RASSEGNA STAMPA

19 MARZO 2005
editoriale
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«Non è accanimento: l'obiettivo è la vita»

Il rianimatore Furio Zucco: lei sorride e questo mi fa pensare a possibili forme di relazione

«L'accanimento terapeutico è un intervento sproporzionato rispetto agli obiettivi che la cura si propone. In casi come questo è difficile fare valutazioni, ma l'obiettivo non è una certa qualità della vita, ma la vita stessa». Furio Zucco, anestesista rianimatore all'ospedale di Garbagnate e presidente della Società italiana di cure palliative (Sicp), è prudente nell'esprimere un parere sul caso di Terri Schiavo: «Da quello che ho letto però, è del tutto improprio parlare di staccare la spina».
Come si può valutare l'intervento terapeutico in un caso di stato vegetativo?
È un caso particolare, e il giudizio medico è ovviamente condizionato a quel che ne sappiamo: oltre tutto la paziente è diabetica. In ogni caso mi sembra sbagliato parlare di staccare la spina: non è detto che l'interruzione dell'alimentazione provochi il decesso in tempi rapidi. Ma per valutare il caso specifico occorrono più notizie sull'assenza di coscienza: mi ha colpito molto la foto che ho visto, perché la donna sembra sorridere, il che farebbe pensare a una possibile vita di relazione. In ogni caso interrompere il supporto vitale a un paziente con stato alterato della coscienza chiama in causa altre situazioni: diverse patologie neurologiche o malati psichiatrici.
Uno dei nodi del dibattito è il rispetto della volontà del paziente. Si rischia l'accanimento terapeutico?
Si riapre certo il dibattito sulle direttive anticipate. Ma l'accanimento terapeutico (che è quasi sempre una definizione a posteriori) è un intervento sproporzionato in relazione agli obiettivi da raggiungere. Ma qui l'obiettivo non è una certa qualità della vita, ma la vita stessa. Anche il concetto che l'accanimento fa soffrire un paziente cui resta poco da vivere non si applica: se l'alimentazione non è realizzata in modo aggressivo, non è certo che provochi sofferenza nella donna.
Un altro nodo è se considerare l'alimentazione un atto medico che come tale si può sospendere. Ma il paziente non muore di fame?
Anche questo è difficile da valutare. Istintivamente pensiamo che non mangiando si sente la fame, ma per questi pazienti non possiamo affermare - né escludere - che percepiscano la fame. Il malato terminale di tumore di solito non la lamenta, ma il caso è comunque diverso.


 

 

 

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