![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 SETTEMBRE 2011 |
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Un genere diffuso nei paesi di lingua inglese che non ha riscontro in Italia
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Raimond Gaita, "Romulus, My Father", Review Books, Londra 2000, pagg. 216, £ 6,99; |
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Ted Honderich, "Philosopher. A Kind of Life", Routledge, Londra 2001, pagg. 442, £ 20; |
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John Passmore, "Memoirs of a Semi-detached Australian", Melbourne University Press, Victoria 1997, pagg. 274, £ 26,95; |
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Mary Warnock, "A Memoir. People and Places", Duckworth, Londra 2000, pagg. 246, £ 18. |
Come mai i filosofi italiani non scrivono delle autobiografie? La domanda, di quelle che si fanno nei momenti in cui non si ha voglia di pensare a cose più serie, non è del tutto priva di fondamento. Negli ultimi tempi sono state pubblicate diverse autobiografie di filosofi la cui lingua madre è l’inglese. Di queste, alcune, hanno avuto anche un discreto successo editoriale. Legittimo chiedersi dunque come mai siano così pochi i filosofi italiani che seguono l’esempio dei loro colleghi inglesi, americani o australiani. Una risposta che forse può fornire, almeno in parte, una spiegazione, può essere trovata nel diverso ruolo sociale che il filosofo ha nel nostro Paese. Come tutti gli altri intellettuali nostrani, i filosofi fanno fatica a liberarsi completamente di una certa aura di sacralità che si accompagna al loro lavoro nella percezione del pubblico. Il filosofo italiano, anche quando non è religioso, è ancora una figura per certi aspetti vicina a quella del prete. Che un prete racconti la propria vita privata sarebbe certamente vista, non del tutto a torto, come cosa di cattivo gusto. Il filosofo italiano probabilmente non si sente completamente libero di raccontare quegli aspetti della propria esistenza che meno si confanno a tale eredità sacerdotale, e quindi, mostrando una certa consapevolezza della propria posizione, tace.
La stessa cosa non si può dire di Ted Honderich, che è stato fino al 1998 il Grote Professor of Mind and Logic a University College, Londra (la cattedra ricoperta in precedenza da A.J. Ayer, Stuart Hampshire e Richard Wollheim). Nella sua autobiografia Philosopher. A Kind of Life (Routledge, Londra 2001) Honderich si preoccupa ben poco delle convenzioni sociali e tenta, con successo, di dare ai propri lettori un’idea di che tipo di vita sia quella del filosofo. L’esperimento, insieme teorico e letterario, è certamente ben riuscito dato che il lettore segue la vicenda umana e intellettuale dell’autore con l’interesse che di solito si presta a un lavoro narrativo.
Non si può certo dire che non sia stata movimentata la vita di questo canadese, di estrazione umile, che prima di fare il filosofo di professione ha lavorato come giornalista di cronaca nel paese natio e ha avuto la fortuna di viaggiare in giro per gli Stati Uniti con l’allora astro nascente Elvis Presley. Honderich arriva alla filosofia relativamente tardi, avendo però imparato a scrivere in modo chiaro, e con un carattere che certo non si presta alle mediazioni. La prima qualità si apprezza nel resoconto puntiglioso ma accattivante del suo lavoro nei diversi campi di cui si è occupato, dalla filosofia politica allo studio della mente. La seconda qualità è evidente nel modo in cui racconta le sue (complesse) vicende sentimentali e i rapporti (non sempre facili) con familiari, colleghi e membri dell’establishment accademico.
Honderich è uomo di sinistra, ma non cerca di passare per un outsider. Confessa senza difficoltà la sua inclinazione nei confronti dei piaceri della vita e non disdegna l’ingresso nella buona società dei salotti e dei vecchi club. Anche gli scontri e le lotte di potere accademiche sono raccontate in modo onesto e diretto, senza tentare di mitigare le proprie responsabilità quando ci sono. Di sicuro Honderich non si presenta come un santo, ma nemmeno come il depositario di una funzione sacrale. La persona che si ha l’impressione di conoscere alla fine del libro non è priva di aspetti negativi, ma ispira certamente simpatia per il modo in cui riesce a evitare di porsi su un piedistallo.
