![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 7 APRILE 2004 |
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Crusoe alla deriva nella «natura»
dell'asservimento
Riproposto un saggio di
Alfonso Iacono che indaga le immagini dell'uomo isolato in Defoe, Turgot e Adam
Smith. Nella solitudine dello stato di natura Robinson sopravvive grazie ai
suoi utensili, eredità storica e lavoro cristallizzato della società europea. E
grazie al fucile l'incontro tra il «borghese» e il «selvaggio» avviene sotto
l'egida del dominio
Nel discorso sul sociale,
o del sociale, è spesso implicito un
residuo naturalista. Si tratti dell'apologetica sulle dinamiche di
autoregolazione del mercato, delle retoriche della società civile o della
supposta autoconsistenza del soggetto che la moderna teoria erige al centro dei
processi di socializzazione politica, ciò che viene implicitamente assunto è
che esista una sorta di «natura» della società e che quest'ultima sia prefigurata
negli individui che in essa portano a esecuzione un'innata predisposizione
sociale. Viene con ciò rimosso l'effetto di realtà con il quale categorie e
concetti della scienza politica, discipline dell'economia, saperi del diritto,
costruiscono il rapporto tra gli uomini, stabilizzano i loro comportamenti,
rendono lineari e neutri aspettative e bisogni, esorcizzano in via preventiva la possibilità stessa del
conflitto tra di loro. Quella che il teorico identifica come la «natura» del
sociale, rappresenta piuttosto il prodotto di una specifica immaginazione
dell'uomo e dei rapporti che esso appare in grado di intessere con i suoi
simili. Deve essere pensata come il prodotto di una messa in prospettiva storicamente determinata della
verità. Quanto vale per i saperi e gli apparati categoriali del sociale - e
cioè che concetti e quadri disciplinari del diritto, dell'economia e della
politica debbano essere pensati in termini storici per poterne cogliere
determinatezza e produttività in relazione all'organizzazione e alla
stabilizzazione dei processi che essi contribuiscono ad innescare e a tenere in
tensione -, vale anche per l'antropologia, assunta quale fondamento delle
scienze umane.
Il tema dell'«uomo isolato» (Robinson il naufrago, il
selvaggio allo stato naturale, l'individuo immaginato nel «rozzo stadio» della
società che precede l'ingresso nella storia e che fornisce a filosofi e
moralisti del secolo XVIII il paradigma sul quale basarsi per immaginare
evoluzione e forme del rapporto sociale) svolge esattamente la cifra di questa
ambivalenza. Da un lato presupposto per
l'analisi di una condizione che si vuole naturale ed universale. Dall'altro effetto di una costruzione che universalizza di fatto una
specifica immaginazione di che cosa l'uomo sia e di quali siano le sue
priorità.
Alle concezioni filosofiche e ideologiche che restano
implicite nell'immagine dell'uomo isolato e che di quest'ultima rappresentano,
piuttosto, il non detto, e a come il tema venga di volta in volta declinandosi
in Defoe, Turgot ed Adam Smith, Alfonso M. Iacono ha dedicato qualche anno fa
un libro, che viene ora nuovamente messo a disposizione dei lettori (Il borghese e il selvaggio. L'immagine dell'uomo isolato nei
paradigmi di Defoe, Turgot e Adam Smith, ETS, € 13).
Ciò che «robinsonate» e descrizioni di stati primitivi hanno
in comune, è l'idea che l'astrazione in grado di isolare l'individuo
rappresenti il modo migliore per analizzare i tratti fondamentali dei dispositivi
di socializzazione che la scienza economica o la filosofia politica indagano
nella sfera della cooperazione e dello scambio o che definiscono come
«società». Far naufragare Robinson significa decostruire le prospettiva che
assume come naturali le condizioni di socialità, isolare l'individuo come
portatore di interessi e di bisogni e opporre a quest'ultimo la società come
semplice strumento per la soddisfazione dei suoi fini privati. Significa, come
per motivi diversi riconosceranno Rousseau e Böhm Bawerk, semplificare sino al
loro grado minimo il rapporto tra uomini e cose per rendere esplicite le
dinamiche del meccanismo che si tratta di ricostruire a partire dagli «istinti»
naturali e dalle predisposizioni che è possibile rinvenire nell'individuo.
Una più attenta lettura del racconto di Defoe non dovrebbe
tuttavia autorizzare una così drastica semplificazione. Ciò che permette
infatti a Robinson di sopravvivere sull'isola (e di imporre il proprio dominio
a Venerdì) è il lavoro sociale cristallizzato
negli utensili che egli recupera dopo il naufragio. Fucile, munizioni, tenda e
quant'altro Robinson può adoperare per rendersi più facile la vita non sono il
prodotto dell'abilità imprenditoriale di un isolato free
rider, ma rappresentano piuttosto ciò che egli eredita da un transito
sociale già avvenuto e che risulta integralmente incorporato nelle condizioni
che presiedono alla rappresentazione complessiva del suo isolamento e della sua
solitudine.
