RASSEGNA STAMPA

11 APRILE 2004
ELISA DEL GROSSO
[

Libertà e biotecnologie, questione femminile e democrazia

A proposito di procreazione medicalmente assistita

 

 

Con questo articolo di Elena Del Grosso prosegue il dibattito - aperto da Giovanna Capelli - sul rapporto fra libertà e biotecnologie.


Da marzo 2004 la legge sulla Procreazione Medicalmente Assistita (Pma) è diventata operante e probabilmente il Far West, a lungo invocato come la condizione che l'ha resa necessaria, comincia proprio ora.

E' di questi giorni la notizia che negli Stati Uniti il congresso ha approvato una legge che tiene distinti i diritti del feto da quelli della madre e Bush dichiara che non vede l'ora di firmarlo. Più di venti milioni di cristiani fondamentalisti negli Usa, Buttiglione e i tanti cattolici integralisti nostrani possono dirsi contenti. Non altrettanto possono dirsi le donne che non volevano questa legge e, quantunque inascoltate, si sono a lungo battute contro.

Nell'ampio dibattito che vede oggi coinvolti gli esperti bioeticisti, scienziati medici e giuristi, tutti rigorosamente maschi, le donne quantunque protagoniste di approfondite riflessioni teoriche sulla questione delle biotecnologie della riproduzione per gli spostamenti simbolici, di percezione del se e del proprio corpo, sono state di fatto marginalizzate. Qualcosa non ha funzionato o nell'ipotesi contraria l'esclusione femminile fa parte di quello stesso disegno di ri-approprazione del corpo femminile che vede nella libertà procreativa e nella scissione tra sessualità e maternità una minaccia all'ordine sociale a cui questa legge intende ri-mettere ordine simbolico.

Per questo è una legge del tutto ideologica ed etica, che incrina pesantemente la laicità dello stato. E' una legge illiberale perché limita le libertà personali. Inoltre è una legge cattiva e piena di livore nei confronti delle donne ma anche punitiva nei confronti del potere medico che ha osato con l'artificio "giocare a fare Dio", sfidare e al tempo stesso rompere una antica santa alleanza che vede attribuire al medico il corpo e al prete l'anima.

Questa legge, pessima sul piano normativo, frutto di un'operazione tutta ideologica colma il vuoto della politica con l'oscurantismo del puro riduzionismo biologico. Sul piano simbolico l'esclusione del femminile come soggettività e come corpo e la presunta centralità del ruolo del "soggetto- embrione, mostrano una curvatura della legge verso la normalizzazione dell'intero processo procreativo che può portare, ad una revisione riduttiva e restrittiva della 194.

Per evitare questo, nella passata legislatura, come Tavolo di Donne sulla Bioetica insieme ad altre 50 associazioni ed organizzazioni trasversali agli schieramenti politici, avevamo costruito un Cartello in cui al posto di una legge inefficace ed inapplicabile si chiedeva un regolamento in grado di tutelare la salute delle donne e dei loro figli e garanzie per la libertà di accesso per donne e uomini.

Si chiedeva tutela giuridica dei bambini nati con donazione di gameti per evitare quello scempio del disconoscimento di paternità utile soltanto ad alcuni padri per non pagare più gli alimenti a madri e figli. Si chiedevano regole e linee guida omogenee nell'intero paese che garantissero una prevenzione ed una corretta informazione per una scelta libera, responsabile ed autonoma all'interno dei livelli essenziali di assistenza.

La storia della Pma è lunga e complicata ed ha un suo inizio nella nascita di Luise Brown, la prima bambina concepita in provetta nel 1978 che dimostrò come un ovulo fecondato in vitro e trasferito nell'utero di una donna potesse portare alla nascita di un bambino normale. Se questo fatto in sé attenne alla scienza ed aprì il dibattito sulla sperimentazione embrionale molto altro ancora riguardò le donne. L'evento accaduto segnò l'inizio di uno spostamento. Per la prima volta quell'inizio di vita, quel concepimento, magico e misterioso finché protetto dal corpo materno, divenne visibile e trasparente.

