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Ai
matematici spetta la definizione ai fisici la prova, solo i poeti lo
descrivono
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CREATURA finita, l'uomo ha sempre avuto la sensazione - o la speranza -
di vivere in un cosmo infinito, di essere solo una minima parte di una
realtà tanto sconfinata da non poter essere nemmeno concepita dalla
mente umana. Ma scienziati, artisti, musicisti e scrittori non si sono
arresi e in ogni epoca hanno tentato di dare forma a ciò che sembra
sfuggire a ogni tentativo di rappresentazione: ne sono nati modelli
matematici, teorie filosofiche, poemi e opere d'arte. A questi
tentativi è dedicato il ciclo d'incontri organizzato dalle Biblioteche
di Roma intitolato «Infiniti», nel quale fino a giugno 2005 diversi
autorevoli esponenti della scienza, dell'arte, della filosofia e della
letteratura - da Piergiorgio Odifreddi a Roman Vlad, da Margherita Hack
a Massimo Cacciari - descriveranno il rapporto che le loro discipline
hanno con l'infinito. Curatore della manifestazione è Michele Emmer,
cineasta e docente di Matematica all'Università «La Sapienza» di Roma.
Professor Emmer, la matematica è la «scienza dell'infinito» per
eccellenza?
«La matematica non ha solo tentato, ma è riuscita a definire la
struttura dell'infinito: Galilei, Bolzano, Cantor sono stati i massimi
protagonisti di questa impresa. Tuttavia direi che è piuttosto la
scienza "degli infiniti", in quanto ha a che fare con diversi
tipi di infinito: non solo i numeri sono infiniti, ma esistono anche
"infiniti numeri infiniti", e di norma un problema matematico
è ambientato in uno spazio a infinite dimensioni».
Anche la fisica ha un analogo interesse per l'infinito: cosa distingue
il suo approccio a questo tema rispetto alla matematica?
«La grande differenza tra un fisico e un matematico è che il primo deve
fondare le sue teorie sull'esperimento, mentre il secondo lavora in un
mondo di astrazioni. In un certo senso, il matematico è avvantaggiato:
per lui il problema si riduce a dover calcolare l'infinito, mentre al
fisico compete l'onere di dimostrare su base sperimentale che, ad
esempio, l'universo è infinito».
L’infinito affascina scienziati e artisti, perché?
«Il termine "infinito" è una di quelle parole che Leopardi
avrebbe definito "vaghe", ovvero capaci di evocare i più
diversi campi di significato. Il matematico può descrivere la struttura
dell'infinito, ma non può rispondere a domande come quella
sull'eternità del tempo e dell'Universo».
Lei si è occupato a lungo dell'opera di Cornelius Mauritius Escher, che
nelle sue incisioni ha spesso tentato di rappresentare l'infinito: arte
e matematica possono collaborare nel tentativo di catturarequesto
concetto?
«Sono convinto di sì. Quando pubblicò il suo primo libro di opere, nel
1961, Escher definì alcune di esse "infinite". Per eseguirle
si era avvalso della consulenza di diversi matematici, primo fra tutti
Harold Scott MacDonald Coxeter. È stato proprio il grande matematico
recentemente scomparso, che nel 1994 collaborò alla realizzazione del
mio film "Il mondo fantastico di Escher", a spiegarmi come la
più grande ambizione di Escher fosse, per dirla con Shakespeare,
"diventare re di uno spazio infinito rimanendo in un guscio di
noce". L'artista olandese voleva dare un'idea dell'infinito in uno
spazio ridottissimo».
Da figlio di cineasta e autore lei stesso di film, ricorda qualche
pellicola che abbia trattato il tema dell'infinito?
«Stanley Kubrick nella sequenza iniziale di "2001: Odissea nello
spazio" ha reso perfettamente l'idea dell'infinità del cosmo. Ma
c'è un altro film molto meno noto che, secondo me, ha dato un
contributo interessante al tentativo di rappresentare l'infinito al
cinema: si tratta di Moebius, di Gustavo Mosquera. In questa pellicola
del 1996 ambientata in Argentina s'immagina che un convoglio della
metropolitana finisca su una rotaia che, come l'anello di Moebius, ha
una struttura infinita: una metafora che fa riferimento alla tragica
storia dei desaparecidos. Passando dal cinema al teatro, poi, non si
può fare a meno di citare lo spettacolo "Infinities" ideato
da Luca Ronconi: una pièce pensata in modo tale che ciascuno spettatore
ne può vedere solo una parte e non riuscirebbe mai a vederla
integralmente, nemmeno se vi assistesse per un numero di volte
infinito».
Anche la letteratura non ha potuto fare a meno di subire il fascino
dell'infinito.
«Sì, e in questo caso il pensiero non può non andare a Leopardi, che
non solo scrisse il celebre idillio su questo tema, ma probabilmente ne
conosceva anche gli aspetti scientifici, visto che nei suoi studi
giovanili non aveva trascurato la matematica, la fisica e soprattutto
l'astronomia, scienza che con l'infinito ha un rapporto privilegiato.
Anche Borges, con la sua famosa immagine della biblioteca infinita, ha
dato un contributo fondamentale a questa riflessione: non a caso Luca
Ronconi fa esplicito riferimento a lui nel suo "Infinities",
mentre nel film "Moebius" una stazione della metropolitana si
chiama Borges, e in essa i protagonisti incontrano un vecchio cieco che
è un chiaro riferimento allo scrittore argentino».».
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