RASSEGNA STAMPA

13 NOVEMBRE 2004
GIANNI VATTIMO
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Il filosofo inattuale e impolitico che ci fece rilegger

 

EGLI non è né moderno né cristiano, di conseguenza non può scendere a compromessi con il “senso storico”...Non è né socialista né reazionario, ma semplicemente ignora la politica»: così scriveva, in un ricordo di Giorgio Colli, il suo discepolo e collaboratore di quasi tutta una vita Mazzinomontanari, che progettò e realizzò con lui la monumentale edizione critica degli scritti di Nietzsche, ormai riferimento obbligato degli studiosi del pensatore tedesco in tutto il mondo. La frase di Montinari è riportata in apertura della nota bio-bibliografica di Colli che chiude il bel volume a lui dedicato da Federica Montevecchi. La biografia di Colli, scomparso nel 1979 quando ancora stava seguendo l'edizione critica di Nietzsche (che cominciò a pubblicarsi nel 1964 presso l'Adelphi, e della quale sono usciti di recente in italiano due volumi di epistolario), attraversa una larga parte della storia della cultura, non solo italiana, del secolo scorso. Nato a Torino nel 1917, qui studiò nel famoso liceo D'Azeglio e si laureò in legge con Gioele Solari, di cui fu per un breve periodo assistente, prima di vincere la cattedra di liceo a Lucca. Qui ebbe come allievo, tra gli altri, Mazzino Montinari. Con lui Colli, che aveva cominciato molto presto a collaborare con la casa editrice Einaudi, progettò l'edizione degli scritti di Nietzsche. Che, per un curioso paradosso, fu possibile anche per il fatto che Montinari, a differenza del maestro, non era affatto lontano dalla politica; e anzi riuscì ad ottenere il permesso di studiare nell'archivio Nietzsche di Weimar, allora nella Repubblica Democratica Tedesca, proprio in quanto comunista che, per ciò che ne sappiamo, era rimasto fedele al partito anche dopo la repressione della rivolta ungherese del 1956. Paradosso al quale se ne aggiunse poco più tardi un altro, giacché l'editore Einaudi, a cui apparteneva in origine il progetto di Colli e Montinari, decise, probabilmente anche per ragioni di igiene politica, diciamo così, di non pubblicare l'edizione dell'opera del "nazista" Nietzsche. Non fu estranea a questa decisione la stessa nascita della casa editrice Adelphi, fondata da un ex einaudiano come Luciano Foà alla fine degli anni Cinquanta. Su questo tema storico, procediamo anche noi con molte cautele come sembra fare l'autrice della biografia: che tuttavia dà in nota una lunga citazione di un articolo (del 1961) di Cesare Vasoli, nel quale egli manifesta scandalo per il progetto, ancora di Einaudi, di pubblicare Nietzsche, come se lo si potesse «allineare nella nostra biblioteca con le opere di Gramsci e di Salvemini». Una citazione che esprime bene il clima polemico in cui si discuteva allora di questo progetto editoriale. Di cautela della Montevecchi ci sembra di poter parlare perché il suo libro, peraltro documentato e pieno di ricostruzioni teoretiche significative, parla molto poco, o anzi tace completamente, di alcune figure che pure ebbero un peso decisivo nella storia dell'editrice Adelphi, primi fra tutti Roberto Calasso e il suo amico e mentore Bobi Bazlen. Diciamo questo senza alcuna conoscenza men che superficiale della storia in questione; ma sospettiamo con qualche verosimiglianza che l'assenza totale di un nome come quello di Calasso nel libro non sia senza una ragione, che ci sfugge e su cui non vorremmo nemmeno far riaprire una polemica, ma che pensiamo debba essere segnalata. Forse tutto si riduce però al fatto che lo studio della Montevecchi, particolarmente degno di attenzione anche perché unico o quasi nella letteratura critica corrente, è una "biografia intellettuale", centrata sul pensiero di Colli filosofo e teorico, più che sulla sua azione di editore e promotore di cultura. Torna qui la frase di Montinari citata all'inizio. Colli era in molti sensi un pensatore "inattuale", come amava pensarsi Nietzsche stesso. La sua azione culturale mirava anzitutto, e forse esclusivamente, a mettere a disposizione dei suoi contemporanei testi di portata "classica" capaci di essere «principio di un rivolgimento» e di far «risorgere la cultura come vita vivente, essenza di una società, sia pure ristretta, di uomini» (pag. 49). Nessun senso storico come impegno specifico verso il presente ispirava Colli; ma una visione della storicità che si identificava con l'idea del classico come testo dotato di una «eccellenza non effimera nel campo della grandezza umana» (citazione di Colli, qui a pag. 17). A questa grandezza, Colli voleva avvicinarsi direttamente, mettendo da parte le incrostazioni di tradizioni troppo storicamente segnate dalle diverse "attualità" con cui il testo si era mescolato: non era solo impolitico, ma anche avversario di ogni considerazione positiva della Wirkungsgeschichte, cioè della fortuna storica dei testi come parte determinante del loro significato. Questo atteggiamento, strettamente filologico, ispirò anche la sua impresa di editore e commentatore di Nietzsche. Impresa che - soprattutto per il meno impolitico Montinari - equivaleva a «lavare la faccia al Superuomo» (come intitolò L'Espresso un suo articolo in morte del maestro), cioè a liberare Nietzsche dalle falsificazioni "protonaziste" operate dalla sorella Elizabeth nella edizione degli scritti postumi, confluiti poi in un'opera apocrifa come La volontà di potenza. Per Colli si trattava sempre solo di accostare in modo autentico una grandezza espressa in una forma non effimera e solo perciò capace di una funzione culturale e civilizzatrice, alla fine ovviamente liberante. E' questo il senso che Colli dà al classico come espressione piena di valore, e in quanto tale anche riservata a pochi: penso alle pagine sui misteri eleusini e sul carattere aristocratico della sapienza greca, al suo amore per Eraclito l'oscuro (La natura ama nascondersi, si intitolava la sua prima raccolta di studi sulla filosofia greca). La filosofia dell'espressione, come Colli intitolò uno dei suoi libri teorici più densi, è spesso fin troppo conforme a questo modello mistico e iniziatico - che Federica Montevecchi ci aiuta non poco a penetrare. Ma che resta segnata proprio da quella inattualità a cui persino Nietzsche, almeno nella sua opera matura, cercò di sottrarsi, magari addirittura convincendosi di poter fondare davvero una nuova cultura e una "grande politica", che Colli e Montinari, nei loro commenti, vedono se non come l'inizio della sua pazzia, almeno come segno di una hybris smisurata che non ne è molto lontana. L'impressione che si ha leggendo la biografia della Montevecchi, e ripensando alla sua luce gli scritti di Colli, è che egli sia rimasto forse fin troppo fedele al Nietzsche giovane filologo, cultore di Schopenhauer, scopritore della dualità Apollo-Dioniso alla quale anche lui attribuisce un significato centrale. Nietzsche finì per non pensare più questa dualità come una coppia di termini legati in una dialettica eterna come la vita stessa, che invece resta tale nel pensiero di Colli; il quale così mantiene una sua algida inattualità che non solo non si lascia ridurre al presente, ma anche rischia di rendere problematica ogni prospettiva di futuro.




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