![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 121 LUGLIO 2004 |
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«Humanitas. Il paradigma di
”natura umana” tra scienza e filosofia» è il tema di un convegno che si terrà
oggi e domani a Firenze, a Villa Ruspoli, promosso dal Cnr e dall’Istituto
italiano di Scienze umane. Tra i relatori, Edoardo Boncinelli, Giulio Giorello,
Roberto Esposito, Carlo Ossola, Giacomo Marramao, Salvatore Veca ed Eugenio
Mazzarella, di cui pubblichiamo di seguito un intervento.
La filosofia è un blackout. Accendere la luce, o una stentata candela. Forse
perché nella luce una volta siamo stati. Forse perché la luce è alle nostre
spalle, nel bagliore - che si spegne - del mito: nel distacco
dall’animale-mondo di chi si racconta come è nato, dove la luce cieca,
abbagliante, di un’appartenenza s’inabissa nel sorgere della coscienza; luce
che ricomincia il suo cammino in ciò che resta del lumen naturale, del venire
insieme alla luce di tutto ciò che nasce. L’animale sta nella luce, l’uomo vede
la luce - e questo è il suo problema. Ne è ancora traccia il racconto
dell’Eden, o il passaggio dal sapere dell’anèr philosophos di Eraclito che
Heidegger legge come colui che sta nel sophòn, in armonia nell’Uno, con l’Uno
Tutto, alla disarmonia dell’òrexis platonica, che anch’essa a quella luce delle
origini deve già tornare mentre comincia ad essere filosofia. Da allora il
problema sarà come si appartiene al mondo da cui ci si distacca nel modo di un
necessario rimanervi che crede di cadervi perché, alla fine, ci si vede
restituito. L’uomo è quell’animale che comincia ad andare a tentoni quando ci
vede. Il re Edipo ha sempre un occhio di troppo.
A questa sfida dell’ente, che di questo si tratta, la filosofia come sapere ha
sempre organizzato la risposta, sospesa tra l’episteme delle scienze ed un
sapere riflessivo di sé; ha da sempre organizzato la risposta all’emergenza del
fatto che, per qualcuno, che vuole continuare a starvi di fronte, qualcosa c’è,
e questo fatto deve rimanere, perché si tratta di nient’altro che il proprio
rimanere. Come sapere che si sa, come sapere che viene al sapere, la filosofia
questo lo ha fatto talvolta in eccesso, dandosi per scontata nell’ordine della
natura o per voluta (liberamente magari, ma voluta) nel piano della creazione -
in sostanza proponendo un principio antropico, debole nel secondo caso, forte
nel primo, all’opera nel cosmo. Questo principio potrebbe ben essere, nell’una
e nell’altra versione, una pia illusione. E l’ontologia del caso, che non vi crede,
è nata molto presto. E tuttavia, posto come sia che sia principiato, questo
principio - nel modo in cui è principiato, vale a dire difendendo le condizioni
interne ed esterne, a contorno, che lo rendono possibile - va difeso. L’essenza
di qualcosa è il dispiegarsi delle possibilità custodite nella sua origine. In
effetti è il principio che Vico ha forse individuato meglio di altri (e vale
tanto per un’ontologia del caso che per un’ontologia della necessità o di una
creazione che lasci le cose alla loro legge) - «natura di cose altro non è che
nascimento di esse in certi tempi e con certe guise, le quali, sempre che sono
tali, indi tali e non altre nascon cose» -, nella sottolineatura ontologica
(natura di cosa come nascimento) dell’essenza di tutto ciò che nasce come
funzione evolutiva del suo originario orizzonte «modale», ancorata ad un range
non trascendibile di possibilità. E questo vale anche per il modo umano, per
quanto aperto e progettuale esso voglia pensarsi.
Se questo è il principio - «dov’è l’inizio per quell’esserci che sa di averlo?:
presso se stesso, ma non solo da se stesso, questo è il filo del labirinto» -,
un’ontologia della labilità, sia essa per caso o programmata o voluta, allora
la filosofia non può sfuggire alla sfida della prescrizione. Anche come
fenomenologia, come fenomenologia dell’evento, sapere in ultima istanza solo di
ciò che si vede, essa non può limitarsi ad essere descrittiva, ma deve avere il
coraggio ermeneutico non solo della «riduzione» eidetica, o della chiarificazione
del contesto/destino di una cosa, dell’eidos, dell’idea come svolgimento di una
cosa, ma anche della «costituzione» eidetica di una cosa, del suo eidos come
programma da assolvere o da mantenere, come qualcosa da tenere in vista -
innanzi tutto la propria vita.