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Il
maestro, l'allievo e la critica alla malattia speculativa della filosofia
italiana
Dall'Italia, cronache
marxiane
Un seminario in tre tappe
alla Casa delle Letterature di Roma su due filosofi eterodossi della nostra
cultura. Le opere di Galvano Della Volpe e Lucio Colletti alla luce della
loro eredità teorica. Concorde è stato il giudizio sulla rottura operata con
lo storicismo e sul controverso tentativo di presentare il marxismo come
scienza esatta
Teorici in gabbia Una lettura innovativa di Marx che
non seppe affrontare le sfide della «rivoluzione mondiale del Sessantotto»
C'era una volta il marxismo italiano. Da quando
gli intellettuali e i partiti della sinistra conquistati dalla sirena
neo-liberale hanno rinunciato ad una politica di egemonia culturale in
Italia, la sua storia riposa da un trentennio nei cassetti di pochi chierici
dediti alla compilazione di commenti e glosse al testo marxiano. Una delle
occasioni per riparlarne, ripensando ad uno dei suoi momento fondativi, la
teoria di un Marx critico radicale di Hegel e della polemica contro lo
storicismo italiano che tracciava una continuità tra loro imponendo, sul
piano nazionale, una linea interpretativa che univa De Sanctis, Labriola,
Croce e Gramsci, è stato il convegno organizzato dall'assessorato alla
cultura del comune di Roma, dalla «Casa delle letteratura» e dalla
«Fondazione Lucio Colletti» svoltosi a Roma dal 30 settembre al 5 ottobre su Galvano della Volpe, Lucio
Colletti e il materialismo italiano. Strano destino quello del maestro e
dell'allievo: il primo è stato il teorico dell'anti-hegelismo marxiano. Il
secondo, pur partendo dalle stesse premesse, giungeva alla fine degli anni 70
ad un anti-marxismo radicale. Due personalità complesse, ugualmente
eterodosse, che hanno condiviso da protagonisti la stessa vicenda, quella del
marxismo italiano. Il primo si oppose strenuamente allo storicismo gramsciano
rielaborato da Togliatti, evento piuttosto raro che non gli creò molte
simpatie nel partito comunista, ma che lo portò ad elaborare l'idea di una
continuità filosofica e scientifica tra il giovane Marx, il cosiddetto
«scienziato morale», e il Marx più maturo, lo studioso dell'economia politica
del capitalismo. Colletti raccoglieva l'eredità del maestro durante le sue
lezioni all'università di Roma nei primi anni 60 quando, forse unico docente
in Italia, glossava riga per riga le pagine del primo libro del Capitale, in particolar modo quelle
dedicate alla circolazione semplice delle merci.
La morale di Galileo
Uno dei meriti storici che vanno riconosciuti al maestro e
al discepolo è senz'altro la rottura con la tradizione storicista italiana e
poi con quella del materialismo dialettico di Lissenko, il famigerato diamat, quella dottrina dogmatica imposta a livello
internazionale dagli accademici sovietici. Sia pure scontando alcuni limiti,
derivanti dalla cultura idealistica italiana fondata su una pesante ipoteca
umanistica di fondo, Della Volpe prima e Colletti poi, impostarono una
«svolta scientifica» del marxismo che consisteva nel ritorno alla lettera di
Marx, e in una «logica filosofica intesa come scienza storico-sperimentale»
ispirata «a quella filosofia della scienza di cui i primi fondamenti
metodologici sono stati posti da Marx nella sua critica all'idealismo
hegeliano» scriveva Della Volpe in Logica come
scienza positiva del 1950.
La rivolta dellavolpiana contro il materialismo dialettico
avveniva nello stesso decennio in cui, nel 1946, Giulio Preti pubblicava sul Politecnico un saggio in cui sosteneva che il diamat era una metafisica, e quindi una filosofia
antiscientifica, e Ludovico Geymonat pubblicava nel 1956 un saggio sul Contemporaneo, l'inserto di Rinascita,
intitolato «Troppo idealismo», in cui rivendicava contro l'idealismo
gentiliano-crociano la tradizione scientifica da Galilei fino a Cattaneo per
lanciare una nuova stagione «neo-illuminista» nella filosofia italiana. E in
quello stesso anno licenziava per Einaudi il suo libro su Galileo. Della
Volpe introduceva in questo dibattito il principio della sperimentalità,
essenziale per le scienze naturali, anche nell'ambito delle scienze umane.
