![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 GENNAIO 2005 |
|
Severino e l’«essere» a S. Barnaba
LA FRATTURA CHE HA
SEGNATO L’OCCIDENTE
C’è una frattura all’inizio del pensiero filosofico: su questa frattura è cresciuta tutta la storia dell’Occidente. E’ l’opposizione, a proposito del concetto chiave di «essere», tra coloro che lo hanno pensato come unificazione e coloro che lo hanno pensato invece come separazione. Sta nel prevalere di questi ultimi, nell’avere ritenuto le cose come separabili dal loro contesto, nell’averle pensate come modificabili il seme di quella volontà di potenza che ha portato alla civiltà della tecnica oggi prevalente nel mondo. Emanuele Severino, aprendo l’altro giorno al San Barnaba il nuovo ciclo dei Pomeriggi, è tornato - né poteva essere diversamente - sul cavallo di battaglia del suo pensiero, che vede nell’avere accettato il concetto di divenire, abbandonando quello di eternità dell’essere, la follia che guida l’Occidente: viene da questa fede nel divenire quel senso fratturato dell’essere che domina il pianeta, sta qui la matrice di ogni violenza. Per ascoltare il filosofo bresciano - pur avendo evidentemente presenti le difficoltà di seguire il suo argomentare - sono venuti in tantissimi (erano molte le persone in piedi nell’auditorium). Il San Barnaba si conferma dunque - come ha sottolineato il sindaco Paolo Corsini aprendo l’incontro - un luogo di culto per la cultura partecipata. La serie di conversazioni aperta da Severino è dedicata alle «parole della filosofia». Vi prenderanno parte alcuni tra i più qualificati esponenti della filosofia italiana, come ha ricordato Giovanni Comboni a nome della Fondazione Clementina Calzari Trebeschi che ha prestato al ciclo la consulenza scientifica. Come sempre, anche questi Pomeriggi sono promossi dall’Amministrazione comunale in collaborazione con la Fondazione Asm (curatore è Antonio Sabatucci). Ma torniamo a Severino e al suo ragionare attorno all’essere. La filosofia non è qualcosa di astratto come si potrebbe ritenere - afferma - ma il terreno in cui si sviluppa la società. Pensatori come Marx e Freud insistevano sui rapporti di produzione, sul peso della storia, che verrebbe prima della coscienza filosofica (oggi molti mettono l’accento sul condizionamento biologico). In realtà è la filosofia che sta a fondamento di tutto ciò che è accaduto nella storia occidentale, secondo Severino, come dimostrano le conseguenze della frattura iniziale a proposito del concetto di essere di cui s’è detto all’inizio, una frattura avvenuta 5/600 anni prima di Cristo. Per il filosofo bresciano, è Parmenide il gigante del pensiero a cui tutti si sono poi riferiti. Nel IV frammento dei suoi scritti c’è un verso che dice più o meno così: tu non distaccherai l’essente dalla sua connessione con l’essente. E’ un esempio dell’atteggiamento iniziale che privilegia l’essere come unità. Ma poi questo essere che si configura come amore (che unisce), comincia a configurarsi anche come odio (che divide). Perché Parmenide è stato interpretato come se parlasse dell’essente inteso come divino, in contrapposizione con le molte cose del mondo: allora solo l’essente è, mentre le cose non hanno consistenza, sono illusione (in analogia con il pensiero orientale soprattutto induista). Per questa strada - sottolinea Severino -, qualificando le cose come apparenza, si è ucciso l’essere, si è compiuto quell’«enticidio» che sta all’origine della nostra civiltà. Se questa è stata la follia dell’Occidente, la «non follia» è credere nell’eternità di ogni cosa, «nel suo restare abbracciata a se stessa». Il fatto che l’esperienza ci mostri il cambiamento, l’agonia e la morte degli uomini come delle cose, afferma Severino, nulla dimostra sulla reale sorte degli esseri quando appunto sono usciti dal campo della nostra esperienza: non è dunque follia l’attesa del loro ritorno. Non è un filosofo che può dimostrare l’eternità di ogni cosa, perché questa è una verità che abita da sempre nel più profondo di ogni uomo: per questo - conclude senza che il tempo gli conceda di argomentare ulteriormente - noi siamo la manifestazione della gioia.