RASSEGNA STAMPA

9 APRILE 2004
ELISA BORGHI
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Ogm. Voci a confronto
 

Ignoranza, e pregiudizio. I motivi che impediscono lo sviluppo della ricerca e la semina degli organismi geneticamente modificati (ogm) in Italia sono presto detti: l’ignoranza di chi pensa che un pomodoro transgenico sia tale perché contiene geni, al contrario del pomodoro “normale” che ne sarebbe invece privo, e il pregiudizio di certe parti politiche, che si oppongono alle applicazioni vegetali della biotecnologia perché “non è un tema popolare, e la politica tende a ‘dimenticarsi’ di governare un problema che la potrebbe mettere in conflitto con l’opinione pubblica”, spiega Edoardo Ferri, portavoce del presidente della Monsanto, una delle maggiori multinazionali che produce sementi geneticamente modificate.

Ma gli ogm sono veramente cibo di Frankestein, monopolio delle multinazionali, applicazione della scienza oltre i confini dell’eticamente lecito? E quali eventuali minacce e vantaggi offrono all’ambiente e all’uomo che lo abita? Lo abbiamo chiesto ai rappresentanti della ricerca, dell’agricoltura e dell’industria italiani: Leonardo Santi, presidente del Comitato per la biosicurezza e la bioetica della presidenza del Consiglio dei ministri; Lorenzo Melioli, presidente dell’Associazione italiana giovani agricoltori (Anga) ed Edoardo Ferri, portavoce di Jean-Michel Duhamel, presidente della Monsanto Italia.

Leonardo Santi: “Le biotecnologie in molti casi sono utili proprio per tutelare la biodiversità”

Prof. Santi, in quanto presidente del comitato per la biosicurezza e la bioetica della presidenza del Consiglio dei ministri, può spiegarci perché in Italia si guarda agli ogm con tanto sospetto?
Per problemi di diversa natura, ma che nascono, in larga parte, da pregiudizi che dovrebbero essere sfatati, e dal fatto che gli alimenti contenenti ogm sono stati inizialmente introdotti sul mercato da grandi multinazionali. Un fattore, quest’ultimo, che ha contribuito a creare il sospetto che gli ogm potessero soppiantare alcuni prodotti nazionali. Su queste preoccupazioni si sono poi innescate altre, non corrette informazioni.

Che cosa intende per ‘informazioni non corrette’?
Le preoccupazioni relative agli ogm dipendono da tre fattori che derivano dalla scarsa informazione sulla biotecnologia: in primis, si teme che gli ogm possano danneggiare la salute dell’uomo e degli animali; poi ci si preoccupa di un’eventuale contaminazione ambientale; e infine si guarda con sospetto al possibile impatto economico che gli ogm potrebbero avere sui prodotti nazionali. Ma questi effetti non sono dimostrati. Gli ogm vengono utilizzati, da anni, da milioni di americani e non si è mai riscontrato alcun danno. Non credo, quindi, che si possa affermare che gli ogm danneggiano la salute. Il problema della contaminazione ambientale può essere risolto prendendo delle precauzioni. Qualche mese fa abbiamo avuto una riunione congiunta del nostro Comitato con un gruppo di lavoro del ministero delle Politiche Agricole per stabilire i criteri per iniziare una sperimentazione in campo aperto. Finché questi prodotti non si sperimentano, non è possibile dire quali siano i loro effetti. Si possono solo formulare ipotesi che non sempre sono aderenti alla realtà. Noi intendiamo fare delle sperimentazioni, prendendo le relative precauzioni per evitare la contaminazione dell’ambiente. Per quanto riguarda le minacce di tipo economico, va considerato che se gli ogm non saranno coltivati o prodotti in Italia, una volta che sarà cessata la moratoria europea il nostro mercato sarà comunque invaso da prodotti ogm stranieri, e noi non avremo nemmeno la possibilità di coltivarli.

La cessazione della moratoria europea non è in discussione proprio in questi giorni?
Sì. La cessazione della moratoria è in discussione per alcuni dei prodotti che si sono dimostrati innocui ai test. In molti paesi dell’Ue, compresa l’Italia, si cominciano inoltre a fare sperimentazioni in campo aperto. Queste ci daranno risposte che consentiranno di fare precise scelte. La tendenza a discutere dei problemi in astratto, senza avere le prove di quello che si dice, è un fatto grave, che danneggia anche il consumatore.

