![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 28 GENNAIO 2005 |
|
«Se le probabilità di un handicap fossero
elevate preferirei staccarla, la spina. Non si può far nascere un bambino
sapendo che crescerà nel dolore». Oscillano i sentimenti del ginecologo Carlo
Flamigni mentre, riflettendo a voce alta, analizza il caso di Genova. Le
valutazioni dello scienziato laico si intrecciano con le esperienze personali:
«Ho un nipotino nato prematuro, a 26 settimane, pesava 500 grammi. Ora ha un
anno e qualche problema. È difficile dare risposte definitive. Credo che se i
medici ritengono di poter evitare al feto sofferenze importanti varrebbe però
la pena di andare avanti». Le percentuali di successo di gravidanze così
drammatiche, che possono provocare gravi malformazioni, sono documentate sulla
rivista Pediatrics e riferite da Mario De Curtis, ordinario di
neonatologia all’università la Sapienza: «Appena il 17% dei prematuri di 24
settimane, su una casistica americana che tiene conto di 4 mila bimbi
provenienti da 350 centri, peso 400-500 grammi, sono sopravvissuti. Se l’età
gestazionale è di 26 settimane o inferiore la sopravvivenza sale al 54%, ma
solo il 15% dei piccoli lascia l’ospedale in salute, come ha evidenziato uno
studio compiuto in Belgio su 500 neonati. Le probabilità di uno sviluppo
normale dopo il parto dipendono infatti dallo sviluppo degli organi, la
mortalità è legata soprattutto all’incompleta crescita dei polmoni. I farmaci
somministrati alla madre per mantenere lo stato vegetativo, invece, non sono
tra le cause di handicap».
Dati che non convincono Gonzalo Miranda, preside della università Regina
Apostolorum di Roma: «È giusto cercare di salvare comunque una vita, sarebbe
ingiusto e condannabile il contrario. In Spagna si è molto discusso 4 anni fa
su una vicenda simile. Il piccolo è nato e sta bene. In queste situazioni il
grembo della mamma morta va considerato un’incubatrice. Se l’incubatrice non
fosse una donna, ma una macchina, non la spegneremmo». Miranda dunque non
esita: «Nessuno può rivendicare diritti sulla vita di un essere umano, neppure
il papà che a maggior ragione dovrebbe accoglierlo perché è un orfano».
Ma è davvero l’unico, padre Gonzalo, ad avere idee così nette. Ondeggiano
scienziati, filosofi e intellettuali. Ed ecco il bioeticista Sergio
Belardinelli che si autodefinisce «cattolico stravagante» mentre afferma,
sorprendendosi egli stesso: «Non riesco a configurarmi il diritto di questo
bimbo alla vita e questo a prescindere dal rischio di handicap. Sua madre è
"morta", il peso della decisione grava sul padre. C’è un’estrema
funzionalizzazione del corpo umano. Non è detto che tutto ciò che è possibile
vada tentato».
Rifiuta di esprimere un giudizio Gilberto Corbellini, storico della medicina,
iperlaico, molto impegnato sui temi della nascita e della morte: «Non voglio
emettere sentenze - si sottrae alla richiesta, infastidito -. I bioeticisti in
situazioni così dolorose dovrebbero compiere un passo indietro e lasciare
tranquillo il padre, posto di fronte a scelte di carattere individuale. Sono
nauseato dall’invasività della bioetica. Quell’uomo deciderà anche in base al
rapporto che aveva con la moglie».
È lo stesso sentire di Barbara Ensoli, virologa e ricercatrice dell’Istituto
superiore di sanità, che si esprime con la sensibilità di genitore: «Il padre
quel bambino lo ama già, anche se non c’è, non può essere diversamente. Quindi
restiamo in silenzio, lasciamolo in pace. A mio parere la valutazione
dell’handicap che potrebbe colpire il piccolo non è un argomento determinante».