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Non
separare anima e corpo, non staccare la spina della vita
LAURA
Bossi, neurologa, milanese di nascita ma francese d'adozione dall'età di 27 anni,
autrice di questa ponderosa Storia naturale dell'anima pubblicata da
Baldini Castoldi Dalai, s'interessa da sempre, come annota il sintetico
risvolto editoriale, di «rapporti interdisciplinari tra la medicina e la
filosofia». Questa scarna anticipazione non prepara affatto alla straripante
dovizia di riflessioni e di nozioni di quest'opera, concepita come un excursus
storico lungo i concetti di anima, morte, etica, evoluzione, visti da un punto
di vista biologico, speculativo e giuridico. La ramificata ricchezza offerta è
tale da ricordare la sovrabbondanza (o la pienezza) del barocco, e da
scoraggiare una lettura superficiale o men che partecipativa. Libro dunque da
meditare e da rileggere, con prese di posizione nette e qua e là scomode, che
può talora lasciare un sospetto di enciclopedismo o la sensazione che sia
impossibile verificarne tutto il materiale. La grande querelle è quella tra
dualismo e monismo metafisici. Da un lato Cartesio e i suoi innumerevoli
seguaci, fino alla maggioranza dei biologi contemporanei, con la loro netta
separazione tra res extensa e res cogitans, corpo e anima,
contenitore e contenuto. Dall'altra Aristotele, Spinoza - che fa di pensiero ed
estensione un'unica sostanza, Leibniz - che riduce la sostanza corporea a
quella spirituale, i filosofi della natura, come Schelling e Carus, e, ultimi
ma non ultimi, gli psicologi dinamici, che tentano, nei secoli del determinismo
e del meccanicismo, la rivalutazione dell'individualità spirituale, con una
sorta di più o meno inconsapevole neotomismo. Dice infatti Tommaso d'Aquino,
che: «la forma dev'essere adeguata alla propria materia»; quindi, come chiosa
Laura Bossi: «il corpo è anche ciò che rende l'anima un'anima unica, il suo
principio d'individuazione». Forse il nucleo del libro sta proprio qui, nel
desiderio etico di tornare a dare ad anima e corpo pari dignità nella loro
inestricabile commistione. Un corpo "cosciente di sé", o meglio
ancora, come in Duns Scoto, unito alla sua anima con la sua carne e le sue
ossa. È singolare, ma certo significativo, quanto in questo libro dedicato al
soffio (il ruach ebraico) e alla farfalla della psiche, il più presente
sia proprio il corpo. Corpo del quale, nel mondo moderno, si potrebbe dire che
è simile alla lettera rubata del racconto di Poe: talmente in evidenza da
risultare celato, dimenticato. Attraverso la critica del dualismo mind-body,
Laura Bossi ci guida in quella che è la sezione più viva e complessa del libro,
dedicata al concetto di individuo e alla sua mortalità. Mortale come individuo,
immortale come corredo genetico, l'uomo rischia oggi di non essere che un
veicolo intercambiabile del genoma. Il corpo diviene così «una macchina di
sopravvivenza» per le spirali eterne dei geni, concetto quest'ultimo introdotto
da Dawkins, il teorico del «gene egoista», fino a un totale determinismo, nel
quale, come dice l'autrice, «l'individuo non ha più né libertà né finalità,
salvo quella di riprodursi». Colpiscono a tal proposito le citazioni di
scienziati come François Jacob o Konrad Lorenz, su cui tanti intellettuali
contemporanei e progressisti hanno basato la loro cultura «scientifica»: «Un
organismo non sarà mai altra cosa oltre a una transizione, una tappa tra ciò
che fu e ciò che sarà. La riproduzione è l'origine e il fine, la causa e lo scopo».
(Jacob). Un'autoreferenzialità biologica che apre la strada a quella di
Maturana e Varela, con buona pace di ogni cultura del sentimento e della
bellezza. Molte pagine in quest'ultima parte del saggio sono dedicate ai rischi
dell'eugenetica e dell'eutanasia. Rispetto al primo aspetto le argomentazioni
della Bossi sono del tutto condivisibili, mentre più dubbi lasciano le critiche
all'eutanasia. A tale proposito però vengono proposte statistiche tanto
sorprendenti quanto inquietanti. In Olanda, i rapporti indicano una percentuale
ufficiale di «buona morte» del 3% rispetto alla totalità dei decessi.
L'incidenza salirebbe però sino ad uno sconcertante 42% se si ampliassero i
criteri di inclusione ai casi di suicidio assistito (0,7%) a quelli di somministrazione
di oppiacei in forti dosi o di sospensione della terapia, e a quelli in cui la
possibilità di accelerare la morte è contemplata nel tipo di cure effettuate o
nella loro interruzione. L'espropriazione della morte, di cui già parlava con
toni dolorosi Philippe Ariès, sarebbe in tal caso cosa fatta, e risulterebbe
difficile prendere partito per la feroce, dignitosa volontà di
autodeterminazione degli anglosassoni e dei Nord europei, oppure per la
necessità che ognuno possa incontrare la propria morte, così come il destino e
la vita l'hanno preparata. Forse, come conclude Laura Bossi, oggi saremmo
veramente, seppur controvoglia, chiamati a «confrontarci con la nostra
tradizione», ormai dimenticata, dalle tre anime di Platone allo slancio vitale
di Bergson. Mi sia consentito concludere con un'esclusione. «Avere un'anima è
esattamente il problema della vita», scrive C.G.Jung in qualche luogo della sua
immensa opera. È noto come in Jung il concetto di anima sia diverso da quello
filosofico-teologico tradizionale: per lui Anima (maiuscolo) è la controparte
sessuale della psiche maschile, cui sono affidati quegli aspetti di sentimento
e di cura caratteristici appunto del femminile. Ma l'anima, questa volta con
l'iniziale minuscola, è anche «l'atteggiamento interiore», ciò che mette in
relazione la coscienza con l'inconscio (e quindi anche col corpo). Proprio in
quest'ottica la concezione junghiana sfiora quelle tradizionali, soprattutto
quella platonica di anima come legata al mondo delle Idee (Hillman dirà, parafrasando
Jung che l'Anima è l'archetipo della psiche), e quella aristotelica di anima
come forma del corpo, suo principio determinatore e specificatore. È in base a
tali consonanze che stupisce la totale assenza dell'unico psicologo che abbia
dato un giusto spazio al termine ed al concetto di anima in questo monumentale,
discutibile e per molti versi straordinario libro di Laura Bossi. |