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Il filosofo inattuale e
impolitico che ci fece rilegger
EGLI non è né moderno né cristiano, di conseguenza non può scendere a
compromessi con il “senso storico”...Non è né socialista né reazionario,
ma semplicemente ignora la politica»: così scriveva, in un ricordo di
Giorgio Colli, il suo discepolo e collaboratore di quasi tutta una vita
Mazzinomontanari, che progettò e realizzò con lui la monumentale
edizione critica degli scritti di Nietzsche, ormai riferimento obbligato
degli studiosi del pensatore tedesco in tutto il mondo. La frase di
Montinari è riportata in apertura della nota bio-bibliografica di Colli
che chiude il bel volume a lui dedicato da Federica Montevecchi. La
biografia di Colli, scomparso nel 1979 quando ancora stava seguendo
l'edizione critica di Nietzsche (che cominciò a pubblicarsi nel 1964
presso l'Adelphi, e della quale sono usciti di recente in italiano due
volumi di epistolario), attraversa una larga parte della storia della
cultura, non solo italiana, del secolo scorso. Nato a Torino nel 1917,
qui studiò nel famoso liceo D'Azeglio e si laureò in legge con Gioele
Solari, di cui fu per un breve periodo assistente, prima di vincere la
cattedra di liceo a Lucca. Qui ebbe come allievo, tra gli altri, Mazzino
Montinari. Con lui Colli, che aveva cominciato molto presto a collaborare
con la casa editrice Einaudi, progettò l'edizione degli scritti di
Nietzsche. Che, per un curioso paradosso, fu possibile anche per il fatto
che Montinari, a differenza del maestro, non era affatto lontano dalla
politica; e anzi riuscì ad ottenere il permesso di studiare nell'archivio
Nietzsche di Weimar, allora nella Repubblica Democratica Tedesca, proprio
in quanto comunista che, per ciò che ne sappiamo, era rimasto fedele al
partito anche dopo la repressione della rivolta ungherese del 1956.
Paradosso al quale se ne aggiunse poco più tardi un altro, giacché
l'editore Einaudi, a cui apparteneva in origine il progetto di Colli e
Montinari, decise, probabilmente anche per ragioni di igiene politica,
diciamo così, di non pubblicare l'edizione dell'opera del
"nazista" Nietzsche. Non fu estranea a questa decisione la
stessa nascita della casa editrice Adelphi, fondata da un ex einaudiano
come Luciano Foà alla fine degli anni Cinquanta. Su questo tema storico,
procediamo anche noi con molte cautele come sembra fare l'autrice della
biografia: che tuttavia dà in nota una lunga citazione di un articolo
(del 1961) di Cesare Vasoli, nel quale egli manifesta scandalo per il
progetto, ancora di Einaudi, di pubblicare Nietzsche, come se lo si
potesse «allineare nella nostra biblioteca con le opere di Gramsci e di
Salvemini». Una citazione che esprime bene il clima polemico in cui si
discuteva allora di questo progetto editoriale. Di cautela della
Montevecchi ci sembra di poter parlare perché il suo libro, peraltro
documentato e pieno di ricostruzioni teoretiche significative, parla
molto poco, o anzi tace completamente, di alcune figure che pure ebbero
un peso decisivo nella storia dell'editrice Adelphi, primi fra tutti
Roberto Calasso e il suo amico e mentore Bobi Bazlen. Diciamo questo
senza alcuna conoscenza men che superficiale della storia in questione;
ma sospettiamo con qualche verosimiglianza che l'assenza totale di un
nome come quello di Calasso nel libro non sia senza una ragione, che ci
sfugge e su cui non vorremmo nemmeno far riaprire una polemica, ma che
pensiamo debba essere segnalata. Forse tutto si riduce però al fatto che
lo studio della Montevecchi, particolarmente degno di attenzione anche
perché unico o quasi nella letteratura critica corrente, è una
"biografia intellettuale", centrata sul pensiero di Colli
filosofo e teorico, più che sulla sua azione di editore e promotore di
cultura. Torna qui la frase di Montinari citata all'inizio. Colli era in
molti sensi un pensatore "inattuale", come amava pensarsi
Nietzsche stesso. La sua azione culturale mirava anzitutto, e forse
esclusivamente, a mettere a disposizione dei suoi contemporanei testi di
portata "classica" capaci di essere «principio di un
rivolgimento» e di far «risorgere la cultura come vita vivente, essenza
di una società, sia pure ristretta, di uomini» (pag. 49). Nessun senso
storico come impegno specifico verso il presente ispirava Colli; ma una
visione della storicità che si identificava con l'idea del classico come
testo dotato di una «eccellenza non effimera nel campo della grandezza
umana» (citazione di Colli, qui a pag. 17). A questa grandezza, Colli
voleva avvicinarsi direttamente, mettendo da parte le incrostazioni di
tradizioni troppo storicamente segnate dalle diverse
"attualità" con cui il testo si era mescolato: non era solo
impolitico, ma anche avversario di ogni considerazione positiva della Wirkungsgeschichte,
cioè della fortuna storica dei testi come parte determinante del loro
significato. Questo atteggiamento, strettamente filologico, ispirò anche
la sua impresa di editore e commentatore di Nietzsche. Impresa che -
soprattutto per il meno impolitico Montinari - equivaleva a «lavare la
faccia al Superuomo» (come intitolò L'Espresso un suo articolo in
morte del maestro), cioè a liberare Nietzsche dalle falsificazioni
"protonaziste" operate dalla sorella Elizabeth nella edizione
degli scritti postumi, confluiti poi in un'opera apocrifa come La
volontà di potenza. Per Colli si trattava sempre solo di accostare in
modo autentico una grandezza espressa in una forma non effimera e solo
perciò capace di una funzione culturale e civilizzatrice, alla fine
ovviamente liberante. E' questo il senso che Colli dà al classico come
espressione piena di valore, e in quanto tale anche riservata a pochi:
penso alle pagine sui misteri eleusini e sul carattere aristocratico
della sapienza greca, al suo amore per Eraclito l'oscuro (La natura
ama nascondersi, si intitolava la sua prima raccolta di studi sulla
filosofia greca). La filosofia dell'espressione, come Colli
intitolò uno dei suoi libri teorici più densi, è spesso fin troppo
conforme a questo modello mistico e iniziatico - che Federica Montevecchi
ci aiuta non poco a penetrare. Ma che resta segnata proprio da quella
inattualità a cui persino Nietzsche, almeno nella sua opera matura, cercò
di sottrarsi, magari addirittura convincendosi di poter fondare davvero
una nuova cultura e una "grande politica", che Colli e
Montinari, nei loro commenti, vedono se non come l'inizio della sua
pazzia, almeno come segno di una hybris smisurata che non ne è
molto lontana. L'impressione che si ha leggendo la biografia della
Montevecchi, e ripensando alla sua luce gli scritti di Colli, è che egli
sia rimasto forse fin troppo fedele al Nietzsche giovane filologo,
cultore di Schopenhauer, scopritore della dualità Apollo-Dioniso alla
quale anche lui attribuisce un significato centrale. Nietzsche finì per
non pensare più questa dualità come una coppia di termini legati in una
dialettica eterna come la vita stessa, che invece resta tale nel pensiero
di Colli; il quale così mantiene una sua algida inattualità che non solo
non si lascia ridurre al presente, ma anche rischia di rendere
problematica ogni prospettiva di futuro.
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