![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 29 SETTEMBRE 2004 |
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GLI APPROFONDIMENTI RECENTI PIù IMPORTANTI NEL PENSIERO DI
LéVINAS E DERIDDA |
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Responsabilità, genesi di un concetto |
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Il concetto di responsabilità nasce nel contesto del
pensiero moderno, in ambito politico – il primo a parlarne è Alessandro
Hamilton nel “Federalist” in espressioni come ‘governo responsabile’ o
‘responsabilità del governo’ – e da qui trapassa poi alla filosofia, dove
ritrova ampio impiego nell’odierna riflessione morale in modo particolare per
qualificare un modo di formulare il problema etico (indicato, per l’appunto,
come etica della responsabilità) in opposizione – o, comunque, in alternativa
– ad un’altra prospettiva indicata come ‘etica della convinzione’ (Max
Weber). L’etica della responsabilità ha trovato un convinto sostenitore in
Hans Jonas, secondo il quale è possibile conferire alla responsabilità il
carattere di un autentico ‘principio ecologico’ , in forza del quale ciascuno
di noi è in qualche modo ‘obbligato’ anche verso le generazioni future
(coloro che non sono ancora nati) ed addirittura verso l’intero ambito della
biosfera. In tempi più recenti, gli approfondimenti più rilevanti dell’etica
della responsabilità possono essere ritrovati nel pensiero francese
contemporaneo, soprattutto nelle opere di Emmanuel Lévinas e di Jacques
Derrida, i quali hanno messo a fuoco le difficoltà di ordine teorico e i
paradossi insiti nella nozione stessa di responsabilità. La prima questione è
quella di non far coincidere strettamente il concetto di responsabilità con
quello di origine giuridica di ‘imputabilità’. Alla base, infatti,
dell’impostazione giuridica della responsabilità, sussiste un presupposto di
carattere teoretico, che deve essere esplicitato. Tale assunzione può essere
descritta nei termini di una rigorosa corrispondenza fra due aspetti o lati,
tale per cui sussiste la possibilità di commisurare le conseguenze rispetto
alle azioni, di ritenere cioè che le conseguenze non soltanto siano
originate, generate, dalle azioni, ma siano simmetricamente corrispondenti ad
esse. A fondamento della concezione etico-giuridica della responsabilità
funziona insomma una logica della corrispondenza, della simmetria che
riproduce quella stessa logica della retribuzione che è reperibile
nell’ambito del diritto penale, per quanto riguarda la relazione fra colpa e
pena. L’idea che ciascuna colpa, in quanto tale, esiga una pena ad essa
proporzionalmente corrispondente, e che dunque nessuna colpa possa essere
lasciata senza un’adeguata retribuzione in termini di pena, scaturisce
dall’indebita persistenza di presupposti di carattere mitologico-religioso
proprio in un campo, quale è quello del diritto penale, che dovrebbe
viceversa essere totalmente privo di condizionamenti extragiuridici.
Concependo la pena come corrispettivo della colpa, si finisce infatti per
attribuire ad essa la funzione di una condotta di annullamento, capace di
lavare la macchia della colpa, e di ripristinare l’integrità dell’ordine
vulnerato da colui che si sia reso responsabile di una violazione. Per questa
via, il binomio colpa-pena denuncia la sua diretta derivazione dalla coppia
peccato-castigo, rivelando dunque la sopravvivenza di un’impostazione
generale di stampo religioso in ambito giuridico. Difatti, la relazione di
proporzionalità fra colpa e pena si regge soltanto se si accetta che la pena
possa funzionare come espiazione, vale a dire soltanto a condizione di
assumerla come qualcosa che sia intrinsecamente capace di cancellare il reato
e dunque di reintegrare l’ordine. Soltanto alla condizione che alla
pena-espiazione venga attribuita la stessa funzione attribuita alla
purificazione in ambito religioso. La conclusione di tale paradosso mette in
evidenza l’esistenza di un’aporia insormontabile a fondamento del diritto
penale. L’equivalenza posta fra colpa e pena non testimonia affatto, come
pure si vorrebbe credere, l’assunzione di un criterio massimamente razionale,
rigorosamente proporzionalistico, di tipo calcolistico-matematico, ma
esattamente al contrario manifesta la condivisione di un presupposto
razionalmente infondato, o almeno indimostrabile, giustificabile solo in un
contesto di carattere religioso od in una prospettiva mitologica. Come ha
dimostrato Paul Ricoeur, già nella dottrina paolina della ‘sovrabbondanza’,
descritta nell’“Epistola ai Romani”, la presunta razionalità della pena quale
equo ‘salario’ del peccato si rivela in effetti molto meno convincente di
quanto ci si potrebbe aspettare, dal momento che tale ipotetica razionalità
si fonda sulla corrispondenza fra due elementi – il peccato ed il castigo
ovvero, in termini giuridici, il crimine e la punizione – che sono invece
palesemente eterogenei. Su tali temi è uscita di recente una importante
silloge a cura di Bruna Giacobini, “Il problema responsabilità”, (Padova,
Clueb, 2004, pp. 388), con contributi di Umberto Curi, Fabio Erigenti, Marco
Piazza, Beatrice Centi, Barbara Scapolo, Gaetano Rametta, Anabella D’Atri,
Daniela Lunardelli, Mara Merletti Bertolini, Mario Vergani, Carmine Di
Martino, Maurizio Di Bartolo, Alessandro Tessari, Silvia Collutto. In un
testo apparso originariamente nel 1999, “Donner la mort”, Jacques Derrida
sottolinea che alla base della nozione di responsabilità vi è un’aporia. Essa
deriva dal fatto che si subordina la responsabilità all’oggettività del
sapere, il che comporta l’annullamento della stessa responsabilità.
Un’aporia, quella fra il sapere e l’agire, che tende a radicalizzarsi sempre
di più e che solo Abramo, in quanto padre della fede, porta a compiuta
soluzione. Dal riferimento alla paradigmatica vicenda di Abramo, Derrida fa
scaturire una conseguenza fondamentale: il segreto della responsabilità
consiste nell’ospitare in sé un nocciolo di irresponsabilità. |