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Pensare significa assumersi
delle responsabilità
ASSISTIAMO a
un formidabile ritorno alle forme più esoteriche, settarie, intolleranti,
fanatiche del pensiero religioso, sullo sfondo di una lotta senza quartiere per
il profitto, di uno sfruttamento in tutto il pianeta che non ha precedenti
nella storia». Così afferma Alain Berthoz, professore di filosofia della
percezione e dell'azione al Collège de France, nel suo La scienza della
decisione, e il contrasto perverso da lui segnalato è già un barlume di
diagnosi e un'ipotesi di riscatto. La lotta per il profitto si accompagna a una
visione limitata, taccagna, cinica dell'essere umano, anzi dell'essere: una
visione stolidamente «razionale» che fa della ragione un ente gelido e
asettico, privo di slanci e sentimenti. Come risultato di questa innaturale
separazione tra l'intelligenza e gli affetti, «la passione ha la meglio sulla
ragione, perché la ragione ha dimenticato di lasciare uno spazio alla
passione... Il trionfo della ragione che vuole restare fredda è insieme
successo della tecnologia e culla di fanatismo». Occorre allora rimettere
ordine. Superare «la tirannia del pensiero formalista, disincarnato e
insensibile, che ha dominato il XX secolo» e ritornare a un pensiero che è
tutt'uno con la realtà fisica, in cui, «più che il linguaggio e la ragione, ci
sono l'azione e il corpo sensibile, che costruiscono il mondo percepito in
funzione dei desideri, degli obiettivi e dei timori». Un pensiero che è, in
primo luogo, decisione. Teorizzazioni estreme e ideologiche hanno
cercato di convincerci che non c'è davvero bisogno di impegnarsi: basta
recepire i dati, sottoporli a un'appropriata analisi, seguire le relative
argomentazioni logiche e il risultato s'imporrà con naturalezza, senza alcuno
sforzo da parte nostra, senza che la nostra volontà entri mai in gioco. E
invece no, protesta Berthoz: «Le persone non sono ricercatori logici senza
saperlo, statistici nati». Vivono in un ambiente dominato dall'incertezza, in
cui anche vedere qualcosa è possibile solo in seguito a un processo selettivo,
a un'assunzione di responsabilità su quale sia il mondo con cui vogliamo aver a
che fare. «Percepire è eliminare le ambiguità, è scegliere un'interpretazione
piuttosto che un'altra, è dunque decidere». Che un oggetto venga considerato
permanente nello spazio o nel tempo, che per esempio si intenda un cane di cui
spuntano la testa e la coda dietro un albero come lo stesso oggetto, non come
una testa e una coda radicalmente distinte che finiscono là dove comincia
l'albero, nessun «dato» potrà mai dimostrarcelo; siamo noi a dovercene fare
carico. «Percepire è decidere ciò che si vuole vedere». Ed è deciderlo a
partire dalla nostra intera condizione esistenziale, dai nostri piani e
progetti, dalla nostra storia, dagli umori e sapori del nostro organismo. Sarebbe
possibile accettare la lettera di quanto precede e tuttavia insistere in una
concezione intellettualistica, riducendo la decisione stessa a «un processo
puramente intellettuale, un gioco logico traducibile in un'equazione». Esiste
una «teoria della decisione» che ne parla come della conclusione inevitabile di
opportune premesse. Berthoz respinge fermamente questa scappatoia: «La
decisione è azione», è qualcosa che si fa, un moto spontaneo, orfano di
assoluta trasparenza, irrimediabilmente vincolato alla struttura aleatoria di
una scommessa. E questa struttura emerge ovunque, nella scelta del rospo tra
«fuggire, catturare o restare immobili» come in quella dell'operatore di Borsa
tra comprare e vendere. Si agisce prima di sapere, invece di sapere, e si vive
con le conseguenze arrischiate della propria azione. Non sono temi nuovi. Per
quanto non ne parli mai, Berthoz sta ripercorrendo il tracciato della filosofia
kantiana. Il mondo non è dato ma nasce da un atto di sintesi; le intuizioni
senza concetti sono cieche. E sono temi che meriterebbero ben altra
articolazione: per trasformare i suoi brevi cenni in proposito in un libro di
quasi quattrocento pagine, Berthoz accumula sommari di recenti risultati nella
fisiologia del cervello, come se questi riferimenti «scientifici» potessero
convalidare la sua posizione, come se non si trattasse, in questo caso come in
ogni altro, di qualcosa di indeterminato che può essere letto in tanti modi
diversi, per cui dunque è necessario decidere come leggerlo. Ma non è il caso
di sottilizzare; bisogna invece congratularsi con il destino se, dal cuore
stesso di quella ricerca specialistica che tanto spesso nega la libertà e la
scelta, arriva un grido così forte e coerente in loro favore.
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