Gli diede anche una definizione, quella di «galileismo morale». «La sua
critica - sottolinea Giulio Giorello, allievo di Geymonat a Milano - colpiva
l'idealismo del movimento operaio, influenzato da Croce e Gentile, ignorando
che la tradizione scientifica italiana era antiautoritaria». In piena battaglia
anti-stalinista, il ritorno a Galileo era dunque un segnale forte. Il
galileismo morale di Della Volpe - continua Giorello - «stabiliva il valore
dall'esperienza nella conoscenza perché è da essa che nascono le ipotesi, si
verificano alcuni fatti, da cui seguono conferme o disprove».
Da questo rigore sperimentale, ai limiti del positivismo,
anche se attento alla metodologia scientifica della ricerca (morale, oltre
che logica), discendeva la tesi di un marxismo inteso come galileismo delle
scienze sociali, insomma una critica dell'economia politica come scienza
esatta, niente di più o di meno della biologia o dell'ingegneria meccanica.
In un'intervista all'Espresso del 1965 Della
Volpe affermò che la filosofia «è sociologia, politica, economia, storia»: insomma
aveva perso la sua autosufficienza speculativa ed adottato il rigore
dell'analisi sociale. Era una sfumatura importante: con il suo scientismo
Della Volpe non intendeva affondare lo storicismo in quanto tale, ma
attaccava la sua derivazione idealistica a favore di quella materialistica.
Alla luce di queste dichiarazioni riesce difficile spiegare la sua
sottovalutazione delle ricerche sociali della scuola di Francoforte,
accompagnate dal rigetto della Dialettica
dell'illuminismo di Theodor W. Adorno e Max Horkheimer. «Si tratta
dell'ennesima reazione spiritualistica, romantica nel fondo, contro la
tecnica e la moderna organizzazione sociale» scriveva sul Contemporaneo nel 1966. E Colletti aggiungeva, con
l'ironia sprezzante che certo non gli mancava, su Problemi
del socialismo nel 1967: un libro banale. Al di là del giudizio sul
libro, al maestro e al discepolo, pur non essendosi mai cimentati con la
ricerca sociale, non piaceva la sociologia moderna di ambiente tedesco ed
anglosassone che, leggendo la società attraverso funzioni impersonali e i
sistemi sociali, superava la loro idea di filosofia «galileiana».
Della Volpe, e poi Colletti, si scagliavano contro «la
malattia speculativa di cui soffriva il marxismo in quegli anni - ricorda
Emilio Garroni che in quegli anni insegnava estetica a Roma - Ma quel
materialismo storico, pur confortato da verifiche scientifiche, aveva
anch'esso limiti idealistici che lo dilatarono a teoria della storia». Erano
limiti che riportavano il loro furore anti-hegeliano al punto di partenza:
entrambi non si rassegnavano al fatto che Marx avesse intrattenuto rapporti
molto intensi con Hegel sin dalla giovane età. L'atteggiamento di Dalla Volpe
verso Hegel era mutuato dal Marx della Critica
della filosofia del diritto di Hegel, di cui curò la prima traduzione per
Editori Riuniti nel 1946, poi emendata e riscritta con il titolo Critica del diritto statuale hegeliano da Roberto Finelli
e Francesco Trincia per le Edizioni dell'Ateneo nel 1983.
Hegel fu anche il cuore del dramma teorico di Colletti (Il marxismo e Hegel). Si consumò nel giro di un decennio,
tra la pubblicazione nel 1969 di Ideologia e
società e il 1979 con Tra marxismo e no,
passando attraverso il libro rivelatore della crisi del suo marxismo che fu
l'Intervista politico-filosofica del 1974.
Colletti andava cioè scoprendo che le ascendenze dell'aristotelismo
antiplatonico, o dell'empirismo inglese di Hume erano secondarie rispetto a
quelle derivanti dalla Scienza della Logica di
Hegel. Ma trascurava ugualmente di vedere che Marx si liberò di Hegel nei Grundrisse e nel Capitale,
sostituendo alla logica dell'essere e del nulla quella dell'astratto e del
concreto, aprendosi così al metodo e alla dialettica dell'astrazione reale. Questa parabola è evidente nella loro
formulazione di lavoro astratto usato in
termini logico-epistemologici e non come figura storica della forza-lavoro.
Sarà poi l'operaismo da Mario Tronti ad Antonio Negri, fino a Paolo Virno, ad
individuare nel lavoro astratto la cruna dell'ago dove passare per porre il
problema della classe operaia come soggetto politico: «Noi abbiamo usato la
loro lettura materialistica del capitale - osserva Mario Tronti - e ci
abbiamo aggiunto una storia della lotta di classe».
