![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 9 APRILE 2004 |
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Torna dopo 52 anni «Discorso tecnico delle
arti», mentre in Spagna esce un libro-intervista |
Con Dorfles nel regno dell’estetica
Torna dopo oltre cinquant’anni il Discorso
tecnico delle arti , primo libro pubblicato da Gillo Dorfles. Non un
libro qualsiasi, dunque, ma «un testo che continua ancora adesso a costituire
il compendio decisivo della concezione estetico-antropologica» coltivata da
Dorfles, considerato «una delle personalità più significative della critica
d’arte». Certo è un progetto ambizioso quello della ripubblicazione di un libro
che aveva avuto la sua prima versione nell’ormai lontanissimo 1952, per la
collana «Saggi di varia umanità» della editrice Nistri-Lischi di Pisa (collana
diretta da Francesco Flora), un progetto che Dorfles giustifica così: «Oggi che
la tecnica è divenuta così imperante e ossessiva che ritengo sia fondamentale
per l’artista rendersi conto dove inizia e dove finisce il proprio
"regno"». Primo obiettivo del Discorso di Dorfles, oggi come
allora, è non limitare in alcun modo quella che definisce «la libera creatività
dell’artista». Ma anche questo obiettivo presenta notevoli rischi, primo tra
tutti quello di far scivolare l’autore in un ginepraio di dotte citazioni in
bilico tra esistenzialismo e idealismo crociano, tra strutturalismo e
heideggerismo, tra le ultime tendenze derridiane e quelle rortiane. Se così non
accade, è ancora una volta merito di Dorfles. Che «si impone» ad analizzare,
con la leggerezza che gli è consueta, i diversi linguaggi artistici e delle
loro tecniche con «una meno complessa impostazione filosofica». E, pur non
evitando di citare Picasso o Hindemith, il risultato è un libro tutto da
leggero che spazia abilmente tra i pericoli della ricerca estetica e i rapporti
tra pittura e musica, tra architettura e arti plastiche, tra le possibilità
della parola e le potenzialità degli altri mezzi espressivi. Un libro capace di
toccare persino il cuore (e la testa) delle giovani generazioni sempre più
ammalate di «virtualità».
Giovanissimo appare, d’altra parte, anche il Dorfles (nato a Trieste nel 1910)
protagonista del libro-dialogo con Flavia Puppo, libro che nasce prima in
spagnolo (perché l’autore di Nuovi miti, nuovi riti è da sempre
«innamorato della lingua castillana») ma che avrà presto una versione in italiano.
E che sorprende per il carattere leggero di quelle conversazioni informali
fatte di domande brevi e risposte chiare in cui si ritrova il Dorfles della
Trieste di Svevo, quello che intratteneva epistolari con Prampolini e Savinio,
quello che ammira la casa sulla cascata di Wright e il Guggenheim di Bilbao di
Gehry, quello pittore del Capovolgimento , delle Concatenazioni e
delle Forze avverse .
Il risultato è un dialogo intimo che non sfiora mai l’indiscrezione perché a
Dorfles non piace parlare «di questioni private e amorose». Anche se poi,
attraverso i frammenti del dialogo tra questa giovane studiosa spagnola (ma
nata a Montevideo) e il critico, si finisce per scoprire l’animo di questo
«teorico rigoroso capace di parlare a tutti». Superando persino quel pudore
autobiografico che da sempre lo contraddistingue e che, in un’epoca in cui
tutti si mettono in nudo nel loro bello e (più spesso) nel loro brutto, deve
rappresentare per lui un ulteriore motivo di orgoglio.
I libri: Gillo Dorfles, «Discorso tecnico delle arti», Christian Martinotti
edizioni, pagine 260, 19; Gillo Dorfles e Flavia Puppo, «Destino Dorfles»,
Biblioteca ELR ediciones Madrid, pagine 180, 9