![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 SETTEMBRE 2004 |
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L'incerto
nomos della terra
Tra territorio e terra,
tra luogo e spazi, le genealogie del mondo
Si è concluso il festival della filosofia di Modena. Un
confronto tra fisici, geografi, filosofi e antropologi sulla fine della
rappresentazione cartografica del mondo
Filosofi, sociologi e
antropologi che leggono il mondo attraverso la geografia, e viceversa. E'
senz'altro questa una delle idee più nuove della quarta edizione del festival
di filosofia svoltosi tra Modena, Carpi e Sassuolo nello scorso fine settimana.
Malgrado un fitto calendario in cui gli appuntamenti si sono accavallati,
impedendo un ordine di lettura tra le molteplici direzioni di ricerca, è emerso
un concetto che, se ben inserito all'interno di una costellazione che comprende
Il Nomos della terra di Carl Schmitt e Che cos'è la filosofia? di Gilles Deleuze e Felix
Guattari, potrebbe dare agio ad una nuova descrizione del mondo: la
geofilosofia. L'indagine geografica sulla storia della filosofia riscopre
l'elemento terrestre del pensiero, il rapporto con la terra e con il
territorio, che caratterizza la filosofia sin dalle sue origini. Ed è proprio
in questo senso che, per convenzione, si afferma che la Grecia è la terra della
filosofia. La filosofia è sempre stata descritta in base ad un principio
territoriale che l'ha spinta a fissare un'unità del mondo, una rappresentazione
astratta attraverso un'idea o, meglio, una mappa. La riduzione del mondo alla
dimensione cartografica è da sempre lo specchio della razionalità occidentale,
l'imposizione di un'unità spaziale da cui discendono tutte le rappresentazioni
del mondo, il nomos impersonale. In questo senso, il punto di vista di un geografo critico
della ragione cartografica non è distante da quello del filosofo decostruttore
della razionalità moderna che riduce il mondo ad un fenomeno della coscienza.
Modelli ideali
La trasformazione del mondo da terra
a territorio, o da luogo a spazio, è dettata
dalla necessità di imporre al caos degli eventi, della natura e della materia
una misura metrica lineare standard, sia essa la logica teologica delle
meravigliose mappae mundi del XVI secolo, sia
essa il cogito cartesiano. «Lo spazio esiste
sulle carte da allora - spiega il geografo Franco Farinelli - nasce con la
scala, cioè con un dispositivo che rende conto del rapporto tra le lunghezze
sulla carta e nella realtà. La carta è tuttavia il cadavere del mondo, sulla
carta le cose non si muovono, ma esistono solo se sono legate ad una relazione
biunivoca con l'oggetto che designano». In questo caso il mondo viene
sostituito dalla sua rappresentazione, vale a dire dal suo modello ideale: «Non
è vero che la mappa o la carta sia la copia del mondo, ma è il mondo una copia
della mappa» conclude Farinelli.
Uno dei primi assiomi di questa geofilosofia stabilisce la corrispondenza della riduzione cartografica
del mondo con quella, di natura politica, della sua riduzione alla misura della
città greca (nelle cui mura si racchiude il mondo percepito dai suoi abitanti)
o dello stato (i cui cittadini fanno parte integrante del territorio nazionale
che delimita la loro visione del mondo). E' un
passaggio, quest'ultimo, non del tutto sconosciuto a chi ha sfogliato le pagine
di Bisogna difendere la società di Michel
Foucault. Quello dello stato moderno è infatti un'operazione di
«geometrizzazione» imposto da uno schema reticolare che rinchiude i soggetti
nella misurazione statistica dell'estensione reale del territorio. Da questa
corrispondenza deriva una rappresentazione dello spazio che si sostituisce al
«mondo» in quanto tale, non diversamente da ciò che Heidegger sosteneva sulla
scomparsa dell'essere nell'economia degli enti.
La scomparsa del mondo, del suo naturale «disordine», nella
superficie piatta della carta geografica è testimoniato dalla mostra
fotografica «Atlante» di Luigi Ghirri alla galleria civica di Modena. Qui la
rappresentazione del mondo ha sostituito completamente il mondo stesso, ormai
l'unico viaggio possibile è quello che si effettua scorrendo gli occhi sui
segni delle carte geografiche che Ghirri riprende ed ingrandisce all'infinito
con il suo obiettivo. Ghirri contesta la «naturalità illusoria» delle carte
geografiche e con essa anche quella del pensiero che prova a restituire il
mondo attraverso l'astrazione. «Il solo viaggio possibile nel mondo - scrive -
sembra essere ormai quello all'interno dei segni, delle immagini. Il viaggio si
sviluppa allora dentro l'immagine, dentro al libro».
