![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 LUGLIO 2004 |
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In un racconto di Asimov -
Io, robot - è un robot a disegnare lo scenario morale di un'intelligenza
disincarnata, finalmente sottratta alla corruzione della sua incarnazione
umana. È un robot a disprezzare i corpi: Wetware, «materiale molle e flaccido,
debole e deteriorabile», tanto da rivolgersi agli umani che lo hanno costruito
con espressioni quali «siete solo prodotti di ripiego. Io invece sono un
prodotto finito».
Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer (Il Pozzo di Giacobbe,
pagg. 113, euro 11,00) è il lavoro che con grande lucidità e chiarezza Alberto
Giovanni Biuso dedica alle prospettive dell'Intelligenza Artificiale a
cinquant'anni dalla conferenza di Dartmouth (1956), con la quale questa
disciplina cominciava la sua avventura ufficiale di ricerca, dichiarando
obiettivi e disegnando scenari futuri, intende mostrare come, nonostante tutto,
sia proprio quel materiale molle e flaccido, debole e deteriorabile, il corpo,
a sostenere ancora ogni progetto possibile per un'intelligenza che abbia i
caratteri dell'umano: coscienza e autocoscienza.
A terza rivoluzione industriale conclamata, quella informatica, con i suoi
servizi e le sue minacce, le sue speranze e le sue delusioni, lo scenario
teorico è sufficientemente chiaro da poterci far prendere posizione sugli
orizzonti effettivi possibili dell'infosfera, come oggi si suole chiamare
l'ambiente nel quale respiriamo, comunichiamo ed operiamo. Delle due principali
strade che l'Intelligenza Artificiale ha imboccato dalla conferenza di
Dartmouth in poi: la versione «debole» (che vede nelle macchine calcolatrici
essenzialmente degli strumenti operativi) e la versione «forte» (che insegue il
progetto di menti artificiali dotate, in qualche modo, di una propria coscienza),
l'autore ci conduce a vedere che solo la versione debole tiene sia sul piano
dei principi teorici, che dei risultati di laboratorio.
Da un'intelligenza artificiale non può evolvere una coscienza umana, perché ad
essa manca il contesto emozionale e il suo medio, il corpo, che integra calcolo
e vita e «fa» una coscienza. Non saranno pertanto le macchine a diventare
intelligenti, ma sarà il nostro corpo ad assumere al proprio interno la potenza
percettiva e computazionale delle macchine. In questo si raffinerà un processo
che per altro è in corso da millenni, l'ibridazione della specie umana con gli
artefatti da essa prodotti. Il cyborg è da sempre intrinseco alla corporeità
come modo umano di stare al mondo, come intrinseca tecnicità che l'homo sapiens
da sempre applica non solo al suo ambiente, ma a se stesso.
Da questo punto di vista l'orizzonte della contaminazione, dell'alterità, dello
scambio continuo con ciò che non siamo continuerà ad essere parte essenziale
dell'esistenza umana, come da sempre. All'accelerazione di questa
contaminazione nell'infosfera ciò che è necessario non sono sogni gnostici di
poter far a meno del corpo, ennesima variante di una fuga dalla nostra
finitezza, ma un'etica all'altezza dei problemi e delle speranze che essa pone.