RASSEGNA STAMPA

26 AGOSTO 2004
PAULO BARONE
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Nove porte d'ingresso ai luoghi del pensiero
Una enciclopedia filosofica in sei volumi, questo il progetto di Carlo Sini per la Jaka book, di cui sono usciti i primi tre libri. L'impianto dell'opera prevede transiti privilegiati attraverso le vie della metafisica, della psicologia, dell'etologia, dell'antropologia, della cosmologia e della pedagogia
 
Se qualcosa ha caratterizzato la produzione filosofica negli ultimi anni, naturalmente con le debite eccezioni, questo è certamente consistito in una netta e progressiva diminuzione del suo raggio d'azione, con un'attenzione via via concentrata su ambiti d'indagine sempre più limitati e ristretti. Ciò che si è imposto è stato uno stile che si potrebbe definire dal fiato corto, in sostanza timido e rinunciatario. Molti commenti, comparazioni, molti commenti ai commenti altrui, molti buoni studi specialistici, molte coltivazioni di nicchia, compilazioni (e molta paura di rischiare). Nel complesso uno scenario incontestabilmente frammentato, agitato, magari, da turbolenze locali, da animazioni iper-circoscritte, ma, proprio per questo, piuttosto sbiadito, sfuggente, evanescente e alla fin fine monotono e uniforme. Dominato, in ogni caso, da una sottile ma profonda sensazione di sfiducia nell'intelaiatura stessa del discorso filosofico e nelle sue possibilità argomentative. In un simile contesto, qualunque siano poi le spiegazioni o le valutazioni a riguardo, spicca per contrasto una recente opera di Carlo Sini edita per i tipi della Jaca book. Innanzitutto per la mole: si tratta infatti di un'opera articolata lungo sei volumi, di cui i primi tre appena usciti - L'analogia della parola. La mente e il corpo. L'origine del significato - e gli altri tre pronti a farlo in successione a partire dal prossimo autunno. C'è poi da considerare l'impianto: ogni volume è dedicato ad una disciplina canonica (avremo così: metafisica, psicologia, etologia, antropologia, cosmologia e pedagogia) ed è dotato di sicura autonomia. Al contempo però tali discipline costituiscono altrettante tappe di un percorso d'insieme e dunque di una strategia discorsiva unitaria: altrettante figure - appunto - di un'enciclopedia filosofica che le attraversa tutte. Infine, a suggello, ben nove questioni problematiche - nove nodi o gorghi, ma sempre gli stessi - si ripetono di volta in volta in ciascuna disciplina, assestandole e scandendole ritmicamente. Tanto che la più consueta forma del «saggio», e soprattutto la sua versione attualmente più in voga - quella asfittica e «micrologica» - viene qui completamente travalicata mettendoci davanti a un'entità autosufficiente - come la pianta o il plastico di una città, un acquario o un'opera musicale, ma anche soltanto, per togliere ogni retorica, come un recinto o una bolla d'aria - il cui materiale è però prevalentemente concettuale.

In tal senso le sei discipline paradigmatiche - i sei volumi dell'opera - si tramutano, è lo stesso Sini a sottolinearlo, in altrettante «porte» d'ingresso di questo edificio ideale, ciascuna con la propria parola d'ordine, il proprio profilo, il proprio specifico taglio di luce: l'analogia, lo specchio, lo stacco, il teatro, il racconto, il sogno. Composizione perciò palesemente complessa, sofisticata e insieme affascinante, ricca di strati, varchi, cunicoli segreti, combinazioni inaspettate, di sapere, in cui, ad ogni passo, si percepisce la presenza di una vera e propria regia. (Vengono in mente, a proposito, la struttura esagonale della Stella della redenzione di Rosenzweig e quella rizomatica di Mille piani di Deleuze e Guattari). Tutti questi elementi - la regia, l'impianto architettonico, il concetto e il nome stesso di una «enciclopedia filosofica» che muove il «circolo» dei saperi (con l'evidente evocazione di Hegel) - possono dare l'impressione che l'operazione di Sini si proponga di rilegittimare un punto di vista onnicomprensivo e sistematico, ovvero che, a fronte di uno scenario dominato dai frammenti, non possa fare a meno di riabilitare una logica totalizzante. E invece una delle caratteristiche principali di quest'opera, e dunque una delle possibili vie con cui attraversarla, è costituita proprio da un'idea radicale del finito e della finitezza.

