RASSEGNA STAMPA

04 APRILE 2004
editoriale
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Nella storia dell’Occidente vi sono quattro o cinque giganti ...

Nella storia dell’Occidente vi sono quattro o cinque giganti del pensiero che è impossibile evitare. Le conseguenze delle loro idee sono entrate anche nei dettagli delle cronache, le opere che ci hanno lasciato sembrano dotate del potere di rigenerarsi in ogni epoca. Non cadremo nel tranello di snocciolarne i nomi, ma certamente Aurelio Agostino, nato il 13 novembre del 354 in Numidia, a Tagaste (oggi Souk-Ahras, Algeria), è uno di costoro. Prima di diventare un santo fu un uomo che conobbe il mondo, tanto da avere un figlio da un’unione irregolare; poi pensò di lasciare la sua amante per un matrimonio che gli avrebbe favorito la carriera. Da giovane odiava la lingua greca, e quando cominciò a leggere la Bibbia non ne fu entusiasta, tanto che si legò ai Manichei, i quali almeno gli promettevano una religione ragionevole. A Roma fu attratto anche dallo scetticismo. L’elenco di quelli che possono sembrare difetti non è difficile da stilare, forse perché egli non ce ne ha risparmiato nemmeno uno nelle sue opere; i pregi del suo pensiero sono invece testimoniati senza sosta dai sommi. Petrarca si forma spiritualmente sulle sue pagine, molte concezioni teologiche di Agostino armeranno il coraggio di Lutero e Calvino; inoltre dietro ogni tentativo di dimostrare l’esistenza di Dio c’è un suo suggerimento, e così sarà quando la Chiesa deciderà di combattere le eresie o di intraprendere guerre sante o, al contrario, di scegliere la via della pace. Dostoevskij pianse sulle pagine bianche prima di scrivere qualcosa di nuovo sul mistero che ci attende oltre la vita: in quei momenti Agostino lo aiutò. E inevitabilmente i suoi dilemmi intorno al tempo dovettero apparire come forche caudine della mente per Einstein e Heidegger (le varcarono guardandosi probabilmente in cagnesco). Prima, per altre questioni, ci passò anche Kant. Gli illuministi digrignarono i denti su certi suoi libri, ma furono costretti a leggerli. E anche il pensiero contemporaneo sembra aver subito un’ipoteca agostiniana, sovente senza accorgersene.
Si capirà dunque perché all’inizio del nuovo millennio Agostino ritorna di nuovo, con più forza che nel secolo scorso. Innanzitutto c’è una notizia che lo riguarda e che lo riporterà all’attenzione delle cronache editoriali: per la prima volta tutta la sua opera è stata tradotta in italiano. È un lavoro cominciato quarant’anni or sono: fu intrapreso, per incarico dell’editrice Città Nuova di Roma, nel 1965 sotto la direzione di Agostino Trapè (1915-1987) con le Confessioni tradotte da Carlo Carena. In questi giorni esce l’ultima parte, che sarà in due tomi: si tratta di Contro Fausto manicheo . In cifre l’impresa è presto detta: 60 volumi, tutti con testo latino e italiano, più di 42mila pagine, 60 studiosi che vi hanno atteso. Vi saranno poi da aggiungere altri 7 tomi di sussidi (vita, bibliografia, iconografia più 4 di indici); e infine altri 3 che conterranno le opere attribuite. Ma questa, come si suol dire, è la parte complementare. Tutti gli scritti che contano, invece, sono pronti e disponibili, come dicevamo presso l’editrice Città Nuova.
L’elenco delle iniziative è vastissimo. Alcune sono suscitate da questo avvenimento editoriale (a Torino il 18 maggio alla Facoltà teologica, a Roma con un convegno internazionale tra il 9 e l’11 novembre); altre sono nate accanto a mostre, come quella di Milano che si chiuderà i primi giorni di maggio, che ha sostanzialmente ricordato quanto l’Europa debba all’incontro tra Ambrogio e Agostino. Anzi, nel capoluogo lombardo è previsto anche l’arrivo delle reliquie del santo, oltre a numerose altre manifestazioni (tra esse il 22 aprile non manca una presentazione delle opere ricordate).