È d’accordo sull’applicazione del principio di precauzione?
Sono d’accordo sull’applicazione del principio di precauzione. Ma bisogna vedere come viene utilizzato. Ogni volta che non esiste la certezza matematica di quali saranno i problemi è necessario applicare il principio di precauzione. Quando ci sono prove certe, occorre valutare gli scenari di rischio-beneficio. Recentemente, mi sono recato in Cile per partecipare al Forum mondiale per le biotecnologie ed ho riscontrato che tutti i paesi in via di sviluppo desiderano poter coltivare anche ogm. Certamente si preoccupano di non venire schiavizzati dai paesi forti, ed hanno dubbi sulle grandi imprese, ma vogliono avere rapporti con l’Europa e l’Italia per poter collaborare al trasferimento di una tecnologia che consente di produrre prodotti utili. Le biotecnologie vengono viste come un processo utile per l’economia.

Gli ogm potrebbero consolidare il monopolio delle multinazionali?
Il problema è reale fino a che non si incentivano ricerche autonome. Sviluppare ricerche ed attività economiche indipendenti dalle multinazionali è il modo migliore per rimanere autonomi. Va inoltre detto che per molti prodotti, anche sementi, stanno per scadere i termini del brevetto, in molti casi viene quindi a cadere anche questa preoccupazione.

Gli ambientalisti sostengono che la semina di ogm riduca la biodiversità. Una minaccia reale?
Dipende da come vengono utilizzate le biotecnologie, che in molti casi sono utili proprio per tutelare e mantenere la biodiversità. Se si riesce a produrre un maggior numero di alimenti per ettaro, si riduce l’uso di terreno per scopi agricoli. E si possono preservare certi ambienti, come le foreste, oggi minacciate dalla deforestazione fatta per aumentare la superficie agricola. Aumentare la produttività del terreno è anche un modo per ridurre la desertificazione.

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Edoardo Ferri: “Nei settori merceologici di punta i grandi player sono presenti da sempre”

Dottor Ferri, lei è portavoce del presidente della Monsanto, secondo lei da cosa derivano i pregiudizi dell’opinione pubblica sugli ogm?
Comprendere la tecnologia, capire come si fa una modifica genetica ad una pianta è molto difficile. Lo dimostra il fatto che quando, nell’ambito di un sondaggio, si è chiesto che cosa differenzia un pomodoro transgenico da un pomodoro non transgenico, la risposta, in più del 40% dei casi, è stata che il pomodoro transgenico ha i geni e quello non transgenico no.

La stampa e gli scienziati sono responsabili di questa disinformazione?
Non mi piace dare colpe alla stampa. I giornalisti colgono i momenti di conflitto, e su questo tema sono chiaramente evidenti. Fare informazione scientifica è invece compito dell’industria e degli scienziati. Ma gli scienziati in Italia sono poco ascoltati. Tanto che esiste un’autorità scientifica, un’autorità sulla sicurezza alimentare europea che avrà sede a Parma, che ha già dato parere positivo su molti prodotti ogm in corso di approvazione, nei confronti dei quali l’Italia continua ad esprimere un ‘no’ di natura ideologica. Nemmeno un’istituzione scientifica come l’Efsa, che detterà le linee sulla sicurezza alimentare in Europa, è ascoltata in Italia. A livello politico il parere degli scienziati è carta straccia.

Il rifiuto degli ogm è dovuto, quindi, anche a resistenze di tipo politico…
Si. La biotecnologia non è un tema popolare, e la politica tende a ‘dimenticarsi’ di governare il problema perché non vuole entrare in conflitto con ‘l’opinione pubblica’. Definizione peraltro inesatta nel caso degli ogm: non è l’opinione pubblica ad opporsi agli ogm, ma sono una minoranza di persone molto attive, ben organizzate, con contatti che funzionano. Anche le campagne pubblicitarie di alcune aziende della grande distribuzione demonizzano la tecnologia ogm, influenzando negativamente i consumatori: l’investimento di miliardi nella campagna degli ‘ogm free’ sicuramente ha influenzato la percezione negativa dei consumatori.