Siamo quindi tornati all'immagine del mondo, o modello,
costituito da una rete di anelli connessi? Un mondo prespaziale e atemporale
come quello descritto nella tavola rotonda dai fisici Ignazio Licata, Carlo
Rovelli e Augusto Sagnotti a Modena sabato sera. La rivoluzione scientifica
della relatività generale prima, con Einstein, e della meccanica quantistica
sviluppata da Schrödinger, Heisenberg, Dirac negli anni 20, ha spinto la fisica
alla formulazione della «teoria dei loop», o
anelli, vale a dire ad una «descrizione matematica della dimensione
spazio-temporale» che riduce il mondo al contenitore di una rete di anelli
interconnessi che Rovelli chiama «atomi di spazio-tempo».
Domenica mattina, Farinelli ha criticato questa
interpretazione segnalando come essa rinunci ad una «descrizione materiale del
mondo». Ad una simile descrizione si avvicina invece la Sfera n 1 di Arnaldo Pomodoro, la celebre scultura di 300
chili di bronzo e 120 centimetri di diametro esposta nel palazzo dei musei di
Modena. «La sfera è un oggetto straordinario perché riflette qualsiasi cosa ci
sia attorno, mentre al suo interno è tormentato e corroso, pieno di denti». La
pluralità di livelli presenti nella sfera di Pomodoro rappresenta la pluralità
dei luoghi presenti nel mondo e non riducibili alla rappresentazione spaziale.
La dimensione sferica della terra contrassegna dunque il carattere labirintico
del mondo, la sua assenza di centralità, non permette cioè di afferrarlo come
un insieme organizzato di parti, o spazio in cui tutte queste parti sono
equivalenti.
La geofilosofia impone dunque la ricerca di una genealogia
materialistica dei modelli del mondo che stabilisca che il mondo è in primo
luogo una serie di storie, un insieme di descrizioni o racconti effettuate da
chi lo vive e da chi ci viaggia. Uno dei personaggi balenati con frequenza sul
palcoscenico del Festival è stato Ulisse, il primo geofilosofo, un geografo
viaggiatore con una passione spiccata per la filosofia. Franco La Cecla e Piero
Zanini, autori di Lo stretto indispensabile.
Storie e geografie di un tratto di mare limitato (Bruno Mondadori, pp. 256,
€ 20), lo hanno ricordato nel loro incontro di venerdì scorso. «Le scienze
umane - ha spiegato La Cecla - hanno umiliato la geografia negli ultimi 50
anni. Ed invece mai come oggi le questioni geografiche sono fonti di conflitto,
si pensi a Gibilterra. L'Unione Europea ha speso 150 milioni di euro per
costruire un sistema di vigilanza elettronica per controllare le navi che
trasportano clandestini». Ma anche per la geografia è tempo di grandi
cambiamenti: «Non è più possibile pensare che essa sia soltanto una cartografia
del territorio. Questa è l'idea tradizionale che il mondo è leggibile come un
libro e che quindi è uguale ad una rappresentazione omogenea di una mappa in
scala uno a uno».
Per Zanini, Ulisse non avrebbe mai potuto raccogliere il
mondo in una mappa, la sua era piuttosto l'esperienza di chi vive nel mezzo di
un passaggio in un mondo sconosciuto, e lì si perde. «Percorrere uno stretto,
ad esempio quello di Messina, significa perdere l'orientamento come Ulisse. Gli
stretti sono dei luoghi che difficilmente possono essere astratti
cartograficamente. Sono piuttosto manifestazioni concrete della terra in cui è
facile perdere la propria identità».
Riga e compasso
Nietzsche scrisse in un frammento: «Immaginate che il
filosofo sia un emigrato arrivato presso i Greci; è il caso di questi
Preplatonici. Sono in qualche modo degli stranieri spaesati». Questo
straniero-filosofo ha un volto ed una storia, quella di Ulisse e del suo
viaggio tra le sponde asiatiche, italiane e africane, l'oriente e l'occidente
del mediterraneo. Questo viaggio ha legato il filosofo alla filosofia, ma è
stato anche l'occasione che ha spinto Ulisse ad incontrare Polifemo per
accecarlo. Ulisse diede così vita alla geografia. Ogni volta, infatti, che
squadriamo un foglio con riga e compasso riproduciamo la scena dell'accecamento
di Polifemo, un corpo steso a terra, il foglio, e una matita, il palo, che
traccia la linea, delimita due campi, insomma riduciamo il mondo a spazio. Solo
che Ulisse, dopo avere disegnato una mappa per orientarsi nel mondo, si bendò
affidandosi all'udito tradito dal canto delle sirene che lo portarono fuori dal
mondo contenuto in quella stessa mappa.