Da quel momento la procreazione, detta, sentita e percepita dalle donne come un qualcosa legato alla propria genealogia femminile, venne tradotta nel linguaggio neutro, freddo e distante della scienza e della medicina. Il corpo femminile e l'intero processo procreativo venne visto, indagato, parcellizzato in frammenti sempre più piccoli. Da quel momento uova, spermatozoi, zigoti, embrioni, corredi cromosomici e genetici, uteri popolarono l'immaginario collettivo come fossero soggetti con una loro individualità, intrinsecamente autonomi separati nello spazio e nel tempo da quei corpi di donne e uomini da cui provenivano ed a cui appartenevano. Il dibattito etico si spostò "dall'interno " del corpo materno "al di fuori" della capsula Petri.

Non c'è socializzazione del sapere femminile rispetto a queste tecnologie, rispetto a queste modalità nuove di guardarsi, a questo andare dietro alla realizzazione dei sogni che queste tecnologie promettono e/o dicono di fare. A differenza delle tecnologie riproduttive legate alla contraccezione che diedero emancipazione, potere e libertà femminile, la procreazione fuori dal corpo materno e la possibilità anche di una dislocazione della gestazione in un altro corpo di donna vennero elaborate dalla riflessione femminista negli anni 80-90 come quel "bordello procreativo" o quella "deflagrazione della maternità"(rispettosamente Gene Corea e Luisa Boccia) che in ultima analisi sarebbero andate a finire nel tentativo di dominio sul corpo femminile e di controllo dell'intero processo riproduttivo. "Né con il papa né con l'imperatore" fu lo slogan partito dal Tavolo della Bioetica che ben rappresentava la consapevolezza e la posizione politica di molte donne in quel momento.

Sulla base di una presunta oggettività scientifica, questa legge fa scomparire il soggetto femminile, nella sua soggettività desiderante, a vantaggio della malattia e della terapia, decentralizzando il corpo femminile a vantaggio di un embrione, il cui corpo incarnato in quello di una donna (piaccia o no fino ad oggi è un dato di fatto, l'ectogenesi deve ancora venire) semmai ne è un riflesso. Come dice Anne Marie de Vilaine «mi è difficile in quanto donna dare uno statuto oggettivo all'embrione in quanto ne ho uno soggettivo e unico». Sulla stessa base oggettiva questa legge introduce nel suo linguaggio, parole e definizioni di quel determinismo biologico o meglio genetico che vuole ridurre la biografia a biologia o meglio ancora a sola identità genetica. L'assetto cromosomico ed il make-up genetico è ciò che identifica l'embrione, la sua appartenenza ed il suo inizio di vita. Medici, scienziati e bioeticisti stanno a disquisire quando ed in quanto tempo il pronucleo maschile e quello femminile si fondono. L'embrione sin-gamico è il nuovo oggetto di discussione. In una rincorsa al ribasso si spacca il capello in quattro su una questione che potrebbe appassionare al massimo un piccolo nucleo estremamente specialistico di esperti in fisiologia molecolare della riproduzione, il tutto per trovare una mediazione sul concetto di persona. Ma biologia e biografia stanno su piani diversi. La mediazione genera solo confusione. Lo zigote diventa uguale a persona, un soggetto di diritto che deve essere tutelato. Da qui discende tutta una serie di "no": alla crioconservazione, alla diagnosi preimpianto, alla ricerca sulle cellule staminali, alla clonazione Se lo si congela si produce un danno a quello che è il suo corpo foss'anche di una sola cellula. Non parliamo del prelievo di cellule staminali che porta a morte sicura la blastocisti L'aborto diventa un infanticidio! Non si scappa da una revisione riduttiva della 194. Le donne dicono no!

