![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 03 APRILE 2004 |
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Foucault vent’anni dopo |
Il filosofo che negava l’esistenza dell’«io»
L'isola di San Servolo emerge dalle immobili
acque della laguna di Venezia come un miraggio. Per secoli ospedale
psichiatrico, prima di diventare fondazione culturale, San Servolo rappresenta
la migliore allegoria del convegno che vi si tiene oggi e domani, per
iniziativa di Mario Galzigna. L'occasione è data dal ventesimo anniversario
della morte di Michel Foucault (1926-1984), uno dei filosofi più seguiti ai
tempi del Maggio parigino, quando si propugnava «l'immaginazione al potere». E,
se intendiamo l'immaginazione come capacità di infrangere l'ovvio e il risaputo
per aprire nuove prospettive, dobbiamo convenire che Foucault gestì con estrema
passione quel mandato.
Allievo della Scuola normale, militante del Partito comunista, tormentato da
una problematica omosessualità, dotato di una cultura prodigiosa mai chiusa
nell'erudizione accademica, da giovane impegnato nella cura delle psicosi, morì
di Aids proprio alla Salpêtrière, l'istituzione psichiatrica in cui si
concentra la storia della follia in Occidente. Per la sua indagine storica e
filosofica, il manicomio rappresenta il luogo ideale, dove s'individuano più
facilmente le dinamiche del potere che, lungi dall'esaurirsi nello Stato, si
diramano in modo capillare nella famiglia, nella scuola, nei tribunali, negli
ospedali, nelle carceri attraverso quelle che Foucalt chiama le «pratiche
discorsive». Invisibili forme di dominio che, modellando i corpi e le menti,
fanno di noi quelli che siamo. Se Foucault s'impegna in una Storia della
follia è per ricostruire in che modo si passa dall'emarginare i
comportamenti asociali entro recinti murari (i vari asili per derelitti), sino
a intervenire nei meccanismi della neurofisiologia attraverso i farmaci,
l'elettroshock, l'ipnosi, i colloqui clinici.
Lungo questo percorso Foucault s'avvede che il soggetto, colui che
orgogliosamente dice «io», è in realtà un oggetto, un prodotto della
«microfisica dei poteri». L'interiorità stessa, in cui collochiamo il nucleo
intangibile della nostra individualità, altro non è che un effetto di
determinazioni esterne, di divieti, ingiunzioni ed esortazioni che in mille
modi ci hanno storicamente modellato in funzione degli interessi dominanti.
Portando alle estreme conseguenze questa ipotesi - che giunge nella Volontà
di sapere sino alla psicoanalisi intesa come una versione laica della
plurisecolare pratica della confessione - Foucault cade però in un vero e
proprio paradosso. Se il soggetto non ha alcuna possibilità di emergere dalle
sue determinazioni, se è un mero prodotto dei meccanismi di potere, come potrà
mai adottare una prospettiva critica su se stesso e sul mondo?
Sospinto anche dall’eclisse delle grandi utopie, Foucault retrocede allora alla
società antica, alla Grecia del V e IV secolo, dove gli sembra di riconoscere,
nella figura dell'aristocratico colto e saggio, un'ideale figura di libertà. Due
opere, L'uso dei piaceri e La cura di sé , indagano il modo in
cui il soggetto classico si costituisce e si dà forma attraverso una morale
estetica che modera l'impeto delle pulsioni e relativizza la sfera pubblica
sino a delimitare lo spazio intimo e privato dell'interiorità. Qui risiede quel
residuo di libertà che si può recuperare una volta che siano state riconosciute
tutte le determinazioni che subiamo come esseri sociali.
Per Foucault la libertà non è una condizione originaria che si può soltanto perdere,
ma una meta da conquistare. In questi anni, in cui la crisi della politica,
l'eclisse dei valori, la perdita dei tradizionali stampi d'identità consegnano
a ciascuno il compito di costruire un proprio progetto di vita, l'impresa
foucaultiana costituisce una mappa ineludibile. Non perché offra un repertorio
di risposte, ma perché funziona come operatore di domande. Ed è proprio questo
il senso del convegno, che non vuole essere museale ma progettuale.
S aranno inoltre discusse due opere di Foucault, appena pubblicate da
Feltrinelli. Commentando Gli anormali , Petrella ricostruirà il nodo
strettissimo che congiunge sapere e potere nella definizione delle tipologie
psichiatriche. Sono modelli forti con i quali ancora ci confrontiamo,
nonostante le battaglie contro l'istituzionalizzazione e la classificazione
della follia svolte da Basaglia. Infine la relazione di M. Galzigna prende le
mosse dal libro Il potere psichiatrico , per proporre un’epistemologia
clinica capace di comprendere i soggetti mobili e plurimi che
contraddistinguono la nostra epoca.
Lungo il percorso emergeranno le caratteristiche della posizione decentrata di
Foucault nella storia della cultura: la sua diffidenza verso i ruoli
accademici; l'eccentricità di u n sapere trasversale rispetto alle discipline
tradizionali; l'insofferenza verso ogni appartenenza di scuola; la plasticità
di una scrittura che si modella sul suo oggetto, senza effetti di stile fini a
se stessi. Dei tre temi proposti, abbiamo qui indicato il vettore potere-soggetti
ma affidiamo il terzo, la verità, al fascino dei luoghi e alla sinergia dei
discorsi.