Se la validità di una rivoluzione si misura sulla capacità, di porsi sempre nuovi traguardi, allora lo stato dì salute di quel vasto sommovimento che ha dato vita alla scienza cognitiva è senza dubbio ottimo. Dopo aver messo capo a varie teorie della mente, prodotto una serie di modelli in competizione dell'architettura cognitiva dei soggetti umani, mostrato la sua compatibilità con lo studio del pensiero animale, la nuova frontiera sembra essere quella del mondo sociale. In che modo dobbiamo concepire l'azione sociale sullo sfondo delle conoscenze messe a disposizione dal nuovo paradigma psicologico? E' possibile giungere a una differente comprensione dell'economia, della dinamica delle istituzioni, del mondo della cultura a partire da un "cognitivismo metodologico" che spieghi l'azione sociale grazie al riferimento ai processi mentali degli agenti? E affrontare in questa chiave il conflitto tra chi vede l'azione sociale come il prodotto delle microinterazioni individuali e chi invece punta su leggi e principi non riducibili a esse? La discussione di queste tematiche ha tenuto banco nel corso dell'importante Workshop tenuto a Torino presso la Fondazione Rosselli l'l1, 12 e 13 giugno sul tema «Cognitive T'heory of Social Action». Il convegno, coordinato da Riccardo Viale, si inserisce in un più vasto progetto di ricerca europeo, su ragionamento e decisione e ha visto la partecipazione di un gran numero di studiosi, italiani e stranieri, tra cui Tim Crane (Londra), Martin Davies (Oxford), Perre Demeleunaere (Parigi), Reanaud Fillieule (Lille I), David Owens (Sheffield), William Newton-Smith (Oxord), Raimo Toumela (Helsinki), Bruno Bara (Torino), Cristiano Castelfranchi (Roma), Diego Marconi (Vercelli), Domenico Parisi (Roma), Angelo M. Petroni (Bologna)
Ai partecipanti è stato richiesto valutare le prospettive del cognitivismo metodologico sullo sfondo dì due questioni-chiave della filosofia della mente e dell'azione: (a) quale modello della mente dobbiamo ascrivere all'agente sociale e (b) quali sono i meccanismi causali che producono il comportamento sociale. In questo quadro, il problema dell'efficacia causale degli stati è tornato più volte al centro della scena, in una duplice prospettiva: rispetto alla questione della realtà degli stati psichici, e rispetto al problema dei rapporti tra stati cognitivi individuali e fatti istituzionali, sociali e economici. Rispetto al primo punto, una delle idee guida poste al vaglio del dibattito è stata quella che attribuisce realtà a una certa entità mentale solo a patto che essa sia causalmente, una posizione che sembra condurre a una rivalutazione del riduzionismo, dato che a molti sembra inevitabile che l'unico modo per garantire efficacia causale ai fenomeni psichici sia attraverso una loro identificazione o riduzione a stati o processi cerebrali. Dato che ciò che sembra essere in questione è uno dei più solidi articoli di fede del cognitivismo classico, ovvero l'idea dell'autonomia della psicologia, non stupisce che su questo tema vi siano state molte vicaci discussioni. Per quanto riguarda il problema del rapporto tra spiegazione dell'azione sociale e descrizione dell'architettura cognitiva umana, la scelta di considerare quest'ultima come il luogo in cui vanno individuati i processi dotati della vera efficacia causale comporta inevitabilmente un serrato confronto era olismo e individualismo. (affrontato nella terza giornata), ma soprattutto una attenta discussione dei modelli di spiegazione nelle scienze sociali, Anche in questo caso, un ruolo centrale sembra essere giocato dal problema della riducibilità delle differenti strategie esplicative adottate nelle varie discipline al livello di base della descrizione fornita dalle scienze naturali. Qui possiamo contrapporre la tesi dell'autonomia degli stili esplicativi (per esempio nella scienza della mente rispetto alle scienze fisiche) a quella della riducibilità ideale delle "cause"' di alto livello a processi di base più fondamentali. Anche in questo caso emerge il problema dei rapporti tra spiegazione e causalità. Il rapporto tra causalità e riduzione, con il conseguente rafforzarsi dei legami tra descrizione psicologica e ricerca biologica riflette una tendenza che sembra rafforzarsi nel dibattito più recente, e che mette in luce una lenta ma costante modificazione del funzionalismo classico. Fino a che punto si tratti di un mutamento che non ne mette in discussione lo sfondo metafisico complessivo è qualcosa che merita indubbiamente una attenta riflessione. In qualche senso sembra di essere di fronte a un accentuarsi delle distanze rispetto al problema della autonomia del mentale: da un lato si ha una forte rivalutazione delle ragioni del riduzionismo, dall'altro emergono con sempre maggior forza posizioni anti-riduzioniste esplicitamente critiche di ogni approccio fisicalista e materialista. |