RASSEGNA STAMPA

15 APRILE 2004
FRANCESCO PERFETTI
[

Gentile il fascista scomodo

 

 


L’ISOLAMENTO di Giovanni Gentile negli anni Trenta — un isolamento non solo politico ma anche affettivo della crisi della sua «scuola» e per il distacco di alcuni allievi — fu compensato, per un verso, dalla stima che Mussolini continuò a manifestargli in più occasioni e, per un altro verso, dalle soddisfazioni che gli comportavano l’impegno in grandi iniziative culturali (dalla direzione della Enciclopedia Italiana alla guida di altre istituzioni come l’Istituto Fascista di Cultura, l’Istituto Italo Germanico, l’Istituto per il Medio ed Estremo Oriente, la Scuola Superiore normale di Pisa) nonché dall’insegnamento universitario e dall’intensa attività editoriale, oltreché, naturalmente, dai compiti istituzionali di senatore del Regno. Ma fu anche, questo isolamento, reso più amaro dalle polemiche e dalle accuse che vennero da ambienti filosofici e culturali avversi all’idealismo e da quei settori del Fascismo che lo accusavano di essere un liberale mascherato, o, perfino, di nutrire simpatie per il comunismo.
Tuttavia — per quanto soprattutto a partire dall’ultimo scorcio degli anni Trenta e durante gli anni di guerra egli si fosse ormai allontanato dall’impegno politico e per quanto si sentisse estraneo a certe scelte del regime, a cominciare dalla politica razziale, che era in antitesi con l’antinaturalismo del suo pensiero e che egli cercò di contrastare offrendo sostegno e protezione a non pochi intellettuali ebrei — quando, nel momento in cui l’andamento del conflitto stava volgendo al peggio, Carlo Scorza, nuovo segretario del Pnf, lo invitò a parlare in Campidoglio egli non si tirò indietro. E così il 24 giugno 1943 pronunciò quel famoso «Discorso agli italiani» che lo riportò alla ribalta dell’attenzione politica e che provocò sconcerto e amarezza in amici e allievi e dure polemiche da parte di avversari. Da quel discorso, rivolto a fascisti e non fascisti, e tutto improntato sul tema della pacificazione, emergeva il fatto che per lui il problema vero non era più l'esito della guerra, quanto piuttosto la continuità storica della nazione italiana anche all’indomani di una prevedibile sconfitta. La sua collaborazione con la Repubblica Sociale Italiana, comunque motivata — certo un qualche peso in tale scelta lo ebbe una sgradevole polemica con il ministro Leonardo Severi — fu anche una conseguenza della sua filosofia, ovvero dello stretto nesso pensiero-azione, mitico dell’attualismo e, al tempo stesso, fu l’esito della sua concezione del rapporto tra fascismo e storia d’Italia.
Sotto questo profilo, il brutale e barbarico assassinio di Gentile, compiuto materialmente a Firenze da militanti comunisti aderenti ai Gap, il 15 aprile 1944, finì per assumere il valore emblematico della fine del predominio dell’idealismo nella cultura politica italiana. E sulla matrice comunista dell’attentato non possono sussistere dubbi anche se allora circolò la voce di una responsabilità dei fascisti estremisti. E anche se oggi qualche studioso, a cominciare da Luciano Canfora, ha tirato fuori di nuovo, senza prove argomentate, quella antica storia. E anche se qualcun altro ha perfino tirato in ballo, ancora una volta senza documentazione probante, perfino i servizi segreti inglesi. La verità è molto più semplice e la responsabilità dei comunisti è indiscutibile. Se un punto oscuro rimane è quello del «livello» del partito - centrale o locale — dal quale partì l’ordine.
Ma in proposito non si può dimenticare che, già la sera del 24 maggio, Togliatti, dai microfoni di Radio Milano Libertà, commentando il «Discorso agli italiani» pronunciò parole durissime che avevano il sapore di una vera e propria condanna e che pesavano come pietre. Disse che «La santa rivolta della nazione» avrebbe liberato l’Italia «dai suoi tiranni» e anche «da questo filosofo venduto ai nemici della patria».
L’identificazione di Gentile con il fascismo, resa ancora più forte ed emotivamente percepibile a causa del suo impegno nella Repubblica Sociale e della sua tragica morte, oltre che l’identificazione, a torto o a ragione poco importa, dell’attualismo con il fascismo hanno finito per condannare il filosofo ed il suo stesso pensiero ad una sorta di «damnatio memoriae».
La polemica storiografica sul fascismo, per molto tempo condizionata dalla passione politica, si è incentrata sull’idea del fascismo come anticultura o come negazione della cultura: il che ha comportato, nella migliore delle ipotesi, il tentativo di operare una netta separazione fra il Gentile uomo pratico e il Gentile filosofo, laddove, invece, non sono affatto separati i due aspetti. Semmai, appare più convincente il discorso impostato da Giacomo Noventa e, poi, sviluppato da Augusto Del Noce, che vede nel fascismo non tanto un errore "contro" la cultura quanto piuttosto un errore "della" cultura. In questa ottica, tutti i tentativi, anche recenti (come quello di Gennaro Sasso), di sostenere l’estraneità dell’attualismo rispetto al fascismo gli sforzi per liberare la figura di Gentile dal peso ingombrante del fascismo, trasformandolo nella migliore delle ipotesi in un conservatore o un liberale ingenuo e «tradito» dagli avvenimenti, sono destinati a scontrarsi contro la realtà dei fatti e contro la stessa natura di un pensiero che finiva per postulare l’identità di filosofia e di politica.
E tutto ciò, indipendentemente dal giudizio che di tale pensiero si voglia o si possa dare nonché le responsabilità che ad esso possano essere imputato per la giustificazione teorica non solo del fascismo ma del totalitarismo in ogni sua forma. L’attualismo è l’esito ultimo, e coerente, di una linea filosofica oltre la quale non si può andare e alla quale nulla si può contrapporre se non una linea completamente alternativa che garantisca e supporti i valori della società aperta.

inizio pagina
vedi anche
Tracce biografiche