle spalle milioni di anni di evoluzione (in senso darwiniano) e quindi una "potenza", una capacità di veicolare informazione molto più grande della parola, facoltà comparsa abbastanza tardi nella storia naturale dell'uomo.
Incurante del "corpus" di teorie che negano all'arte un qualsiasi scopo, il professor Zeki gliene assegna uno e precisamente quello di aumentare la nostra conoscenza del mondo: "Un'opera d'arte è grande quando ci dà tanta conoscenza. Prendiamo un ritratto eseguito da un ritrattista di qualità, per esempio da un Tiziano: il volto non è solo l'immagine del personaggio ma la rappresentazione di un carattere universale, di una quintessenza spirituale in cui un po' tutti, noi uomini, ci riconosciamo". E ancora: "Il famoso quadro di Vermeer con l'uomo e la donna al piano evoca molte situazioni, tutte plausibili: lei potrebbe suonare il piano per lui, lui potrebbe essere l'insegnante o il fratello o l'amante di lei. Nel dipinto c'è una intrinseca ambiguità, che ne dilata il contenuto informativo".
La funzione dell'arte - sostiene il neurobiologo - è dunque fornire all'osservatore la conoscenza degli aspetti permanenti della realtà, una funzione analoga a quella del sistema cerebrale visivo. E "l'arte per l'arte" - insistiamo - dove va a finire? "Resta una esercitazione filosofica", risponde il neurobiologo. "Prendiamo il cubismo. Il cubismo vuole rappresentare gli oggetti come sono e non come li vediamo. La visione prospettica tipica dell'arte narrativa non ti dà vera conoscenza dell'oggetto e perciò l'autore cubista cerca di rappresentarne i diversi lati. Anche Matisse affermava che, della mutevole realtà, l'artista sa cogliere i punti essenziali, quelli che danno del mondo più duratura interpretazione".
Chi si dedica alle arti visive conosce il travaglio del rappresentare le cose, da un lato, e, dall'altro, quanto si impari dalla loro rappresentazione. "Credo che a questo tipo di processo risalga l'inizio dell'esperienza artistica dell'Uomo, ovvero che la conoscenza della realtà sia stata una funzione importante, anche se non unica, dell'arte ancestrale". E oggi? "La funzione dell'arte, ieri come oggi, mi pare sia estendere la capacità del sistema visivo cerebrale, in particolare della corteccia visiva a cui è affidata gran parte della nostra conoscenza del mondo". Dunque l'arte, primitiva e non, sarebbe nient'altro che un tentativo di capire meglio la realtà, di estendere la capacità del cervello. Una spiegazione di disarmante semplicità, quella di Zeki, che qui riportiamo non fosse altro che per una ragione: nessun antropologo è mai riuscito, per quanto ne sappiamo, a spiegare in modo convincente il perché un giorno un antenato cominciò a istoriare le pareti della caverna, e perché lo fece con tanta efficacia.
inizio pagina
vedi anche
Scienze Cognitive