Questa legge non riguarda solo le donne ma va ben oltre. Ha a che fare con la democrazia. L'essenzialismo genetico preso come paradigma dominante per definire lo stato giuridico dell'embrione stabilisce di fatto il primato dell'identità genetica nella definizione di persona e sulla base di uno stretto determinismo dà valore ontologico al gene ed al genoma come agente di causa di tutte quelle caratteristiche fisiche e comportamentali che caratterizzano l'essere umano "biologico e sociale". Questo paradigma appartiene alla sociobiologia i cui effetti deleteri hanno segnato buona parte del XX secolo. Le leggi razziali in Europa, la legge sull'immigrazione in Usa del '24, le leggi sulle sterilizzazioni coatte in tutto il mondo occidentale sono state espressioni di questa ideologia. Le leggi sulle tecnologie riproduttive, in generale, ma la nostra in particolare modo, possono essere lo strumento del presente perché dà un più forte potere sociale all'informazione genetica con i rischi di nuove e più ampie forme di discriminazione genetica. Così questa legge, che implicitamente discrimina tra figli naturali e figli artificiali simile a quella tra figli legittimi ed illegittimi, aggiungerà la discriminazione tra omologhi ed eterologhi (insensata dal punto di vista scientifico). Il figlio di sangue diventa il figlio genetico. La purezza genetica della famiglia viene tutelata. A questo si aggiungono gli "indesiderabili "ossia quei bambini, i cui genitori affetti da malattie genetiche e trasmissibili alla progenie, non hanno diritto di venire al mondo nemmeno quando è disponibile una tecnologia che consentirebbe loro di nascere sani.

E vengo alla grande ipocrisia della Tecnica di Diagnosi pre-impianto che questa legge vieta sulla base di una presunta deriva eugenetica che, se si lascia spazio al mercato, potrebbe esistere. Ma questo è un altro discorso. L'ipocrisia nasce dal fatto che questa tecnologia, che nelle Pma consente di sapere se un embrione è sano o malato, e quindi evitarne l'impianto sotto il nome di tecniche di Diagnosi pre-natale, viene ampiamente utilizzata dalla maggioranza delle donne nelle gravidanze "naturali" con ampio consenso sociale. Dati statistici ci dicono che nel triennio che va dal 1997 al 2000 la diagnosi prenatale è aumentata del 233%. Sulla base della prevenzione delle malattie, l'esito negativo di questi test porta quasi inevitabilmente ad un aborto terapeutico. Per l'embrione "Pma" è concesso di sapere tutto ma a patto che segua poi l'iter del "confratello naturale". A parte il sadismo e la cattiveria che questa norma mostra di avere nei confronti della donna, essa presuppone anche una società tutta cattolica, visto che persone appartenenti ad altre religioni e portatori di gravi malattie genetiche trovano nelle Pma e nelle tecniche di diagnosi preimpianto un utile escamotage per evitare l'aborto terapeutico ed eliminare l'embrione malato (nell'Islam la tutela della vita prenatale è a 120 giorni) La religione cattolica diventa religione di stato.

E vengo all'ultimo divieto e all'ultima grande ipocrisia che riguarda la ricerca scientifica sull'embrione. Ci sono migliaia di embrioni crio-conservati sparsi per i laboratori di tutta Italia che stanno in uno stato di sospensione di vita. Fino a quando questo stato deve e può continuare. La decisione dovrebbe spettare a che quell'embrione ha permesso di esistere in primis la donna che ha fornito l'uovo e poi semmai la scienza. Negare ogni tipo di ricerca sull'embrione significa non solo negare la ricerca sulle cellule staminali embrionali a fini conoscitivi e per la medicina rigenerativa, ma anche per migliorare la tecnologia stessa ed aumentare quel 15-20 di successo per ciclo nell'interesse della salute della donna.

"No agli scambi politici sul corpo delle donne" e "no alla legge sull'embrione" sono slogan che appartengono oggi ad un vasto movimento di donne che, mettendo insieme soggettività diverse per luoghi e generazioni e pratiche politiche, ha costruito una rete che si è ricompattata intorno al tema dell'autodeterminazione femminile in materia di sessualità e scelte procreative.

Credo che questa sia una condizione necessaria ma non sufficiente. Questa legge va ben oltre le donne. Sul corpo femminile si stanno ridefinendo i confini della cittadinanza di donne e uomini. Ed è per dare corpo parole e pratiche alla cittadinanza femminile, le donne e gli uomini debbono fare una battaglia congiunta per capire come e perché queste tecnologie ridefiniscono i confini non per rifiutarli ma per poterli ridisegnare.

Elena Del Grosso
Dipartimento di Biologia dell'Università di Bologna 


 

.
inizio pagina
vedi anche
Bioetica