Le multinazionali possono arrivare a dominare il mercato degli ogm, creando un innalzamento incontrollato dei prezzi?
Già oggi, e da molto prima dell’avvento degli ogm, il settore sementiero versa in una situazione oligopolistica dominata da grandi ‘player’. Questo punto è di fondamentale importanza: nei settori merceologici di punta, i grandi player, che in qualche modo dominano il mercato, sono sempre stati presenti. In Italia, oltre il 90% delle sementi di mais e soia è importato e venduto da tre società sementiere principe: Monsanto, Pioneer e Syngenta. Se controlliamo l’aumento dei prezzi delle sementi negli ultimi anni, noteremo che è stato molto più contenuto di quello di altri beni. È importante invece che le multinazionali abbiano dei codici di comportamento, anche per non assumere una posizione arrogante sul mercato. Noi abbiamo un codice di condotta che ci impegna eticamente nei confronti di certi valori.

L’Inghilterra ha recentemente aperto alla semina di mais transgenico, un fatto curioso: di mais in quel paese ce n’è assai poco. Una mossa politica?
In Inghilterra è stato fatto un importante studio sull’impatto ambientale di alcune coltivazioni. Fra queste, il mais è risultato avere un impatto ambientale particolarmente positivo. L’approvazione della semina è probabilmente la conseguenza di questo studio. Nel nostro paese, le cose si decidono invece senza fare nemmeno una prova in campo.

Alcuni paesi africani rifiutano di seminare ogm anche in situazioni di estrema carestia. Perché?
Non credo che gli africani rifiutino gli ogm. Il caso dello Zambia è più relativo a derrate che a semi. Io posso invece riportare l’esempio del Sudafrica, dove i contadini che seminano cotone bt sono molto contenti dell’aumento del raccolto che hanno. Alcuni di loro hanno testimoniato di poter finalmente mandare i figli a scuola e assicurargli un futuro diverso dal proprio. Queste testimonianze sociali la dicono lunga sul grado di accettazione delle biotecnologie in Africa. Quando si sperimantano le sementi gm in territori che hanno difficoltà a produrre, i benefici si vedono immediatamente e gli agricoltori sono i primi a volere questi semi.

Gli americani da anni seminano e si nutrono di ogm. Che esiti hanno avuto i test eseguiti sulla popolazione e l’ambiente degli Usa?
Non esiste nessuno studio, pubblicato su riviste internazionali e validato da un comitato esterno, che dimostri che gli ogm sono dannosi per la salute. Esistono, al contrario, una mole di studi indipendenti, fatti dalla Ue e dalla Royal Society britannica, ed una serie di pareri autorevoli, come quello dell’Organizzazione mondiale della sanità o della nostra Accademia dei Lincei - che è stato completamente ignorato - che dimostrano che gli ogm sono assolutamente sicuri, proprio per il fatto che sono scrutinati in modo più rigoroso rispetto ai prodotti tradizionali. Sono pochi e solitamente non competenti i ricercatori che si oppongono a questa tecnologia. La maggior parte degli scienziati ha la certezza che si tratta di una tecnologia che produrrà effetti benefici sull’umanità. In America gli ogm hanno permesso di utilizzare meno prodotti chimici per l’agricoltura, e la possibilità di seminare senza dover arare determina una minore immissione di anidride carbonica nell’atmosfera. È un modo di coltivare più razionale, che ha un impatto ambientale positivo.                           

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Lorenzo Melioli: “Gli ogm darebbero meno le spese, rese maggiori e piante più resistenti”

Dottor Melioli, come presidente dell’Associazione nazionale giovani agricoltori, può dirci se siete favorevoli o contrari all’introduzione di sementi geneticamente modificate?
Il mondo agricolo e la Confagricoltura sono da sempre aperti alla sperimentazione, vogliono capire se le nuove tecnologie sono utili dal punto di vista alimentare e scientifico. È inutile fare ‘la caccia alle streghe’ nei confronti di qualche cosa che ancora non è stato debitamente sperimentato. Degli ogm finora si è parlato in modo negativo, ma la sperimentazione di alcune piante, resistenti a determinate malattie, potrebbe essere importante sia per il consumatore sia per l’agricoltore, a cui consentirebbe di utilizzare meno fitofarmaci. Sarebbe importante avere organismi resistenti alle avversità, atmosferiche e patologiche. Io penso a queste applicazioni degli ogm, più che alla possibilità di risolvere il problema della fame nel mondo.

