RASSEGNA STAMPA

21 SETTEMBRE 2004
ROBERTO CICCARELLI
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L'incerto nomos della terra
Tra territorio e terra, tra luogo e spazi, le genealogie del mondo
Si è concluso il festival della filosofia di Modena. Un confronto tra fisici, geografi, filosofi e antropologi sulla fine della rappresentazione cartografica del mondo

 
Filosofi, sociologi e antropologi che leggono il mondo attraverso la geografia, e viceversa. E' senz'altro questa una delle idee più nuove della quarta edizione del festival di filosofia svoltosi tra Modena, Carpi e Sassuolo nello scorso fine settimana. Malgrado un fitto calendario in cui gli appuntamenti si sono accavallati, impedendo un ordine di lettura tra le molteplici direzioni di ricerca, è emerso un concetto che, se ben inserito all'interno di una costellazione che comprende Il Nomos della terra di Carl Schmitt e Che cos'è la filosofia? di Gilles Deleuze e Felix Guattari, potrebbe dare agio ad una nuova descrizione del mondo: la geofilosofia. L'indagine geografica sulla storia della filosofia riscopre l'elemento terrestre del pensiero, il rapporto con la terra e con il territorio, che caratterizza la filosofia sin dalle sue origini. Ed è proprio in questo senso che, per convenzione, si afferma che la Grecia è la terra della filosofia. La filosofia è sempre stata descritta in base ad un principio territoriale che l'ha spinta a fissare un'unità del mondo, una rappresentazione astratta attraverso un'idea o, meglio, una mappa. La riduzione del mondo alla dimensione cartografica è da sempre lo specchio della razionalità occidentale, l'imposizione di un'unità spaziale da cui discendono tutte le rappresentazioni del mondo, il nomos impersonale. In questo senso, il punto di vista di un geografo critico della ragione cartografica non è distante da quello del filosofo decostruttore della razionalità moderna che riduce il mondo ad un fenomeno della coscienza.

Modelli ideali

La trasformazione del mondo da terra a territorio, o da luogo a spazio, è dettata dalla necessità di imporre al caos degli eventi, della natura e della materia una misura metrica lineare standard, sia essa la logica teologica delle meravigliose mappae mundi del XVI secolo, sia essa il cogito cartesiano. «Lo spazio esiste sulle carte da allora - spiega il geografo Franco Farinelli - nasce con la scala, cioè con un dispositivo che rende conto del rapporto tra le lunghezze sulla carta e nella realtà. La carta è tuttavia il cadavere del mondo, sulla carta le cose non si muovono, ma esistono solo se sono legate ad una relazione biunivoca con l'oggetto che designano». In questo caso il mondo viene sostituito dalla sua rappresentazione, vale a dire dal suo modello ideale: «Non è vero che la mappa o la carta sia la copia del mondo, ma è il mondo una copia della mappa» conclude Farinelli.

Uno dei primi assiomi di questa geofilosofia stabilisce la corrispondenza della riduzione cartografica del mondo con quella, di natura politica, della sua riduzione alla misura della città greca (nelle cui mura si racchiude il mondo percepito dai suoi abitanti) o dello stato (i cui cittadini fanno parte integrante del territorio nazionale che delimita la loro visione del mondo). E' un passaggio, quest'ultimo, non del tutto sconosciuto a chi ha sfogliato le pagine di Bisogna difendere la società di Michel Foucault. Quello dello stato moderno è infatti un'operazione di «geometrizzazione» imposto da uno schema reticolare che rinchiude i soggetti nella misurazione statistica dell'estensione reale del territorio. Da questa corrispondenza deriva una rappresentazione dello spazio che si sostituisce al «mondo» in quanto tale, non diversamente da ciò che Heidegger sosteneva sulla scomparsa dell'essere nell'economia degli enti.

La scomparsa del mondo, del suo naturale «disordine», nella superficie piatta della carta geografica è testimoniato dalla mostra fotografica «Atlante» di Luigi Ghirri alla galleria civica di Modena. Qui la rappresentazione del mondo ha sostituito completamente il mondo stesso, ormai l'unico viaggio possibile è quello che si effettua scorrendo gli occhi sui segni delle carte geografiche che Ghirri riprende ed ingrandisce all'infinito con il suo obiettivo. Ghirri contesta la «naturalità illusoria» delle carte geografiche e con essa anche quella del pensiero che prova a restituire il mondo attraverso l'astrazione. «Il solo viaggio possibile nel mondo - scrive - sembra essere ormai quello all'interno dei segni, delle immagini. Il viaggio si sviluppa allora dentro l'immagine, dentro al libro».

