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L’ISOLAMENTO di Giovanni Gentile negli anni Trenta — un isolamento non solo
politico ma anche affettivo della crisi della sua «scuola» e per il distacco
di alcuni allievi — fu compensato, per un verso, dalla stima che Mussolini
continuò a manifestargli in più occasioni e, per un altro verso, dalle
soddisfazioni che gli comportavano l’impegno in grandi iniziative culturali
(dalla direzione della Enciclopedia Italiana alla guida di altre istituzioni
come l’Istituto Fascista di Cultura, l’Istituto Italo Germanico, l’Istituto
per il Medio ed Estremo Oriente, la Scuola Superiore normale di Pisa) nonché
dall’insegnamento universitario e dall’intensa attività editoriale, oltreché,
naturalmente, dai compiti istituzionali di senatore del Regno. Ma fu anche,
questo isolamento, reso più amaro dalle polemiche e dalle accuse che vennero
da ambienti filosofici e culturali avversi all’idealismo e da quei settori
del Fascismo che lo accusavano di essere un liberale mascherato, o, perfino,
di nutrire simpatie per il comunismo.
Tuttavia — per quanto soprattutto a partire dall’ultimo scorcio degli anni
Trenta e durante gli anni di guerra egli si fosse ormai allontanato
dall’impegno politico e per quanto si sentisse estraneo a certe scelte del
regime, a cominciare dalla politica razziale, che era in antitesi con
l’antinaturalismo del suo pensiero e che egli cercò di contrastare offrendo
sostegno e protezione a non pochi intellettuali ebrei — quando, nel momento
in cui l’andamento del conflitto stava volgendo al peggio, Carlo Scorza,
nuovo segretario del Pnf, lo invitò a parlare in Campidoglio egli non si tirò
indietro. E così il 24 giugno 1943 pronunciò quel famoso «Discorso agli
italiani» che lo riportò alla ribalta dell’attenzione politica e che provocò
sconcerto e amarezza in amici e allievi e dure polemiche da parte di
avversari. Da quel discorso, rivolto a fascisti e non fascisti, e tutto
improntato sul tema della pacificazione, emergeva il fatto che per lui il problema
vero non era più l'esito della guerra, quanto piuttosto la continuità storica
della nazione italiana anche all’indomani di una prevedibile sconfitta. La
sua collaborazione con la Repubblica Sociale Italiana, comunque motivata —
certo un qualche peso in tale scelta lo ebbe una sgradevole polemica con il
ministro Leonardo Severi — fu anche una conseguenza della sua filosofia,
ovvero dello stretto nesso pensiero-azione, mitico dell’attualismo e, al
tempo stesso, fu l’esito della sua concezione del rapporto tra fascismo e
storia d’Italia.
Sotto questo profilo, il brutale e barbarico assassinio di Gentile, compiuto
materialmente a Firenze da militanti comunisti aderenti ai Gap, il 15 aprile
1944, finì per assumere il valore emblematico della fine del predominio
dell’idealismo nella cultura politica italiana. E sulla matrice comunista
dell’attentato non possono sussistere dubbi anche se allora circolò la voce
di una responsabilità dei fascisti estremisti. E anche se oggi qualche
studioso, a cominciare da Luciano Canfora, ha tirato fuori di nuovo, senza
prove argomentate, quella antica storia. E anche se qualcun altro ha perfino
tirato in ballo, ancora una volta senza documentazione probante, perfino i
servizi segreti inglesi. La verità è molto più semplice e la responsabilità
dei comunisti è indiscutibile. Se un punto oscuro rimane è quello del
«livello» del partito - centrale o locale — dal quale partì l’ordine.
Ma in proposito non si può dimenticare che, già la sera del 24 maggio,
Togliatti, dai microfoni di Radio Milano Libertà, commentando il «Discorso
agli italiani» pronunciò parole durissime che avevano il sapore di una vera e
propria condanna e che pesavano come pietre. Disse che «La santa rivolta
della nazione» avrebbe liberato l’Italia «dai suoi tiranni» e anche «da
questo filosofo venduto ai nemici della patria».
L’identificazione di Gentile con il fascismo, resa ancora più forte ed
emotivamente percepibile a causa del suo impegno nella Repubblica Sociale e
della sua tragica morte, oltre che l’identificazione, a torto o a ragione
poco importa, dell’attualismo con il fascismo hanno finito per condannare il
filosofo ed il suo stesso pensiero ad una sorta di «damnatio memoriae».
La polemica storiografica sul fascismo, per molto tempo condizionata dalla passione
politica, si è incentrata sull’idea del fascismo come anticultura o come
negazione della cultura: il che ha comportato, nella migliore delle ipotesi,
il tentativo di operare una netta separazione fra il Gentile uomo pratico e
il Gentile filosofo, laddove, invece, non sono affatto separati i due
aspetti. Semmai, appare più convincente il discorso impostato da Giacomo
Noventa e, poi, sviluppato da Augusto Del Noce, che vede nel fascismo non
tanto un errore "contro" la cultura quanto piuttosto un errore
"della" cultura. In questa ottica, tutti i tentativi, anche recenti
(come quello di Gennaro Sasso), di sostenere l’estraneità dell’attualismo
rispetto al fascismo gli sforzi per liberare la figura di Gentile dal peso
ingombrante del fascismo, trasformandolo nella migliore delle ipotesi in un
conservatore o un liberale ingenuo e «tradito» dagli avvenimenti, sono
destinati a scontrarsi contro la realtà dei fatti e contro la stessa natura
di un pensiero che finiva per postulare l’identità di filosofia e di politica.
E tutto ciò, indipendentemente dal giudizio che di tale pensiero si voglia o
si possa dare nonché le responsabilità che ad esso possano essere imputato
per la giustificazione teorica non solo del fascismo ma del totalitarismo in
ogni sua forma. L’attualismo è l’esito ultimo, e coerente, di una linea
filosofica oltre la quale non si può andare e alla quale nulla si può
contrapporre se non una linea completamente alternativa che garantisca e
supporti i valori della società aperta.
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