![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 15 APRILE 2004 |
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La religione |
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Nel suo impervio ma importante volume Della cosa ultima
pubblicato ora da Adelphi, Massimo Cacciari scrive: «Dopo Hegel chi ha
concepito con più forza la "vera" teologia come purissima filosofia
è certamente Giovanni Gentile. La storia va risolta integralmente nell'atto
stesso dello Spirito, l'individualità che si fa chiude in sé tutto il
possibile, è arché di ogni essere e di ogni esistere». Noi sappiamo che il
termine greco arché significa principio, origine, sorgente e perciò la prima
immagine che abbiamo della filosofia gentiliana è proprio questo suo
provenire dal principio, dalla prima radice, e - scrive ancora Cacciari - dal
misticismo. «Mistica, per lui, è la profonda religiosità dell'attualismo». Non pensiamo nemmeno per sogno di discorrere di questi alti e solitari
argomenti, ma le pagine di Cacciari oggi ci pongono di fronte al tema della
vita e della morte di Giovanni Gentile mentre scoccano i sessant'anni
trascorsi dal suo assassinio, il 15 aprile del '44. In quella giornata, si
compiva il destino di un uomo e della sua figura di pensatore nella maniera
più tragica ma anche più consona alla «dimensione dell'Ignoto» (Cacciari) che
Gentile perseguiva: morire perché la violenza si esercitava contro l'essere
lui Giovanni Gentile e non solo un filosofo, un pensatore, un intellettuale. Morire perché si compiva - come lui stesso aveva più volte previsto - il
conoscere, l'atto del conoscere e il «dramma» dell'attualismo. Un dramma al
quale si era aggiunto e sovrapposto il dramma politico, il fallimento di ogni
azione «rivoluzionaria». Un anno prima, Gentile parlando a Manlio Rossi
Doria, gli aveva detto: «I vostri amici possono uccidermi ora se vogliono. Il
mio lavoro nella vita è finito». Troppi eventi si erano accavallati in quei
mesi di disfatta, di odi, di sangue, di vendette e di guerra. Persino il
famoso colonnello Stevens da radio Londra l'aveva definito «un filosofo
arlecchino drappeggiato di croci uncinate». Ma nulla era più falso. In
realtà, la disfatta del fascismo e dell'Italia era soltanto la crudeltà
tragica e fenomenologica di un lungo sogno per una nuova religione del
pensiero. Scrisse Prezzolini anni dopo che, come Hegel aveva tradotto in
lingua filosofica la religione luterana, così Gentile aveva fatto con al
religione cattolica. Ma Gentile era molto odiato anche dai suoi camerati che
vedevano in lui soprattutto l'estremo tentativo di una peraltro ormai
impossibile pacificazione nazionale dentro quello Stato etico che era tra i
maggiori obiettivi morali del filosofo. Lo Stato etico come guida, come mente
sovrana, insomma, anche se il filosofo pur accettando un ruolo di primissimo
piano nella cultura del nuovo fascismo, non aveva mai smesso di esercitare,
con l'intervento personale, la propria autorità per evitare discriminazioni e
persecuzioni nei confronti dei nemici del fascismo. Due, in pratica, furono le egemonie culturali del ventennio «nero» e di
dopo: quella crociana e quella gentiliana, le quali partite per dir così
insieme da una comune ricerca storica e filosofica, divaricarono poi i loro
interessi e i loro programmi come si sa sino ad opporsi e a costituire
paradossalmente uno dei dibattiti più importanti ed elevati che potesse
toccare ad un paio di generazioni di studiosi e di filosofi. Nessuno sfuggì
al fascino dell'uno o dell'altro, si potrebbe scrivere, le sorti di due
destini diversi: la morte (cioè la punizione e l'eliminazione) per l'uno, e
la gloria (cioè la vittoria della ragione) per l'altro. Il gesto di Fanciullacci, giustiticato da Concetto Marchesi, Antonio Banfi
e Franco Venturi tra gli altri, significava proprio questo destino che però
non chiudeva un'epoca, bensì l'apriva e la sostanziava con nuove idee e nuovi
problemi di pensiero e di azione, problemi che vivono e rivivono
continuamente nell'esercizio della conoscenza filosofica che nessun
assassinio potrà mai eliminare o far tacere perché essa è «scintilla del
fuoco divino» di una religiosità interna allo spirito. Ciononostante, nel
1934 sia le opere di Gentile sia quelle di Croce vennero messe all'Indice
dalla Suprema Congregazione del Sant'Uffizio: è un dato da non dimenticare
neppure oggi. Anzi: oggi specialmente, a sessant'anni dalla morte di Gentile
e a cinquantadue da quella di Croce. Come non dobbiamo dimenticare queste parole di Gentile tratte da
Introduzione alla filosofia (1933): «L'uomo è sì un animale politico; ma è
prima di tutto un animale filosofo. La sua essenza fondamentale è questa. E'
filosofo perché pensa. Giacché pensare significa non essere più animale, né
null'altro che sia naturalmente; non appartenere più alla natura, ossia
all'insieme delle cose in cui l'uomo al suo nascere viene a trovarsi, e
dinnanzi a cui si ritrova ogni giorno... Pensare è realizzarsi ed esistere
come coscienza di sé che si oppone alla coscienza dell'altro. C'è l'uomo e
c'è il mondo». |