![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 GIUGNO 2004 |
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Società postmoderne e diritti sconfessati |
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Una causa per un’eredità può durare in Italia
quarant’anni. Quattro comuni su dieci non rispettano le quote di accesso al
lavoro per le persone handicappate e le donne sono retribuite il 27 per cento
in meno dei loro colleghi maschi. Proliferano nel nostro tempo le
dichiarazioni, le carte e i cataloghi dei diritti, ma quanto davvero si
traducono in una maggiore tutela della nostra dignità di cittadini e prima
ancora di uomini? Mosso da quest’interrogativo, Michele Ainis, ordinario di
Istituzioni di Diritto pubblico all’Università di Teramo, ha tracciato nel
suo libro “Le libertà negate” (edito da Rizzoli) un quadro fedele e
documentato delle contraddizioni che contrassegnano le società avanzate. Ci
rivela così non soltanto come siano sistematicamente negati i diritti
fondamentali alle categorie più deboli - le donne, i bambini, i malati, gli
anziani, i detenuti, i disabili e quant’altro - ma come lo Stato eserciti un
controllo via via più capillare e serrato sulla nostra esistenza. Ma non è
solo lo Stato a minacciare la nostra libertà, spiega Ainis. La libertà è un
bene fragile e precario, e inaridisce se non è supportato da valori quali la
tolleranza, la solidarietà, la giustizia, il pluralismo delle identità
religiose, politiche e culturali. Il razzismo è la manifestazione più
evidente delle nostre insofferenze collettive, e però non certo l’unica.
Discriminiamo gli stranieri sul lavoro: in Francia ad esempio sette milioni e
mezzo d’occupazioni sono vietate a chi viene da fuori. E un sondaggio rivela
che il 52 per cento degli europei è contrario alla promiscuità razziale nelle
scuole. Secondo Ainis è in atto un regresso, una chiusura degli spazi
pubblici. Dopo il tramonto delle grandi ideologie novecentesche, non c’è più
niente in cui credere davvero, “e allora tanto vale credere a tutto”. Per
conseguenza, sostiene l’autore, “è nato un uomo più superstizioso e credulone
di quello medievale. Maghi, cartomanti, fattucchiere non hanno mai fatto così
tanti affari”. La tecnologia, che in astratto offre formidabili occasioni di
partecipazione democratica, in concreto determina viceversa effetti
d’istupidimento e di straniamento collettivo. Perché fa sorgere nuovi bisogni
indotti dalla potenza dei mass media, artefici di un conformismo di massa che
obbliga ciascuno a consumare, rilassarsi e divertirsi nell’identica maniera.
Il sistema della comunicazione, all’apparenza pluralistico, interattivo,
polifonico, è in realtà concentrato in poche mani. Secondo alcune stime,
attualmente 40 uomini hanno in mano il 90 per cento dell’informazione
mondiale; quattro agenzie internazionali gestiscono l’80 per cento del flusso
di notizie; negli Stati Uniti la maggioranza dei mass media è in mano a sei
grandi compagnie. Ma c’è anche un problema di selezione dei fatti sottoposti
all’opinione pubblica. È questa, osserva Ainis, la lente deformante dei mass
media: “notizie inattese, spettacolari, sorprendenti, e infine destinate a
cadere nell’oblio collettivo il giorni successivo a quello in cui sono state
trasmesse o raccontate. Notizie senza approfondimento, perché non c’è mai
tempo d’interrogarsi sulle cause dei fatti del giorno, perché i media
elettronici sono rapidi per definizione, perché l’utente dev’essere
continuamente stimolato come un bambino davanti a un videogioco, altrimenti cambierà
canale”. C’è inoltre un linguaggio che si ripete pari pari in ogni
trasmissione, quale che sia il padrone del vapore; perché in tv non conta
quello che dici ma “come” lo dici, e perché il mezzo televisivo ha tempi e
ritmi cui nessuno può derogare, a dispetto del pluralismo di facciata. C’è
forse in agguato un nuovo totalitarismo nelle ricche società dell’Occidente?
Noi, rileva Ainis, ci crediamo più liberi di quanto siano stati i nostri
padri. Eppure “le forme contemporanee di dominio passano attraverso le
modalità di percezione della realtà che ci circonda, e tale percezione nostro
malgrado è falsa e deformante”. Pensiamo d’elaborare una critica o
un’opinione autonoma, quando la scelta ci è stata dettata dal sistema dei
media. Le nostre società complesse e complicate ci pongono ogni giorno
questioni che solo uno specialista potrebbe valutare, dalla bioetica
all’elettrosmog, dai limiti antitrust alla sicurezza informatica. Da qui un
paradosso già messo in luce da Norberto Bobbio: nell’era tecnologica chiedere
più democrazia significa di fatto estendere la competenza a decidere a un
numero crescente di incompetenti. E come potremmo informarci per davvero, se
chi dovrebbe farlo ci parla per slogan, per spot televisivi? Negli Stati
Uniti i vari candidati alle presidenziali hanno a disposizione in tv 7,3
secondi. E questo tempo è speso per lo più a illustrare i dati biografici
degli uomini politici, dalla vita familiare alla pratica sportiva, dagli
hobby alle prestazioni sessuali. È la logica dello spettacolo: “L’unica
logica - conclude preoccupato Ainis - cui siamo stati resi avvezzi in questo
tempo vacuo, noi popolo di consumatori e di telespettatori”. |
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