RASSEGNA STAMPA

14 GENNAIO 2005
LUISELLA BATTAGLIA
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Se non vogliamo vivere in uno stato paternalista che decide per noi quel che è bene fare o evitare, se intendiamo «uscire dallo stato di minorità», per riprendere le parole del massimo filosofo liberale tedesco del 700, Immanuel Kant, occorre l’assunzione esplicita delle responsabilità che ci vengono dal nostro status di cittadini. Il referendum in questo senso rappresenta un momento alto della vita democratica di un paese proprio perché fa riemergere il sentimento di una partecipazione spesso assopita nella quotidianità, l’idea di una cittadinanza vissuta e non semplicemente delegata. Nello stesso tempo, però, la complessità delle questioni evidenza l’insufficienza e la povertà della risposta referendaria, di quella che riduce a un sì e a un no problemi che richiederebbero discussioni approfondite, riflessioni ben altrimenti argomentate. Tra gli esempi che si potrebbero addurre se ne consideri uno non poco paradigmatico, la fecondazione eterologa, così chiamata perché richiede l’intervento di un terzo, l’altro esterno alla coppia. Il divieto di tale pratica, per i suoi oppositori, trova le sue ragioni nel diritto del figlio ad accedere alle informazioni sulla propria origine biologica, incompatibile col diritto all’anonimato del donatore di seme che non desidera di essere considerato padre biologico del nascituro, assumendo le relative responsabilità parentali. Per il nato di eterologa, si argomenta, niente anamnesi familiare per la prevenzione e la cura di certe malattie, nessuna possibilità di rispondere al medico che gli chiederà se il padre o la madre hanno sofferto di determinate patologie. Ma siamo davvero sicuri che i due diritti siano così incompatibili, come si pretende? E lo stesso problema non devono poi affrontare tutti coloro, come i figli adottivi, che non hanno informazioni sui loro genitori biologici? In realtà, cosa vieterebbe di fornire al nascituro le informazioni sulla sua identità biologica senza ledere il diritto alla segretezza che il donatore giustamente rivendica? Non è necessario in alcun modo accompagnare quelle informazioni a una precisa identificazione anagrafica: sapere come si chiama, dove abita, quale professione esercita la persona che ha fornito il seme a una coppia non ha alcun rilievo medico o giuridico. Come si vede, nell’ottica liberale della discussione allargata e della presa in considerazione di tutti i valori in gioco, può ben esserci spazio per l’accordo ragionevole, per una soluzione che trovi tutti concordi sul piano delle pratiche sociali se non dei principi ultimi. Sarà pur vero, come scrive un autentico amico della società aperta, Piero Ostellino, che in questo campo così delicato bisogna evitare ogni «sorta di laicismo estremizzato di matrice giacobina». Ma è altrettanto innegabile l’esistenza di un cattolicesimo intransigente e tradizionalista, spalleggiato da inaspettati «atei devoti», nella spiritosa definizione del filosofo Biagio de Giovanni, che, in nome della sacralità della vita, di qualsiasi vita, pretende, ad esempio, che per tutti debba considerarsi un delitto, punito dalle leggi, la selezione genetica degli embrioni, all’interno dell’inseminazione omologa. Tale selezione, volta a prevenire malattie terribili come la talassemia mediterranea, nella visione dei nuovi soldati della fede si configura come un vero e proprio assassinio, quello degli embrioni malati «potenziali fratellini» dell’embrione sano destinato a perpetuare la discendenza della coppia. Di qui l’evocazione degli spettri del nazismo e dell’eugenetica, come se garantire un figlio dalle malattie ereditarie e pianificare a freddo una razza di superuomini, facendo incrociare gli esemplari femminili e maschili più avvenenti, fosse la stessa operazione. Conquista civile di popoli maturi per la democrazia, il referendum deve svolgersi in un clima di pacato argomentare e di rispetto per l’altro, cattolico o laico che sia. La scienza e le biotecnologie come tutte le imprese umane sono sempre «a rischio»: il potere che l’uomo ha sulla vita — e oggi soprattutto sulla sua — può essere impiegato per fare o per distruggere. Non se ne esce, però, «spegnendo i lumi» o profetizzando, dinanzi alla possibilità concreta di raddrizzare gli errori di una natura talora matrigna, pericolosi piani inclinati, la cosiddetta «reductio ad Hitlerum». L’embrione malato e soprannumerario, che comunque verrebbe gettato via, non è il bambino ebreo che alza le mani nella foto più commovente conservataci dai campi di sterminio. La capacità di non confondere le cose non è solo qualcosa che ha a che vedere con la scienza e con l’analisi: è una disposizione etica iscritta nel cuore stesso del liberalismo.

 

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