![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 27 SETTEMBRE 2004 |
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Dieci anni fa moriva il pensatore austriaco, che si definiva un
socratico: anche per lui il sapere di non sapere era l’unica certezza
Contrario a tutti i totalitarismi,
critico verso lo strapotere televisivo
«Io sono un socratico», amava dire
di sé Karl Popper, di cui ricorre il decimo anniversario della scomparsa. Di
Socrate condivideva infatti il sapere di non sapere come unica certezza, tanto
che a chi lo interrogava sui limiti della conoscenza umana replicava con un
esempio suggestivo: «somigliamo ad un uomo scuro che in una camera buia cerca
un cappello nero che forse non esiste». Che l'uomo brancoli nel buio non è una
novità, ma che a dirlo fosse un filosofo della scienza, dai più ritenuta una
solida forma di sapere, poteva destare meraviglia. Ma per Popper la scienza
nasce da congetture soggette a continue confutazioni e perciò sostituite da
nuove congetture, destinate a fare la stessa fine. E' la sua miseria e la sua
nobiltà: non offre certezza assolute, ma mettendosi sempre in discussione,
progredisce.
Su queste basi, è possibile tracciare una linea di demarcazione fra la scienza
vera e propria e le pseudo scienze. Queste ultime poggiano su presupposti
capaci di adattarsi a qualsiasi evento, mentre un'affermazione scientifica deve
essere formulata in modo da poter essere "falsificata", ossia
smentita dai fatti. La psicoanalisi, o certe grandi teorie filosofiche, che si
presumono scientifiche (ad esempio il marxismo), non superano questo esame.
Infatti, qualsiasi cosa accada, sono in grado di spiegarla: un'apparente
onnipotenza, che invece dimostra la loro inconsistenza scientifica.
Da questa analisi, Popper ricava alcune conseguenze di carattere politico. Le
utopie rivoluzionarie nascono dalla convinzione di conoscere il senso della
storia e quindi di poter creare una società perfetta, in linea, appunto, con
l'andamento della storia. Nascono così le società "chiuse", i
totalitarismi di ogni tipo e colore: il possesso di presunte verità assolute
giustifica infatti l'utilizzazione di ogni mezzo atto ad imporle. Meglio
affidarsi ad un procedimento, in senso lato, scientifico: andare avanti per
prove ed errori, a piccoli passi, attraverso le riforme, creando una società
"aperta" e democratica, capace di mettersi sempre in discussione.
Convinzioni di questo genere non potevano non suscitare consensi e dissensi
altrettanto radicali. Fenomeno fisiologico in filosofia, che però da noi ha
assunto caratteri patologici. Troppo laico per piacere ai cattolici e
decisamente avverso al marxismo, Popper è stato per lungo tempo trascurato in
Italia. E' una storia nota, esemplificata dal caso di uno dei suoi lavori più
importanti, "La società aperta ed i suoi nemici", tradotto e
pubblicato con quasi trent'anni di ritardo e solo grazie ad un piccolo editore
ed alla ostinazione di Dario Antiseri, che, con Marcello Pera, l'attuale
presidente del Senato, rappresenta la punta di diamante di quelli che sono
stati definiti "popperiani storici", ossia di quegli studiosi che
hanno fatto conoscere ed apprezzare questo filosofo in Italia.
Certo, Popper è un filosofo scomodo, spesso "politicamente
scorretto". Ha dato fastidio la sua radicale avversione a tutti i
totalitarismi, di destra e di sinistra, la simpatia manifestata negli ultimi
anni per i conservatori inglesi, la critica allo strapotere televisivo,
l'antipatia per i verdi ("nei vostri locali pieni di fumo non
entro"), per i pacifisti ("l'attuale movimento pacifista minaccia la
pace più di quanto non la favorisca"), per chi demonizza il presente,
contrapponendolo ad un passato più felice che non è mai esistito, perché, pur
con tutti i suoi limiti, quello attuale è "il miglior mondo in cui si sia
vissuto finora".
Da ultimo, ma non in ordine di importanza, Popper è un filosofo che cerca di
farsi capire ("quelli che non sanno parlare o scrivere chiaramente,
dovrebbero stare zitti"), una qualità che in filosofia può diventare un
difetto, vista la facilità con cui i pensatori fumosi diventano famosi.