RASSEGNA STAMPA

08 GENNAIO 2005
ERMANNO BENCIVENGA
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Pensare significa assumersi delle responsabilità

ASSISTIAMO a un formidabile ritorno alle forme più esoteriche, settarie, intolleranti, fanatiche del pensiero religioso, sullo sfondo di una lotta senza quartiere per il profitto, di uno sfruttamento in tutto il pianeta che non ha precedenti nella storia». Così afferma Alain Berthoz, professore di filosofia della percezione e dell'azione al Collège de France, nel suo La scienza della decisione, e il contrasto perverso da lui segnalato è già un barlume di diagnosi e un'ipotesi di riscatto. La lotta per il profitto si accompagna a una visione limitata, taccagna, cinica dell'essere umano, anzi dell'essere: una visione stolidamente «razionale» che fa della ragione un ente gelido e asettico, privo di slanci e sentimenti. Come risultato di questa innaturale separazione tra l'intelligenza e gli affetti, «la passione ha la meglio sulla ragione, perché la ragione ha dimenticato di lasciare uno spazio alla passione... Il trionfo della ragione che vuole restare fredda è insieme successo della tecnologia e culla di fanatismo». Occorre allora rimettere ordine. Superare «la tirannia del pensiero formalista, disincarnato e insensibile, che ha dominato il XX secolo» e ritornare a un pensiero che è tutt'uno con la realtà fisica, in cui, «più che il linguaggio e la ragione, ci sono l'azione e il corpo sensibile, che costruiscono il mondo percepito in funzione dei desideri, degli obiettivi e dei timori». Un pensiero che è, in primo luogo, decisione. Teorizzazioni estreme e ideologiche hanno cercato di convincerci che non c'è davvero bisogno di impegnarsi: basta recepire i dati, sottoporli a un'appropriata analisi, seguire le relative argomentazioni logiche e il risultato s'imporrà con naturalezza, senza alcuno sforzo da parte nostra, senza che la nostra volontà entri mai in gioco. E invece no, protesta Berthoz: «Le persone non sono ricercatori logici senza saperlo, statistici nati». Vivono in un ambiente dominato dall'incertezza, in cui anche vedere qualcosa è possibile solo in seguito a un processo selettivo, a un'assunzione di responsabilità su quale sia il mondo con cui vogliamo aver a che fare. «Percepire è eliminare le ambiguità, è scegliere un'interpretazione piuttosto che un'altra, è dunque decidere». Che un oggetto venga considerato permanente nello spazio o nel tempo, che per esempio si intenda un cane di cui spuntano la testa e la coda dietro un albero come lo stesso oggetto, non come una testa e una coda radicalmente distinte che finiscono là dove comincia l'albero, nessun «dato» potrà mai dimostrarcelo; siamo noi a dovercene fare carico. «Percepire è decidere ciò che si vuole vedere». Ed è deciderlo a partire dalla nostra intera condizione esistenziale, dai nostri piani e progetti, dalla nostra storia, dagli umori e sapori del nostro organismo. Sarebbe possibile accettare la lettera di quanto precede e tuttavia insistere in una concezione intellettualistica, riducendo la decisione stessa a «un processo puramente intellettuale, un gioco logico traducibile in un'equazione». Esiste una «teoria della decisione» che ne parla come della conclusione inevitabile di opportune premesse. Berthoz respinge fermamente questa scappatoia: «La decisione è azione», è qualcosa che si fa, un moto spontaneo, orfano di assoluta trasparenza, irrimediabilmente vincolato alla struttura aleatoria di una scommessa. E questa struttura emerge ovunque, nella scelta del rospo tra «fuggire, catturare o restare immobili» come in quella dell'operatore di Borsa tra comprare e vendere. Si agisce prima di sapere, invece di sapere, e si vive con le conseguenze arrischiate della propria azione. Non sono temi nuovi. Per quanto non ne parli mai, Berthoz sta ripercorrendo il tracciato della filosofia kantiana. Il mondo non è dato ma nasce da un atto di sintesi; le intuizioni senza concetti sono cieche. E sono temi che meriterebbero ben altra articolazione: per trasformare i suoi brevi cenni in proposito in un libro di quasi quattrocento pagine, Berthoz accumula sommari di recenti risultati nella fisiologia del cervello, come se questi riferimenti «scientifici» potessero convalidare la sua posizione, come se non si trattasse, in questo caso come in ogni altro, di qualcosa di indeterminato che può essere letto in tanti modi diversi, per cui dunque è necessario decidere come leggerlo. Ma non è il caso di sottilizzare; bisogna invece congratularsi con il destino se, dal cuore stesso di quella ricerca specialistica che tanto spesso nega la libertà e la scelta, arriva un grido così forte e coerente in loro favore.

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