Apparentemente ben poco accomuna Honderich a John Passmore, filosofo australiano autore di una ancora insuperata storia della filosofia del Novecento, e di pregevoli studi sul perfezionismo, la filosofia dell’educazione, l’etica ambientale, e di monografie su Cudworth e Hume. Passmore è un uomo mite, non un combattente naturale come Honderich, e le sue memorie hanno un tono distaccato, spesso ironico, e mostrano l’ammirevole capacità dell’autore di osservare luoghi e persone fornendone una descrizione che sembra riportarli alla vita davanti al lettore. Anche la generazione è diversa. Honderich è un uomo la cui vita adulta si è svolta nella seconda metà del ventesimo secolo, e le cui vicende personali si intrecciano con i movimenti e le trasformazioni sociali degli anni Sessanta e Settanta e con il riflusso politico degli anni Ottanta. Passmore è nato invece nel 1914, e i suoi primi ricordi sono quelli di una società australiana ancora per certi versi coloniale (lui stesso usa questa espressione). Una delle parti più divertenti del libro è quella in cui Passmore racconta le origini della propria famiglia e segnala la presenza tra i suoi antenati di diversi ex-galeotti (cosa abbastanza comune in Australia, ma piuttosto esotica tra i Fellows della British Academy).
La stessa immagine di una terra dura, ma anche potenziale occasione di riscatto e di fortuna si trova nel breve libro di un altro filosofo australiano, Raimond Gaita, che racconta la storia di suo padre, un emigrato jugoslavo che ha condotto in Australia una vita difficile ma ricca di umanità e di dignità.
A ben vedere, però, c’è qualcosa in comune nelle vite di Ted Honderich e John Passmore. Entrambi hanno scoperto a un certo punto della loro vita (anche se in momenti storici diversi) l’Inghilterra dei grandi filosofi, da Ayer a Ryle fino a Austin, e se ne sono innamorati. Le loro storie sono interessanti anche perché illustrano molto bene il rapporto che il "salotto buono" della filosofia di lingua inglese aveva con la provincia delle università "red brick" (le università dei distretti industrali come Manchester o Liverpool) o degli atenei dei diversi Paesi del Commonwealth.
Un episodio raccontato da Passmore la dice lunga. Quando l’australiano chiede a un collega di Oxford come mai nelle discussioni seminariali così poca attenzione veniva prestata a chi non veniva da Oxford o da Cambridge, la risposta, disarmante, è: "Parlano così lentamente, non riusciamo a sopportarlo". Eppure, sia Passmore che Honderich raccontano una storia in cui il merito viene riconosciuto anche dagli snob, e studiosi provenienti dai più lontani Paesi o da Università di provincia riescono ad affermarsi anche a Londra o ad Oxford.
Un tipo di vita completamente diversa si trova invece nell’autobiografia di Mary Warnock, ora Baronessa Warnock, molto nota anche nel nostro Paese per il lavoro svolto nel campo dell’educazione e della bioetica (suo il famoso "rapporto Warnock"). Mary Warnock viene da una famiglia della buona borghesia inglese, ha studiato a Oxford, dove ha conosciuto e poi sposato Geoffrey Warnock uno dei membri del famoso seminario del sabato mattina di J.L. Austin. Il tono della narrazione della Warnock è molto diverso da quello delle altre biografie, più ovattato come si addice a una persona che siede nella House of Lords. Ma esso si raccomanda al lettore perché è una preziosa testimonianza dall’interno di una delle stagioni più eccitanti della filosofia contemporanea. Austin ha un ruolo importante, Wittgenstein fa la sua comparsa, e molte preziose informazioni di prima mano consentono al lettore di capire meglio quali erano, non solo le differenze filosofiche, ma anche quelle umane, tra i due personaggi. Molto spazio è dedicato alle colleghe, con ritratti pieni di umanità e di garbo di Elisabeth Anscombe, Iris Murdoch e Philippa Foot.
Di grande interesse è la ricostruzione della formazione accademica della Warnock (grande spazio era dedicato ai classici latini e greci e perfino a certi autori della filosofia continentale come Husserl). La biografia si conclude con ricordi della parte più istituzionale della vita di Mary Warnock (che, tra l’altro, ha fatto parte della commissione che vigila sulla Bbc) che regalano al lettore un delizioso ritratto della signora Thatcher.