RASSEGNA STAMPA

20 GIUGNO 1998
EMANUELE SEVERINO
Sulla morale della Chiesa
Diritto all'aborto e bene dell'umanità
Tre milioni e mezzo di bimbi a cui in vent'anni la legislazione italiana sull'aborto ha impedito di nascere. Il Papa ha denunciato un fatto drammatico. Tre milioni e mezzo di donne che in questi vent'anni hanno dovuto compiere una delle scelte più difficili. Un fatto altrettanto drammatico. Gran parte di loro, senza l'assistenza ospedaliera prevista dalla legge, avrebbe avuto una salute compromessa o sarebbe andata incontro alla morte. Chi salvare? La «morale» è in contrasto con se stessa

Quando si parla di aborto non sempre si ricorda che alla base della morale della Chiesa sta il principio del «bene comune» della società. Esso deve prevalere sui «vantaggi» individuali anche quando il «vantaggio» è la vita stessa dell'individuo. Per esempio, la pena di morte è tuttora accettata in linea di principio dalla Chiesa quando è il bene comune della società a richiederne l'applicazione. Meglio la morte di uno o più individui, piuttosto che sia minacciata la vita della società intera

La pena di morte rimane però un omicidio anche quando è approvata dalla Chiesa. Rimane una violazione di quell'«inviolabile diritto alla vita» che per la Chiesa compete a ogni individuo. Il diritto alla vita da parte della società si trova pertanto in contraddizione col diritto alla vita che spetta anche a chi minaccia gravemente la società. Che ognuno abbia diritto alla vita appartiene per la Chiesa al «bene comune» della società. Ma che a qualcuno, in certe circostanze, la società tolga la vita, appartiene daccapo per la Chiesa, al «bene comune»

Lo stesso contrasto tra diritti diversi è presente nell'accettazione da parte della Chiesa della «guerra giusta». Da un lato il «bene comune» esige il sacrificio di vite umane, cioè la violazione del diritto alla vita di un gran numero di individui; dall'altro lato il «bene comune» della società esige, come si è detto, che nessuna vita sia sacrificata. Anche qui, il «bene comune» è in contraddizione con se stesso. La scelta non è dunque dovuta a un criterio incontrovertibile. È una volontà politica, congiunturale, dettata dalla situazione storica specifica in cui la Chiesa si trova. Ma l'esistenza di una volontà siffatta non significa che la contraddizione a cui ho accennato sia venuta meno

La stessa aporia si ripresenta con l'aborto. Deve essere proibito dalle leggi dello Stato, sostiene la Chiesa, perché il «bene comune» esige il rispetto della vita di ognuno, dunque anche dell'essere umano in formazione. Ma non è «buona» nemmeno una società antiabortista dove, in vent'anni, tre milioni e mezzo di donne (soprattutto quelle meno agiate) si trovano a dover rischiare la loro salute, o addirittura la loro vita, affrontando l'aborto clandestino o portando a termine gravidanze pericolose o indesiderate. Certo, in quest'ultimo discorso la Chiesa non riconosce più se stessa, ma se il «bene comune» esige che ogni individuo abbia diritto alla vita, in certi casi l'aborto può configurarsi come legittima difesa della donna contro una vita estranea e non voluta che le piomba addosso e le si vuole abbarbicare e unire per sempre e soffocarla in modo tanto più tragico quanto più innocente è la vita che chiede di venire alla luce. Il concetto stesso di «bene comune» è antinomico. E alla fine non si dovrà dire che antinomico è il concetto stesso di «bene» tout-court?

Ma se la Chiesa - mascherando le antinomie qui sopra indicate - accetta in linea di principio la morte in una guerra giusta e la pena di morte, essa viene a riconoscere che il diritto alla vita non è «inviolabile» e può essere quindi subordinato ad altri valori, considerati come l'autentico «bene comune». La Chiesa si trova quindi impegnata a mostrare ciò che finora non ha ancora mostrato: per quale motivo l'aborto non possa essere assimilato, in linea di principio, alla morte in guerra o alla pena di morte: per quale motivo il diritto alla vita da parte del nascituro non possa essere subordinato ad altri valori, come è lecito che avvenga, secondo la Chiesa, quando si muore in guerra o condannati dalla società

L'aborto appartiene (indegnamente) alla categoria del controllo demografico, dove sono in gioco le sorti dell'umanità. Esse esigono che a interi popoli di candidati all'esistenza sia impedito di nascere. Quale «bene comune» è più comune della sopravvivenza dell'umanità? Non dovrà la Chiesa ripensare, in vista di questo supremo «bene comune», la sua avversione per ogni forma non «naturale» di limitazione delle nascite (fermo restando che l'aborto è quella peggiore)? Non dovrà riconoscere che come la vita degli uomini può essere sacrificata al bene superiore delle singole società, così e a maggior ragione può essere sacrificata al bene supremo dell'umanità?
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