Il successivo distacco di Colletti dal marxismo, a cui
attribuiva negli ultimi anni una filosofia della storia di tipo totalitario e
reazionario sull'onda di un certo revisionismo propagandistico e virulento,
esemplifica la crisi forse irreversibile del marxismo italiano, ma evidenzia
allo stesso tempo alcune costanti nella cultura filosofica italiana. In primo
luogo bisogna dire che la battaglia anti-hegeliana di Della Volpe e Colletti,
al di là della loro effettiva lettura di Hegel,
rivoluzionò la genealogia del marxismo ufficiale di ascendenza engelsiana
(fondato sulla Dialettica della natura e
sull'Antidühring). Quella rottura scontava
tuttavia il limite di una lettura che imponeva una continuità tra il giovane
Marx e quello del Capitale, e quindi l'estensione di un paradigma umanistico all'intera
opera del pensatore tedesco, negando i risultati più avanzati ottenuti in
quegli stessi anni da Louis Althusser (in Per
Marx e Leggere il capitale) che sancivano invece l'esistenza di una rottura epistemologica tra i lavori del giovane Marx e
il Capitale, un salto di paradigma
interpretativo che trovava nella famosa introduzione alla Critica dell'economia politica del 1857 la sua premessa
essenziale.
Della Volpe e Colletti non accettavano invece la tesi dei
due Marx: il Marx dell'alienazione e della contraddizione e il Marx
dell'astrazione reale. Per loro Marx partiva da una specie di metafisica del
soggetto, dall'idea cioè che l'uomo in qualità di produttore fosse il
dominatore della natura e della storia. Ne discendeva una tesi correlata: l'alienazione
era il prodotto della contraddizione tra le forze produttive e i rapporti
sociali di produzione che tendevano a svuotare la potenza produttiva dell'homo faber. A quest'ultimo toccava il compito di
riappropriarsi della sua essenza originaria espropriata dal capitale. Era un marxismo senza capitale, che non solo non vedeva la
dialettica astratto-concreto del capitale, ma curvava l'ispirazione
organicistica originaria di Marx desunta da Feuerbach in senso scientista o
materialista.
Salto di paradigma
Nelle lezioni, frequentate da gran parte della generazione
che avrebbe fatto il Sessantotto romano, Colletti andava così elaborando una
lettura del capitale attraverso la teoria dell'alienazione del giovane Marx,
rifiutando l'idea che il capitale fosse il prodotto di una contraddizione in
processo. Rifiutava cioè quella paradossale scoperta dell'astrazione reale che Marx fece nel Capitale compiendo una
vera e propria rottura epistemologica ed antropologica rispetto ai testi
giovanili: la Questione ebraica, i Manoscritti economico-filosofici del 1844 e l'Ideologia tedesca.
Per Mario Tronti, Colletti «si era imbucato in questa
via del marxismo come scienza esatta che doveva servire alla politica». Ma
alla politica non è mai servita una scienza esatta: «Il marxismo - continua
Tronti - è un'analisi del capitalismo in funzione della teoria della
rivoluzione. L'analisi è un procedimento quasi militare di aggressione
dell'oggetto scientifico». Per questo il marxismo non può essere considerato
una scienza, ma un dispositivo teorico di lotta. Della Volpe, a suo modo, lo
usava nella sua Critica dell'ideologia dominante
del 1967, quando criticava la democrazia rappresentativa, e la sua
ideologia, proponendo un diritto post-borghese che «consentisse ad ogni
persona di realizzarsi attraverso la società».
Che il marxismo non fosse soltanto una sociologia, ma uno
strumento politico, Colletti lo aveva nel suo piccolo sperimentato negli anni
della rivista trotskista «La sinistra» (1965-7), pubblicata da Savelli, che
contestava il Pci e il suo riformismo, dalle stesse posizioni del movimento
del Sessantotto. Ma quel movimento e, soprattutto quello dell'autonomia del
1977, contestò violentemente il suo magistero accademico. Colletti non ne
capiva affatto la vocazione anti-autoritaria e se ne doleva profondamente,
anche perché la «sinistra ufficiale» non lo difese perché troppo impegnata a
difendersi a sua volta dai duri attacchi del movimento.
Colletti maturò così altre scelte, improntate ad un
rapporto preferenziale con i leaders
politici, Craxi e Berlusconi in particolare. «La sua vocazione era quella di
condizionare le scelte politiche - aggiunge Tronti - e cercava il luogo in
cui questo era possibile». Una vocazione politica che ha prodotto in realtà
pochi risultati e ha accompagnato lo spegnersi della sua analisi filosofica a
mera testimonianza. «Era il precursore - continua Tronti - di un
intellettuale di sinistra, anche marxista, rigoroso nel suo specialismo, e ce
ne sono molti in giro, che quando parla di politica si sente in dovere di
essere portavoce del senso comune e vendere concetti di bassa cucina». Ciò
che lo ha salvato è l'essere stato un filosofo per una sola stagione teorica:
«Colletti è stato un marxista e poi più nulla», conclude Tronti.
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