Per Sini, ad esempio, il mondo è l'accadere continuo di impercettibili e infinitesimali differenze, che sono, allo stesso tempo, connesse ad un'insieme indefinibile di «pratiche» discrete, di forme di vita, di modi di essere e di sapere, di abiti, in continua interazione tra loro e dunque in continua variazione (parola e scrittura alfabetica, anche se per noi decisive, non sono che due delle molteplici «pratiche» esistenti). Qualcosa come il «soggetto» vi figura indubitabilmente, ma sempre e solo perché ci si trova di volta in volta immerso, preso dentro, prodotto all'interno. Ne consegue che l'idea stessa di qualcosa di assoluto, autoevidente, scontato, cui appoggiarsi con certezza e a mani libere, traendone un modello attraverso cui ordinare e classificare panoramicamente la realtà, non avrebbe più ragione di sussistere (si tratta della vecchia filosofia Metafisica). Tutto il contrario, ci spiega molto bene Sini, di quanto fanno i saperi vigenti (e l'immancabile senso comune): quello scientifico, con la sua pretesa di descrivere come stanno veramente le cose, disinvoltamente impigliato nelle sue varie «materie» - subatomica, genetica, cerebrale etc., e con le loro avventurose filiazioni «spirituali»; ma anche quello filosofico contemporaneo, irretito dalla sua stessa principale constatazione, ovvero che l'assoluto è del tutto relativo e contingente, e ormai quasi rassegnato ad occupare una posizione marginale e ininfluente. Entrambi questi saperi rimangono paradossalmente e inconsapevolmente dipendenti dai dispositivi della Metafisica che dicono di contestare. E invece un pensiero «delle pratiche» - una comprensione «genealogica» all'altezza di questo momento storico - mira a ricordare l'ineluttabile circostanziamento dei saperi, a circoscrivere, cioè, la produzione di verità di ogni pratica. Senza aver bisogno di negare questo o quel contenuto, questa o quella teoria, esso li riconnette piuttosto all'esercizio delle pratiche che li hanno posti in opera, ai loro contesti specifici, impedendo, di converso, che si producano oggetti assoluti, «scissi» da questi stessi contesti. Insomma, si tratta non di rifiutare la tradizione metafisica e basta, ma, una volta ammesso il legame di continuità con essa, di ricomprenderne il senso, assegnarle dei limiti, trasformarla in «una» pratica. O ancora, non: pensare di poter rinunciare all'universalità del concetto o alla classica argomentazione «logica», ma riconoscere la loro imprescindibile natura «locale». Portare alla luce la particolarità, la finitezza, dunque, dell'universale, ma, come si può intuire, un genere di finitezza, di particolarità ben più radicale e profondo, non posto sullo stesso piano dell'universale, non opposto a quest'ultimo.

Dove sta e che cosa è, allora, questa finitezza? Con grande maestria Sini mostra come essa sia null'altro che un vuoto, uno scarto, una soglia che apre e istituisce il campo gravitazionale di una determinata pratica, dislocando in un solo colpo quegli opposti polari - come cosa e parola, empirico e trascendentale, mondo interno e mondo esterno, ma anche origine e destino, identità e differenza, passato e futuro e così via - nella cui combinazione e correlazione siamo quello che siamo e poniamo i nostri interrogativi. In quanto tale questa «soglia», è illocalizzata, intemporale, indifferente: non sta altrove, ma sta solo per essere attraversata dalla dinamica polare che essa stessa mette in opera. Essa è dunque transito, passaggio, transizione. Diade e relazione: l'evento permanente, irrafigurabile e innominabile dell'impermanenza e della variazione (e dunque degli incontri, delle occasioni, delle circostanze come uniche consistenze del mondo). Ed è proprio su questo punto focale e nodale che Sini richiama costantemente l'attenzione. Obiettivo del pensiero delle pratiche è riuscire ad «abitare» la soglia, abitare l'evento: non andare appresso a questo o a quell'oggetto o significato specifico, ma piegare il soggetto metafisico che ancora tendiamo ad essere sino a fargli vedere l'esercizio della sua pratica, sino a renderlo più consapevole della sua soggezione cieca rispetto ad esso. E in questo modo rendersi il più permeabili, il più disponibili, il più conformi possibile alla transitorietà che ci costituisce.

Sini, da qualche tempo in qua, definisce un simile atteggiamento, una simile sperimentazione, una «etica della scrittura». Tra le molte ascendenze che potremmo riscontrare a riguardo - e la parola etica è, oggi come oggi, tutto un programma - il nome da tenere presente su gli altri, almeno sino a quando non leggeremo i prossimi volumi, è quello di Spinoza: un'etica pensata, riferita e dedicata esclusivamente alle vicissitudini dei modi di essere delle cose.
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