![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 1 MAGGIO 2004 |
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Quanto alla ricerca italiana, siamo riusciti
a esportare robot anche nel Sol Levante e possiamo
vantare diversi centri d'eccellenza, tra cui l'Arts-Lab della Scuola superiore
di Sant'Anna di Pisa, diretto da Paolo Dario che è a capo di un progetto di
collaborazione italo-giapponese sugli umanoidi, e il Robotlab del CNR
di Genova, in cui Gianmarco Veruggio coordina una decina di ricercatori
impegnati nella progettazione di
sistemi robotici per ambienti
estremi. Sempre a Genova opera il
Laboratorio integrato di robotica avanzata dell'Università che, noto per le
ricerche sulla visione e sul coordinamento senso-motorio, il prossimo agosto
organizza il quarto workshop internazionale sulla robotica epigenetica.
.Tutto ciò non può lasciarci indifferenti: da
una parte, la ricerca sulla robotica merita grandi investimenti economici, con
caratteristiche necessariamente interdisciplinari (la robotica, oltre a basarsi
su discipline scientifiche, attinge risorse decisive dalle discipline
umanistiche) e, dall'altra parte,
crescono anche i problemi filosofici posti dalla concreta fabbricazione dei
robot. Usciranno presto due film (Io
Robot,
tratto da racconti di Isaac Asimov, e Preda,
tratto dal romanzo di Michael Crichton) che ci presentano immagini contrapposte:
nel primo i robot sono buoni, nel secondo malvagi. Pura e semplice fantascienza, priva di ripercussioni morali nella
nostra realtà? Non più. Se la fisica
nucleare e l'ingegneria genetica hanno sollevato un gran numero di problemi
etici nel secolo scorso, è ovvio che la robotica sia destinata a fare
altrettanto in questo secolo. E' eticamente rilevante, o irrilevante, se i
neuroni sono biologici o di silicio?
Quale valutazione filosofica si guadagneranno i robot basati su
commutatori molecolari? Robot
intelligenti possono essere creati solo nel caso offrano Benefici e non
danneggino gli esseri umani, oppure questo significherebbe limitare
ingiustamente l'intelligenza, il libero arbitrio e la conoscenza che i robot
potrebbero avere? Se arrivassimo ad
attribuire una mente ai robot, dovremmo riconoscere loro lo statuto di
portatori della legge morale e, quindi, lo statuto ontologico di persone? In quanto creatori di robot, noi esseri
umani dobbiamo assumerci la responsabilità epistemica e morale delle loro
eventuali credenze e azioni? Per quanto
rappresentino solo un piccolo e semplice campione delle domande sollevabili,
queste chiariscono bene la sfida che la robotica lancia all'etica, oltre che
all'epistemologia e all'ontologia, cosicché alla roboetica occorre riconoscere
da subito una giusta importanza e dignità, in modo da non trovarci impreparati
rispetto a scelte che saranno presto determinanti.
Mentre all'estero vi sono già parecchie istituzioni ove la ricerca
sulla tecnoetica è avanzata (per esempio, la Epson foundation, il Markkula
center for applied ethics e il Foresight institute), la roboetica nasce in
Italia, grazie alla Scuola di robotica (www.scuoladirobotica.it) che, fondata e
presieduta da Veruggio, non solo divulga la robotica. ma convoglia su di essa
le riflessioni di filosofi, giuristi, sociologi, antropologi e teologi. Tra le
tante interessanti iniziative della
Scuola va segnalata l'organizzazione del primo simposio internazionale sulla roboetica
(svoltosi a Sanremo lo scorso gennaio, con una partecipazione qualificata di
ricercatori: c'era anche Hirochíka Inoue, il "padre' degli umanoidi
giapponesi) e l'organizzazione di un
workshop a Genova: l'incontro del 16 aprile è stato dedicato agli
aspetti sociali, umanitari ed ecologici della robotica., mentre il prossimo
incontro, previsto per il 4 maggio, con inizio alle ore 10 presso il Palazzo
Ducale, affronterà il problema del rapporto
tra esseri umani e robot in medicina ,
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