RASSEGNA STAMPA

8 APRILE 2004
IVANO TOLETTINI
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Se il pensiero è l’irreparabile luogo del finito

 

Alfonso Cariolato a Milano

 

 

 




Alla ricerca del pensiero finito, perché l’esperienza è mettersi alla prova senza origine né fine, alla ricerca di quei luoghi in cui l’autenticità è pratica del pensiero stesso.
Prendete più di trecento appassionati di filosofia, tutti paganti (8 euro il prezzo del biglietto), alla ricerca della propria attività educativa. Sono spinti da una sorta di "paideia", cioè la formazione morale e intellettuale che dovrebbe presiedere all’interesse dei più giovani, ma in realtà molti, decisamente vissuti, si sono ritrovati interroganti sulla complessità del pensiero del fondamento.
Per farlo, in un pomeriggio milanese tiepido d’inizio primavera, scelgono l’auditorium Leone XIII, in zona Fiera, sede mobile del Teatro Parenti, dove il filosofo vicentino Alfonso Cariolato è una delle voci che arricchisce di spunti interessanti e non sempre agevoli («ma la filosofia è un percorso accidentato ed ostico che rifugge dalla semplicità») i "lunedì filosofici".
Le conferenze sono state tenute a battesimo il 26 gennaio da Emanuele Severino ("La terra e la gloria"), sono proseguite con Salvatore Natoli ("Ars Vivendi: per una filosofia della felicità") e Giovanni Reale ("L’anima"). Poi, dopo Cariolato, sarà il turno di Pier Aldo Rovatti ("Il gioco e la filosofia"), Carlo Sini ("Dire la verità"), prima della conclusione affidata il 17 maggio a Massimo Cacciari ("Aporie della libertà").
In questo contesto, ai massimi livelli del pensiero filosofico italiano contemporaneo, la voce di  Variolato non vuole restituire alla filosofia contenuti remoti con il linguaggio iperspecialistico, ma invitare a orientarsi nel pensiero, perché consapevole che, per dirla con Parmenide, «pensiero ed essere sono la stessa cosa».
Così partendo da due domande classiche del pensiero occidentale - Che cosa è l’esperienza? Che cosa è il pensiero? - Cariolato sottolinea che c’è un nesso essenziale tra pensiero ed esperienza, perché non vi è esperienza senza pensiero e neppure pensiero senza esperienza, senza che per questo siano la stessa cosa. «In fondo, il pensiero è sempre pensiero di un corpo (ma, per certi versi, ogni corpo è già una moltitudine) e la sua "natura" è probabilmente la stessa res extensa (sostanza estesa), solo che il pensiero per pensare deve, in un certo senso, dimenticarlo per potere essere, appunto, res cogitans (cosa pensante)».
Prendendo spunto dal saggio di Heidegger "Dell’essenza del fondamento" (scritto nel 1928) Cariolato osserva che con la trascendenza finita si apre un mondo già da sempre aperto perché è la costituzione fondamentale dell’esserci umano.
Ma la trascendenza (oltrepassamento, dal latino trans scandere , salire oltre, andare oltre) è un libero lasciare che un mondo si imponga perché «noi sentiamo e sperimentiamo di essere eterni». Ma l’eternità che «noi sentiamo e sperimentiamo è il nostro essere qui, in questo mondo e così come siamo, irreparabilmente». Appunto è il luogo del finito.
Cariolato nella ricerca del rapporto tra "pensiero ed esperienza", è consapevole che l’uomo per aprirsi uno spazio nel mondo vuole accrescere il proprio potere sulle cose e sugli dei, servendosi della tecnica che gli consente di travalicare qualsiasi ostacolo.
«La libertà, allora, - osserva il filosofo di Arzignano - è libertà di fondamento, e per questo è "il fondamento del fondamento", perché il fondare è la relazione originaria della libertà col fondamento. Ma a differenza delle immagini tradizionali, da Aristotele a Hegel, qui il fondamento è sui limiti, uno stare sui limiti che può essere inteso come l’intensità (e la fecondità, ma senza alcuna finalità) del poter-essere, perché esistere è aprirsi a ciò che si è senza alcun fondamento».
Quella di Cariolato è un’analisi aspra, complessa, che arriva a porsi l’interrogativo in che rapporto sta l’esperienza con il pensiero. O meglio, dove finisce il pensiero finito? «Il problema è che non c’è un senso fuori dal nudo esistere - sottolinea -, ma è anche vero che il pensiero non è ad appannaggio solo dell’uomo, ma è anche un farsi da sé, perché il pensiero è anche inconscio. Perciò, se non è la coscienza che determina la vita, bensì il contrario, il pensiero è sempre pensiero di un corpo. Ma fino a che punto si può essere sicuri della propria coscienza ed essa può essere autentica?»
L’esperienza del pensiero «si dà soltanto quando il pensiero non detta le condizioni a ciò che pensa», perché pensare significa saggiare con l’esperienza, "provare", "misurare"; perché, come scrive Deleuze, «io rifaccio e disfo i miei concetti a partire da un orizzonte che si muove, da un centro sempre decentrato, da una periferia sempre spostata che li ripete e li differenzia».

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