La differenza tra le «robinsonate» degli economisti e di Rousseau
e il Robinson di Defoe sta tutta dentro questa anticipazione. Per i primi,
l'individuo isolato è la precondizione di un'uguaglianza formale tra coloro che
sono implicati nello scambio e nella divisione del lavoro. Per Defoe invece il
soggetto viene inevitabilmente pensato sulla base di un implicito che riverbera
nel rapporto di puro dominio con il terrorizzato Venerdì e che la potenza dello
scambio si trova a conoscere nella forma asimmetrica (e coloniale)
dell'esplosione del primo colpo di fucile.
E' questo asservimento, la
dinamica di un riconoscimento permeato di rapporti di cooperazione e di forza
che precedono l'incontro tra Robinson e Venerdì e che strutturano
l'antropologia proprietaria dello stesso individuo postulato come isolato, il non detto implicito nella rappresentazione
settecentesca dello stato di natura. La «naturalizzazione» dei rapporti tra gli
individui muove da una immaginazione che introietta nel dispositivo dello
scambio il tema dell'alterità, identificandola senza resto al ruolo di
strumento per il perseguimento degli scopi privati del singolo e che
universalizza la forma di sfruttamento propria al modo di produzione
capitalista.
Questa naturalizzazione e questa universalizzazione di un
modello antropologico costruito sul primato della produzione e dello scambio di
merci e che privilegia la dimensione strumentale del rapporto di pura utilità
tra uomini e cose, determinano anche il quadro di una specifica visione della storia e della sua evoluzione. In Turgot e in
Adam Smith il «rozzo stadio dell'umanità» definisce il presupposto per una
rappresentazione in termini stadiali del progresso storico che tende a
postulare retrospettivamente come necessario, e come assiologicamente connotato
in termini comparativisticamente positivi, il sistema di rapporti e di valori
propri alla borghesia europea in ascesa.
La definizione del cominciamento della storia in uno stato
selvaggio che l'Europa ha da tempo abbandonato e che consente di aprire uno
spazio comparativo con civiltà altre, il cui presente disegna, per riprendere
un tema blochiano che torna non soltanto in Reinhart Koselleck, autore citato
da Iacono, ma anche in un teorico del postcolonialismo come Dipesh Chakrabarty,
la contemporaneità del non contemporaneo,
rappresenta la retroproiezione di un'idea orientata di sviluppo che agisce sul
modo in cui viene interpretata la naturale predisposizione dell'individuo a
rapporti improntati allo scambio e all'accumulazione e che permette di
«primitivizzare», aggiogandole con ciò alla dipendenza da un unico decorso
storico, forme sociali e civiltà percepite come esotiche o come differenti.
Questa differenza viene così pensata come effetto di una lacuna, di un ritardo,
entro la linea ininterrotta di un progresso che viene definito a partire dal presente
normativo della società occidentale, il cui successo viene identificato con il
sistema di rapporti evolutosi attraverso la divisione del lavoro e
l'appropriazione della natura. E il non contemporaneo, il primitivo, diventano
quello che la comparazione restituisce come subalterno, dominato e dominabile.
La finzione retorica di un «rozzo stadio della società»
permette di rendere visibile in Adam Smith e Turgot ciò che l'intelligenza
borghese tende di per sé a tacere: il fatto che la condizione sociale,
omologata alla divisione del lavoro, venga supposta come il semplice mezzo
attraverso il quale il singolo perviene alla realizzazione degli scopi privati
di un'azione che incontra gli altri solo come entità utilizzabili. Che il
soggetto maschio, bianco ed europeo, immagini se stesso come l'unica
espressione possibile dell'individualità in tutti i sistemi sociali.
Sono queste specificazioni, riflesso di una struttura del
dominio che attraversa l'intero spettro della storia, il rimosso dello stato di
natura. Il moderno soggetto di diritto viene pensato a partire da un lavoro di
astrazione, che suppone di rendere trasparenti i meccanismi e le dinamiche che
spingono naturalmente il processo di socializzazione. E che pensa il soggetto a
partire da una formalizzazione in grado di mettere a tacere il semplice fatto
che quella che viene universalizzata come la condizione naturale dell'uomo
viene invece totalitaristicamente pensata muovendo da quadri categoriali e
concettuali che si sono storicamente evoluti come puri rapporti di forza.
Quegli stessi rapporti di sfruttamento e di dominio che striano l'apparente
levigatezza dello spazio globale.