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Se non vogliamo vivere in uno stato paternalista che decide per noi quel che
è bene fare o evitare, se intendiamo «uscire dallo stato di minorità», per
riprendere le parole del massimo filosofo liberale tedesco del 700, Immanuel
Kant, occorre l’assunzione esplicita delle responsabilità che ci vengono dal
nostro status di cittadini. Il referendum in questo senso rappresenta un
momento alto della vita democratica di un paese proprio perché fa riemergere
il sentimento di una partecipazione spesso assopita nella quotidianità,
l’idea di una cittadinanza vissuta e non semplicemente delegata. Nello stesso
tempo, però, la complessità delle questioni evidenza l’insufficienza e la
povertà della risposta referendaria, di quella che riduce a un sì e a un no
problemi che richiederebbero discussioni approfondite, riflessioni ben
altrimenti argomentate. Tra gli esempi che si potrebbero addurre se ne
consideri uno non poco paradigmatico, la fecondazione eterologa, così
chiamata perché richiede l’intervento di un terzo, l’altro esterno alla
coppia. Il divieto di tale pratica, per i suoi oppositori, trova le sue
ragioni nel diritto del figlio ad accedere alle informazioni sulla propria
origine biologica, incompatibile col diritto all’anonimato del donatore di
seme che non desidera di essere considerato padre biologico del nascituro,
assumendo le relative responsabilità parentali. Per il nato di eterologa, si
argomenta, niente anamnesi familiare per la prevenzione e la cura di certe
malattie, nessuna possibilità di rispondere al medico che gli chiederà se il
padre o la madre hanno sofferto di determinate patologie. Ma siamo davvero
sicuri che i due diritti siano così incompatibili, come si pretende? E lo
stesso problema non devono poi affrontare tutti coloro, come i figli
adottivi, che non hanno informazioni sui loro genitori biologici? In realtà,
cosa vieterebbe di fornire al nascituro le informazioni sulla sua identità
biologica senza ledere il diritto alla segretezza che il donatore giustamente
rivendica? Non è necessario in alcun modo accompagnare quelle informazioni a
una precisa identificazione anagrafica: sapere come si chiama, dove abita,
quale professione esercita la persona che ha fornito il seme a una coppia non
ha alcun rilievo medico o giuridico. Come si vede, nell’ottica liberale della
discussione allargata e della presa in considerazione di tutti i valori in
gioco, può ben esserci spazio per l’accordo ragionevole, per una soluzione
che trovi tutti concordi sul piano delle pratiche sociali se non dei principi
ultimi. Sarà pur vero, come scrive un autentico amico della società aperta,
Piero Ostellino, che in questo campo così delicato bisogna evitare ogni
«sorta di laicismo estremizzato di matrice giacobina». Ma è altrettanto
innegabile l’esistenza di un cattolicesimo intransigente e tradizionalista,
spalleggiato da inaspettati «atei devoti», nella spiritosa definizione del
filosofo Biagio de Giovanni, che, in nome della sacralità della vita, di
qualsiasi vita, pretende, ad esempio, che per tutti debba considerarsi un
delitto, punito dalle leggi, la selezione genetica degli embrioni,
all’interno dell’inseminazione omologa. Tale selezione, volta a prevenire
malattie terribili come la talassemia mediterranea, nella visione dei nuovi
soldati della fede si configura come un vero e proprio assassinio, quello
degli embrioni malati «potenziali fratellini» dell’embrione sano destinato a
perpetuare la discendenza della coppia. Di qui l’evocazione degli spettri del
nazismo e dell’eugenetica, come se garantire un figlio dalle malattie
ereditarie e pianificare a freddo una razza di superuomini, facendo
incrociare gli esemplari femminili e maschili più avvenenti, fosse la stessa
operazione. Conquista civile di popoli maturi per la democrazia, il
referendum deve svolgersi in un clima di pacato argomentare e di rispetto per
l’altro, cattolico o laico che sia. La scienza e le biotecnologie come tutte
le imprese umane sono sempre «a rischio»: il potere che l’uomo ha sulla vita
— e oggi soprattutto sulla sua — può essere impiegato per fare o per
distruggere. Non se ne esce, però, «spegnendo i lumi» o profetizzando,
dinanzi alla possibilità concreta di raddrizzare gli errori di una natura
talora matrigna, pericolosi piani inclinati, la cosiddetta «reductio ad
Hitlerum». L’embrione malato e soprannumerario, che comunque verrebbe gettato
via, non è il bambino ebreo che alza le mani nella foto più commovente
conservataci dai campi di sterminio. La capacità di non confondere le cose
non è solo qualcosa che ha a che vedere con la scienza e con l’analisi: è una
disposizione etica iscritta nel cuore stesso del liberalismo.
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