RASSEGNA STAMPA

27 NOVEMBRE 2004
FRANCA D'AGOSTINI
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La biopolitica oltre Foucault
Roberto Esposito propone una nuova analisi dell’ambiguo intreccio tra «i corpi e il potere», e sostiene che la vita non è una proprietà, non è «né mia né tua», quindi non può essere «difesa» facendo la guerra

IN Afghanistan, nel corso di alcune operazioni di guerra umanitaria, su uno stesso territorio vengono sganciate bombe ad alto potenziale distruttivo, insieme a viveri e medicine; in Russia, 128 ostaggi vengono uccisi con gas letale dalla stessa polizia che avrebbe dovuto liberarli; in Cina, il commercio di sangue, gestito dal governo centrale, determina la sieropositività di più di un milione e mezzo di individui nella sola provincia dell'Henan. Ma non eravamo nella società dello spettacolo? Non eravamo forse nella grande epoca della "derealizzazione", in cui i sistemi creavano realtà fittizie, gli uomini erano maschere, numeri o algoritmi, il grande corpo virtuale dell'informazione aveva sostituito i corpi reali, e le menzogne del Potere producevano cibo e realtà immateriali di cui quotidianamente nutrirsi, in cui vivere? Qualcosa è cambiato, ma non nel senso che - come spesso si dice - le questioni di vita, di nascita, di morte, dimenticate dal (supposto) intellettualismo dei regimi occidentali sono tornate a vendicarsi, reclamando attenzione in termini di eugenetica, fecondazione assistita, eutanasia, aborto, fame, povertà e guerra. Anche e piuttosto nel senso dell'affiorare, il venire in luce una volta per tutte, di quell'intreccio ambiguo tra corpi e potere che come ricordava Foucault è sempre stato alla base della "sovranità" moderna. L'ultimo libro di Roberto Esposito, Bìos, affronta con estrema chiarezza e profondità di analisi questo contesto, che si definisce oggi "biopolitico". Credo sia necessario sottolineare la lucidità e la serietà argomentativa con cui Esposito elabora il tema, per evitare di incorrere in un fraintendimento. Esposito si lega alla tradizione filosofica impropriamente detta "continentale". Alcuni testi appartenenti a questa tradizione (specie tra i francesi), si segnalano per l'affrontare temi rilevanti e importanti, ma a volte con una strumentazione vaga e generica, e senza proporre tesi specifiche, ben evidenziate. Al contrario, questo libro di Esposito presenta con molta chiarezza anzitutto i dati emblematici di partenza (gli esempi che ho citato in apertura sono solo alcuni tra quelli presi in esame nel libro), quindi considera la storia e la letteratura della biopolitica (termine lanciato dallo svedese Kjellen, nei primi anni del secolo scorso), illustra con ammirevole sintesi le tesi del più autorevole analista della biopolitica, Michel Foucault, indica alcuni problemi o lacune nell'analisi foucaultiana, e infine, suggerisce precise ipotesi programmatiche e interpretative. Gli spunti di riflessione contenuti nel libro sono molti, lo stile pacato di Esposito riesce bene a evidenziare tanto la rilevanza razionale quanto l'inequivocabile pathos che si lega alla materia trattata. Ma il dato che mi sembra più importante è la proposta filosofica di fondo, che proverei a ricostruire in termini schematici. Esposito ritiene anzitutto che sia necessario predisporre "un nuovo linguaggio concettuale", un diverso tipo di analisi ontologica, per affrontare i temi della biopolitica contemporanea. In questo senso, la sua visione del problema si differenzia per esempio dalle posizioni di Habermas, per il quale (si vedano gli importanti scritti di Il futuro della natura umana) il vecchio apparato filosofico del trascendentalismo, con le sue correzioni esistenziali, può fronteggiare e orientare le nuove politiche della vita. Uno dei dati portanti di questo nuovo linguaggio teorico dovrebbe consistere secondo Esposito nel rovesciare ciò che si può chiamare il "paradigma immunitario", ossia l'idea che la vita richieda distruzione, protezione negativa. Tale paradigma (a cui è dedicato un precedente libro dell'autore, Immunitas) spiega bene, per esempio, il perché la biopolitica sia stata storicamente gestita e vista nella luce della tanatopolitica, come è avvenuto esemplarmente nella "biocrazia" nazista, ma come avviene anche nella più recente pratica e idea di guerra preventiva. Foucault era certamente consapevole del fatto che la comprensione della biopolitica comportasse qualche mutamento nei parametri di comprensione in generale, e che la filosofia dovesse compiere qualche significativa inversione di rotta. Ma, nota Esposito, restava prigioniero di un'idea del rapporto tra corpi e potere come relazione estrinseca, in cui il secondo esercita funzioni di dominio sui primi, e i primi non vengono definiti altrimenti che come soggetti assoggettati. Invece, proprio nella prospettiva del paradigma immunitario appare l'esigenza di una nuova analisi concettuale: i concetti di “vita”, “corpo”, “nascita” di cui disponiamo e che dominano la sfera del politico (alla base come ai vertici) sono per ora totalmente sovradeterminati in senso "immunitario", sono cioè pensati negativamente e difensivamente. Esposito suggerisce i termini di questa analitica concettuale discutendo posizioni esemplari, e fissando alcune basi per una revisione del vocabolario biopolitico. Tra le altre, l'idea che corpo, nascita e vita debbano essere tolti alla particolarità del "proprio" (la mia-tua vita, la nostra nascita, il mio corpo), e pensate nella singolarità del "si", cioè dell'evento, che Deleuze chiamava la "quarta persona": la vita come evento è quel preciso istante che non è "proprio" e non è mio né tuo (e non ha dunque bisogno di definirsi difendendosi).



 

 

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