RASSEGNA STAMPA

1 DICEMBRE 2004
EMILIO LAMBRUSCHI
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INTERVISTA
«È vero che Dio è emarginato dalla nostra cultura, ma abbiamo visto ben altro I grandi totalitarismi volevano sradicare ogni idea di cristianità» Parla Cacciari

Laici e cattolici, il dialogo è automatico

«La tendenza alla derisione del credente è una tragedia dell'Europa da tre secoli L'hanno detto Kierkegaard, Barth, Nietzsche, Weber»

Da tre secoli lo spirito europeo cerca di emarginare Dio e di ridicolizzare la fede cristiana. Ma lo scontro oggi non è tra credenti e non credenti. Almeno non secondo Massimo Cacciari, filosofo e teologo non credente.
Dunque Dio viene emarginato dall'Europa?
«Sì, ma il processo di secolarizzazione, per cui chi cerca Dio viene deriso nei mercati, non lo scopriamo adesso. Questa tendenza di derisione del credente non è un problema, è una tragedia dell'Europa immanente da tre secoli. Ce l'ha detto Kierkegaard, riflettendo sullo scandalo dell'Europa acristica, l'ha ribadito Barth e, all'opposto, Nietzsche. E cosa ci hanno raccontato Weber e la grande sociologia delle religioni tra 800 e 900?».
Però, per molti cristiani, questi e diversi altri episodi sono segnali di un'aggressione laicista in piena regola...
«Ma da secoli la tragedia dell'Europa è la riduzione dell'amore cristiano a filantropia, del primato teologico cristiano a cultura, la derubricazione del cristianesimo stesso a etica. Queste grandi questioni sono state lo scandalo delle maggiori filosofie otto-novecentesche. E adesso ci preoccupiamo perché alcuni politici non hanno messo le radici cristiane nel preambolo della Costituzione che, come sappiamo, in quanto preambolo, non conta nulla? O per Buttiglione?».
Però le diverse visioni antropologiche influenzano la politica. Le scelte di molti governi europei in materia di famiglia o di bioetica non sono una spia rossa?
«In Europa abbiamo visto ben altro. I grandi totalitarismi volevano sradicare ogni idea di cristianità. E il nazifascismo era parte assolutamente legittima dello spirito europeo. Questi fenomeni del '900 hanno portato avanti in modo violento e radicale un programma anticristiano».
Quindi come va impostata la questione secondo lei?
«Ad altezza elevata, se vogliamo capirci qualcosa. Il Papa più di ogni altro credo sia consapevole della profondità del dramma di questo spirito anticrist iano che domina la storia europea. La Chiesa ha sempre cercato faticosissimi compromessi, i più alti possibili con questo spirito dell'anomia. Deve fare compromessi, glielo impone il suo stesso spirito in quanto fondata su Pietro e non su Giovanni. Non è una colpa, come dicono le anime belle, la Chiesa sapeva bene che il nazismo era nemico, era il paganesimo assoluto col quale, insegna la storia, va cercato il compromesso. Solo con il comunismo c'è stata la dichiarazione immediata di inimicizia perché era facile scorgervi l'eresia. Infatti non è possibile il catto-nazismo, mentre è possibile il catto-comunismo, eresia che la Chiesa giustamente combatte».
L'Europa non ha oggi un forte bisogno di Dio?
«Certo, se c'è davvero un granello di fede la persecuzione lo fa germogliare. Durante il nazismo in Germania non c'era forse Bonhoeffer? E sotto il comunismo non abbiamo i grandi esempi di spiritualità ortodossa? Questo un cristiano dovrebbe saperlo meglio di me».
Per un dialogo autentico non serve una forte identità dei cristiani?
«E qual è l'identità del credente? Per me non è uno rassicurato e ben radicato nelle proprie certezze. Questa visione è complice dell'agnosticismo e dell'ateismo, a mio parere. La fede cristiana, a differenza di quanto pensavano molti filosofi del secolo scorso, ha dentro di sé le ragioni della ricerca. È una fede assetata di sapere, è un credo ut intelligam, per capire. La fede non è un quieto fondamento, ma un dono. Per me il credente non è colui che dimostra a tutti i costi l'esistenza di Dio. Questa convinzione distrugge la fede, la rende una sottospecie di scienza. Per me il cristiano è invece colui che sta appeso alla croce».
E come definisce il non credente?
«Per me non è colui che ritiene la fede infondata. Non è l'ateo e neppure l'indifferente agnostico, colui che, come Nietzsche, ritiene la fede una favola da deridere nei mercati. Il non credente non può credere perché non gli è stat a donata la fede. Ma è rivolto al credente sulla base di un forte comune sentire. Riconosce cioè nel credente una forma di ricerca vicina alla sua. Solo che il credente nella sua ricerca è chiamato da una voce. Questa è la differenza: un non credente come me non può sentire la voce».
Allora secondo lei il dialogo è naturale?
«Assolutamente sì, a patto di non confondere il non credente con l'agnostico, come lo è oggi la gran parte dei nostri simili, cioè indifferente nei confronti della domanda della fede. La ricerca del credente è diversa da quella del non credente, ma in questa diversità c'è una simpatia assolutamente radicale e inestirpabile. Chi si riconosce nelle due condizioni soffre insieme, è unito».
Ma a questo punto quali passi occorre fare?
«Bisogna guardarsi da ogni forma di dogmatismo agnostico e dal nuovo pericolo dell'ateismo clericale, oggi di moda. Mi riferisco a persone, atee confesse, che non hanno mai avuto interesse a definire il credente, a comprenderlo, a dialogarci realmente, anzi hanno sempre voluto far passare la fede cristiana per una favoletta arcaica. Clericali perché la religione funziona come instrumentum regni e quindi avvalorano una visione dogmatica del credente e della ricerca teologica».
Se le radici dell'intolleranza anticristiana affondano nella storia, perché sono riapparse solo all'alba del nuovo millennio?
«Sono riemerse forme diverse di fondamentalismo dalle due parti che al momento coprono ipocritamente un vuoto di senso e di prospettiva. È comprensibile, un'epoca si chiude e non sappiamo dove andremo. Non ci rendiamo conto che ogni presente sporge sull'abisso. Alcuni cercano di ragionare e ascoltare perché sanno che il cuore è inquieto, altri gridano le proprie certezze e in queste epoche si fa ascoltare di più colui che urla».
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