Insomma, si direbbe che Agostino sia ritornato, secondo una sua abitudine, tra noi per dialogare. E sembra dire: qual è il vostro problema? La politica? Ha una sua risposta. Se si ha la pazienza di seguire il filo del suo pensiero, si vedrà che esso si può ritrovare, tra l’altro, nella famosa teoria del politologo tedesco Carl Schmitt, quella dell’ amico-nemico. Lo spunto è offerto in tal caso da una lettura laica del peccato originale. Di più: quando nel 1934 Schmitt parla di «teologia politica», pubblicando la seconda edizione dell’omonima opera, suscita la reazione di chi, come Erik Peterson, vede in essa qualcosa di pericoloso e affine al nazismo. Il libro con cui quest’ultimo studioso cerca di confutare le tesi di Schmitt, Il monoteismo come problema politico (Lipsia 1935; tr. it. Queriniana) , reca il nome di Agostino nella dedica. Il guaio per i benpensanti è che, per taluni aspetti, anche i presupposti delle tesi di Schmitt si possono ritrovare in Agostino.
Wittgenstein inizia le sue Ricerche filosofiche (Einaudi) citando un passo delle Confessioni ; e il fatto non è casuale se si riflette su quanto il santo abbia meditato intorno ai limiti del linguaggio, arrivando persino a piegare la sintassi latina per poter esprimere l’infinito che aveva dentro. Lacan disse senza mezzi termini nei suoi Scritti (2 volumi, Einaudi): «Sant’Agostino anticipa la psicoanalisi» (p. 108), tanto che consigliava ai suoi uditori di «armarsi» con le sue opere; Derrida ammette di «venerarlo e invidiarlo»; Jung si rivolge ancora a lui, o meglio alle pagine de La città di Dio, per definire la «libido». Vale la pena ricordarne due righe: «Il piacere è preceduto da un appetito, che si risente nella carne quasi fosse cupidità di essa, come la fame e la sete».
Si potrebbe continuare con le teorie del segno, quindi con le considerazioni sul male che si leggono in Camus; ecco citato Agostino in pagine importanti di Husserl ( c’è un interessante utilizzo, da parte del padre della fenomenologia, del De vera religione ) e in Heidegger il santo non influenza soltanto le riflessioni sul tempo. Ma qui, se andassimo a cercare nella filosofia contemporanea il nome di Agostino, rischieremmo di fornire un elenco di presenze concepito con frigido mestiere: egli ebbe veramente il dono dell’ubiquità e non sempre è facile valutare la sua incidenza.
Su Agostino ogni giorno, o meglio ogni ora, escono libri. Tutti tentano, in un modo o nell’altro, di ripresentare le sue tematiche che hanno convissuto con il pensiero occidentale, contaminandolo senza requie. Forse ha ragione Salvatore Taranto, studioso del cristianesimo dei primi secoli che ha da poco pubblicato presso Morcelliana il saggio Agostino e la filosofia dell’amore, quando ricorda alla fine della densa ricerca che il santo con le sue polemiche, con i suoi slanci per noi ancora intrattenibili, con le sue innumerevoli pagine su cui si sono scontrati tutti i possibili interpreti, con la sua sete di Dio altro non ha dato vita che a una immensa costruzione del pensiero basata e plasmata con l’amore nei suoi plurimi significati. Se questa ipotesi è vera, sarà impossibile liberarci di lui, dei suoi dubbi, dei problemi e delle certezze con cui ha bombardato per oltre sedici secoli le menti degli uomini. Perché, dobbiamo confessarcelo, noi viviamo cercando disperatamente l’amore, e Agostino ne è stato uno dei conoscitori più affascinanti. Ripeteremo sempre quella breve e celebre frase che scrisse commentando il vangelo di Giovanni: «Ama, e fai ciò che vuoi».

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Storia della filosofia