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La
Terra non sopporta più il delirio famelico di noi uomini
In un saggio di Wilson e in una
enciclopedia di Eldredge una critica ecologica della Tecnica
INQUINAMENTO, sovrappopolazione, distruzione di risorse non rinnovabili,
perdita sempre più veloce della biodiversità. L'elenco potrebbe continuare.
Servirebbero rimedi efficaci, consumi diversi e un consenso convinto alla
tutela ambientale. Invece no. Il Protocollo di Kyoto sui gas di serra fatica ad
essere applicato; la popolazione umana ha rallentato la sua crescita, ma siamo
comunque troppi (dalla comparsa dell'uomo, solo verso il 1850 il primo miliardo
di abitanti, 2 miliardi nel 1930, oggi superiamo i 6 miliardi); e invece di
risparmiare, consumiamo il doppio dell'energia del 1970 e (secondo le stime) il
consumo crescerà di un altro 60% entro il 2020. La Terra è malata e la malattia
è l'uomo. Che dovrebbe esserne però anche il medico e la cura. Strana società,
allora, quella umana. Puliamo incessantemente le nostre case private, facciamo
manutenzione, curiamo l'eredità per i nostri figli. Ma quando si esce dalla
nostra casa e si entra in quella “casa comune” che è la Terra - che contiene di
fatto le nostre società e tutte le nostre case private - ecco che i nostri
comportamenti cambiano: sprechiamo, distruggiamo, non pensiamo al futuro. Non
solo: viviamo di molte paure, spesso reali, più spesso prodotte ai soli fini di
controllo sociale. Così oggi chiediamo (siamo indotti a chiedere) maggiore
sicurezza, accettiamo controlli infiniti e ovunque che limitano la nostra
libertà, ma non c'è nessuna paura per la crisi ambientale, questa paura o non
esiste (siamo indotti a credere che non esista) o viene rimossa. Dall'altra
parte, troppi controlli, si dice (come per gli ogm) violerebbero la libertà
dell'economia e della scienza. Una contraddizione: molti controlli alla società
e alla libertà delle persone, nessun controllo a tecnica ed economia. La paura
che produce rabbia e reazione esplode solo quando sorge una discarica vicino a
casa nostra. E dunque: una società come la nostra che emargina o rimuove
ogni diversità in nome della normalità conformista o dell'ordine prescritto,
potrà mai accettare di tutelare (persino) la biodiversità? Un'economia
che si fonda sulla assenza di limiti e sulla incessante distruzione
consumistica di beni e servizi, il cui solo scopo è quello di essere rapidamente
consumati e sostituiti da altri beni da distruggere a loro volta e così non
fermare mai la macchina produttiva (e se c'è crisi, subito si invoca lo stimolo
dei consumi), “questa” economia potrà mai accettare una limitazione dei suoi
stessi meccanismi di funzionamento? E le religioni che hanno affidato
all'uomo il compito di “soggiogare” la Terra, accetteranno mai di condividere
la creazione e di contenere la popolazione? E noi tutti, che temevamo i
lupi cattivi ma che non temiamo la tecnica, neppure se pericolosa, noi che
sempre più viviamo nell'artificiale, sapremo difendere la realtà naturale?
Che fare? Serve una nuova etica, scrive Edward O. Wilson - biologo, entomologo
di Harvard, uno dei padri della sociobiologia, decano degli studi sulla biodiversità
- nel suo documentato, lucido e appassionato saggio
Il futuro della vita. Un'etica della conservazione. Che ci faccia pensare
diversamente. La ricchezza del mondo, ad esempio: in crescita, se misurata in
base al prodotto interno lordo (pil), ma drammaticamente in calo, «se nel
calcolo si tiene conto delle condizioni della biosfera». Come conciliare allora
economia ed ecologia? «Soltanto in uno stato di delirio euforico si può non
capire che, qualsiasi cosa l'umanità faccia o non faccia, la capacità della
Terra di mantenere la nostra specie sta raggiungendo il limite». E dunque?
Forse, scrive Wilson, la «valanga del capitalismo basato sulla tecnologia non
sarà fermata. Il suo impeto è rafforzato da miliardi di poveri ansiosi di
condividere la ricchezza delle nazioni ricche. Però è possibile modificare la
sua direzione». Wilson è ottimista. Per farlo, servirebbe appunto
un'etica nuova. Una nuova biofilia. Ecco allora La vita sulla Terra, a
cura di Niles Eldredge - paleontologo e biologo di fama mondiale, studioso come
Wilson della biodiversità (sarà presente il 6 novembre al Festival della
scienza di Genova ad una tavola rotonda proprio su questi temi).
Un'enciclopedia che integra ecologia, teoria dell'evoluzione e studio della
biodiversità (200 voci, precedute da quattro saggi di approfondimento). E
insieme, un'analisi dettagliata del nostro impatto sull'ambiente. Con un buon
elenco di “cose da fare”. «E' in corso una gara tra le forze tecnoscientifiche
che stanno distruggendo l'ambiente vivo - scrive Wilson nell'immaginaria
lettera ad Henry Thoreau, padre/profeta dell'ambientalismo, che apre il suo
libro - e le forze che si possono incanalare per salvarlo. Siamo all'interno di
un collo di bottiglia dovuto alla sovrappopolazione e a un consumo distruttivo.
Sono state la scienza e la tecnologia a condurci in questo collo di bottiglia.
Ora devono aiutarci ad uscirne». Grazie anche ad una nuova etica. Ma scienza e
tecnica accetteranno mai di sottomettersi all'etica? E soprattutto: come
costruire questa nuova etica se nessuna etica sembra resistere alla forza
consumante del consumo? |