Siamo quindi tornati all'immagine del mondo, o modello, costituito da una rete di anelli connessi? Un mondo prespaziale e atemporale come quello descritto nella tavola rotonda dai fisici Ignazio Licata, Carlo Rovelli e Augusto Sagnotti a Modena sabato sera. La rivoluzione scientifica della relatività generale prima, con Einstein, e della meccanica quantistica sviluppata da Schrödinger, Heisenberg, Dirac negli anni 20, ha spinto la fisica alla formulazione della «teoria dei loop», o anelli, vale a dire ad una «descrizione matematica della dimensione spazio-temporale» che riduce il mondo al contenitore di una rete di anelli interconnessi che Rovelli chiama «atomi di spazio-tempo».

Domenica mattina, Farinelli ha criticato questa interpretazione segnalando come essa rinunci ad una «descrizione materiale del mondo». Ad una simile descrizione si avvicina invece la Sfera n 1 di Arnaldo Pomodoro, la celebre scultura di 300 chili di bronzo e 120 centimetri di diametro esposta nel palazzo dei musei di Modena. «La sfera è un oggetto straordinario perché riflette qualsiasi cosa ci sia attorno, mentre al suo interno è tormentato e corroso, pieno di denti». La pluralità di livelli presenti nella sfera di Pomodoro rappresenta la pluralità dei luoghi presenti nel mondo e non riducibili alla rappresentazione spaziale. La dimensione sferica della terra contrassegna dunque il carattere labirintico del mondo, la sua assenza di centralità, non permette cioè di afferrarlo come un insieme organizzato di parti, o spazio in cui tutte queste parti sono equivalenti.

La geofilosofia impone dunque la ricerca di una genealogia materialistica dei modelli del mondo che stabilisca che il mondo è in primo luogo una serie di storie, un insieme di descrizioni o racconti effettuate da chi lo vive e da chi ci viaggia. Uno dei personaggi balenati con frequenza sul palcoscenico del Festival è stato Ulisse, il primo geofilosofo, un geografo viaggiatore con una passione spiccata per la filosofia. Franco La Cecla e Piero Zanini, autori di Lo stretto indispensabile. Storie e geografie di un tratto di mare limitato (Bruno Mondadori, pp. 256, € 20), lo hanno ricordato nel loro incontro di venerdì scorso. «Le scienze umane - ha spiegato La Cecla - hanno umiliato la geografia negli ultimi 50 anni. Ed invece mai come oggi le questioni geografiche sono fonti di conflitto, si pensi a Gibilterra. L'Unione Europea ha speso 150 milioni di euro per costruire un sistema di vigilanza elettronica per controllare le navi che trasportano clandestini». Ma anche per la geografia è tempo di grandi cambiamenti: «Non è più possibile pensare che essa sia soltanto una cartografia del territorio. Questa è l'idea tradizionale che il mondo è leggibile come un libro e che quindi è uguale ad una rappresentazione omogenea di una mappa in scala uno a uno».

Per Zanini, Ulisse non avrebbe mai potuto raccogliere il mondo in una mappa, la sua era piuttosto l'esperienza di chi vive nel mezzo di un passaggio in un mondo sconosciuto, e lì si perde. «Percorrere uno stretto, ad esempio quello di Messina, significa perdere l'orientamento come Ulisse. Gli stretti sono dei luoghi che difficilmente possono essere astratti cartograficamente. Sono piuttosto manifestazioni concrete della terra in cui è facile perdere la propria identità».

Riga e compasso

Nietzsche scrisse in un frammento: «Immaginate che il filosofo sia un emigrato arrivato presso i Greci; è il caso di questi Preplatonici. Sono in qualche modo degli stranieri spaesati». Questo straniero-filosofo ha un volto ed una storia, quella di Ulisse e del suo viaggio tra le sponde asiatiche, italiane e africane, l'oriente e l'occidente del mediterraneo. Questo viaggio ha legato il filosofo alla filosofia, ma è stato anche l'occasione che ha spinto Ulisse ad incontrare Polifemo per accecarlo. Ulisse diede così vita alla geografia. Ogni volta, infatti, che squadriamo un foglio con riga e compasso riproduciamo la scena dell'accecamento di Polifemo, un corpo steso a terra, il foglio, e una matita, il palo, che traccia la linea, delimita due campi, insomma riduciamo il mondo a spazio. Solo che Ulisse, dopo avere disegnato una mappa per orientarsi nel mondo, si bendò affidandosi all'udito tradito dal canto delle sirene che lo portarono fuori dal mondo contenuto in quella stessa mappa.


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