Parte della diffidenza del consumatore non dipende proprio da questo? Dal fatto che la biotecnologia permette di intervenire sulla pianta per migliorarne non solo la qualità, ma anche per aumentarne la resa e la quantità?
Il consumatore teme infatti le modifiche genetiche che vanno a incidere sulla quantità del prodotto, più che sulla qualità. Teme cioè la manipolazione finalizzata ad aumentare i profitti e i quantitativi e non a migliorare le caratteristiche organolettiche del prodotto. Il consumatore è per sua natura diffidente, ma sbaglia a demonizzare ciò che non conosce. Per questo l’Anga propone di sperimentare sul campo gli ogm, senza dire no a priori.

Quali sono i risultati dei test eseguiti sui consumatori di ogm e sull’ambiente?
Parlando con chi segue le sperimentazioni a livello universitario e nazionale, emerge che quello delle ripercussioni negative degli ogm sull’uomo e sull’ambiente è un falso problema. Si tratta però di un argomento difficile da spiegare al cittadino a causa di tutta la campagna denigratoria fatta contro gli ogm. Io possiedo, a Reggio Emilia, una delle più grandi aziende che producono biologico. Non coltivando ogm ne parlo nel modo lucido di chi vede la cosa in maniera distaccata. Come Anga non siamo schierati contro le sperimentazioni degli ogm, né contro il loro utilizzo.

Pochi mesi fa, in Piemonte sono stati distrutti interi campi di mais. Cosa pensa di questa scelta?
Si è trattato di uno scempio. È stata una vergogna vedere gli pseudoambientalisti armati di falcetto, seguiti dalla Coldiretti - che non pensa ai suoi agricoltori, ma pensa solamente al patto col consumatore, scellerato in questo caso - andare a distruggere intere piantagioni di mais. Su questo bisogna gridare alla vergogna. Il tema degli ogm deve essere affrontato con lucidità, con dati certi alla mano, anche se in Italia la calunnia è molto più allettante della sperimentazione o del dato scientifico. Dobbiamo intraprendere un percorso di responsabilizzazione.

Quali vantaggi trarrebbero gli agricoltori dalla semina di piante gm?
Gli agricoltori avrebbero una riduzione delle spese, rese maggiori, piante resistenti alle avversità. Dal punto di vista agronomico ci sarebbero dei miglioramenti. Anche se gli ogm potrebbero minacciare la biodiversità delle piante coltivate, che sarebbero tutte uguali. Facendo un uso indiscriminato degli ogm probabilmente si perderebbe l’immenso patrimonio di biodiversità proprio del territorio italiano. Ecco perché sostengo che occorra creare diverse aree di coltivazioni: zone in cui gli agricoltori possono scegliere di fare o non fare ogm, e zone in cui viene preservato il patrimonio genetico naturale.

È possibile preservare il nostro patrimonio genetico? Uno degli argomenti addotti dagli ambientalisti per bocciare gli ogm è il fatto che minacciano irrimediabilmente la biodiversità, cosa risponde?
Da anni la sigarosi colpisce l’ippocastano. Si tratta di una malattia che viene dalla Iugoslavia e della quale nessuno si è mai lamentato. Nel mondo naturale avvengono sconvolgimenti naturali incontrollabili, contrariamente a questi, gli ‘sconvolgimenti’ fra virgolette, che possono causare gli ogm sono controllati. Malattie come la graffiosi dell’olmo, che ha distrutto tutti gli olmi della pianura Padana, o la fillossera della vite, che ha annientato i vigneti emiliani fra la Prima e la Seconda guerra mondiale hanno sconvolto il mondo agricolo in modo assai più grave di quanto potrebbe fare l’introduzione controllata ed oculata degli ogm in alcune zone d’Italia.                          

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Biotecnologie