![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 31 MARZO 2004 |
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Negli States le teorie dello scienziato inglese sulla
selezione naturale vengono considerate superate. E anche nelle scuole italiane
cominciano a essere messe in soffitta. Si fanno largo nuove ipotesi sulla
«genesi». Alla questione replicano Galleni, Sermonti e Facchini
Evoluzione,
le derive di una teoria
E' rabbuiato, e quasi contrito, il vecchio Charles Darwin. Sui
libri scolastici di scienza, accanto alla sua barba bianca, diventata simbolo
della conoscenza moderna, troveranno posto tante facce nuove, come quelle di
Brian J. Goodwin, di Jerry Webster e di quanti sostengono che la teoria
dell’evoluzione non è affatto l’unico strumento in grado di spiegare la storia
della vita e dell’uomo. Una volta, nella maggioranza delle scuole, almeno nelle
medie, la questione non veniva neanche affrontata: ci si limitava a studiare
vagamente la "preistoria". Ma poi l’interesse generale per la scienza
è cresciuto, e non tutti sono disposti ad accettare che la teoria darwiniana
rimanga il solo punto di riferimento per masse di giovani desiderose di sapere.
Insomma, l’egemonia del naturalista inglese – sepolto nell’Abbazia di
Westminster, accanto a Isaac Newton – viene contestata anche in Italia. E
arriva sentore di cambiamenti. Nei programmi scolastici, «accanto alla
conoscenza della teoria dell’evoluzione, ci sarà posto per la critica della sua
degradazione, l’evoluzionismo». L’annuncio è contenuto in un’intervista
rilasciata dal professor Giuseppe Bertagna, che insegna Filosofia
dell’educazione all’Università di Bergamo, è consigliere del ministro
dell’Istruzione, Letizia Moratti, e ha coordinato i lavori preparatori della
riforma. Così si apre un dibattito, non solo scientifico, che ha un focus
trascinante: quali strumenti di interpretazione deve offrire la scuola per far
comprendere il processo che ha portato all’uomo? E risalta una distinzione
sempre più netta tra teoria dell’evoluzione ed evoluzionismo. «Per favore, non
litighiamo su "evoluzione sì","evoluzione no"» raccomanda
Lodovico Galleni, professore di Zoologia generale e di Evoluzione biologica
all’Università di Pisa. Per lui l’evoluzione è «un evento storico, dimostrato
con sufficiente certezza; più o meno come l’Impero Romano». Ma già Galleni
premette subito che la teoria dell’evoluzione non va identificata tout court
con il darwinismo. Non sono pochi, nel mondo scientifico, quanti si rifiutano
di accettare acriticamente la teoria darwiniana. «C’è discussione sui
meccanismi con cui si è compiuta l’evoluzione», spiega Galleni. Spuntano fuori
fenomeni fisici che— quella teoria, da sola, non può spiegare. Dai cristalli di
neve all’organizzazione delle foglie degli alberi, fino al "triangolo
aureo" delle conchiglie e allo splash della goccia che cade su una
superficie di latte. «Non possono dipendere da una mutazione casuale o dalla
selezione naturale» dice Galleni. Fra le proposte emergenti, che quanto meno
vanno ad aggiungersi alla teoria dell’evoluzione, e a completarla, spicca la
teoria dell’autorganizzazione, sostenuta da Brian J. Goodwin e Jerry Webster.
«Alcuni passaggi evolutivi, rileva Galleni, non risultano controllati dalla
selezione naturale: cellule, molecole, organismi a livello dell’ecosistema, si
autorganizzano e danno origine a strutture più complesse, con caratteristiche
del tutto nuove». Se le intuizioni di Goodwin e Webster sono conosciute in
Italia, il merito va a Giuseppe Sermonti, professore di Genetica all’Università
di Perugia, che è un pioniere dell’antievoluzionismo moderno: ha scritto
Dimenticare Darwin. Per lui, la scuola deve offrire ai giovani una storia del
mondo e del pensiero scientifico, chiarendo però che la vita, passata o
presente, non può essere determinata soltanto dal caso. «La vita risponde a
principii regolatori fondamentali, a leggi di forma e di sviluppo». Perciò,
dice Sermonti, bisognerebbe parlare di "autoevoluzione", riprendendo
l’espressione usata dal genetista Antonio Lima-de-Faria, dell’Università di
Lund (Svezia). In sé e per sé, la teoria dell’evoluzione è «ottocentesca e non
più presentabile» ma quello che non può essere accettato, per Sermonti, è
l’evoluzionismo, specie se «di stretta osservanza». Sia chiaro, rileva infatti,
che alcune questioni – l’origine della vita, dell’universo e del pensiero –
rimarranno sempre mis teriose. «Hanno natura metafisica e sono al di là della
nostra comprensione. Ma, per gli evoluzionisti, si tratta di questioni che non
hanno più ragione d’essere, da quando Darwin ha enunciato la sua teoria, perchè
tutto è costruito esclusivamente dal caso, dall’ "accidente". Per gli
evoluzionisti più intransigenti, anche i problemi metafisici trovano una ferrea
spiegazione nei meccanismi della mutazione e della selezione. Questo è
l’evoluzionismo corrente che non accetta confronti, perché non ammette nessun
principio fuori del caso, e si insospettisce di fronte a qualunque
"legalità" della natura». Insomma, con l’evoluzionismo, una teoria
scientifica ha deliberatamente invaso il campo della filosofia e della cultura
e ha imposto un’interpretazione materialistica della vita e dell’uomo. Questo è
quanto pensa Sermonti, e non ne fa mistero. Se l’evoluzionismo è la "degradazione"
della teoria dell’evoluzione, come afferma Bertagna, che cosa deve fare la
scuola per controbilanciarlo? C’è anche chi pensa che basti tenere
rigorosamente distinti i due ambiti, quello strettamente scientifico e quello
filosofico. La parola a Fiorenzo Facchini, ordinario di Antropologia
all’Università di Bologna. «Nelle sedi scientifiche, la realtà va interpretata
con gli strumenti forniti dalla scienza. E cioè con la paleontologia, la
genetica, la biochimica, l’anatomia comparata, la zoologia, la botanica;
insomma con le scienze naturali, non con la Bibbia. Va da sé che una corretta
informazione deve evitare ogni forma di dogmatismo scientifico e non deve
nascondere i limiti della scienza: questa può rispondere ad alcune domande
dell’uomo, non a tutte». Poi, in una sede diversa – cioè nell’insegnamento
della filosofia e della cultura religiosa – si approfondirà la differenza «tra
una concezione atea, ispirata al materialismo, e una concezione spiritualista
che si rifà a Dio». Del resto, la teoria dell’evoluzione, osserva Facchini,
fornisce la spiegazione più plausibile; non vi è una te oria scientifica più
fondata con cui sostituirla. «Ricorrere all’idea alternativa della
creazione immediata di tutto ciò che esiste non è una soluzione scientifica. E
comunque l’evoluzione non nega la creazione. Si evolve ciò che già esiste, ed
esiste perché creato». Più volte, osserva l’antropologo, Giovanni Paolo II ha
rilevato che creazione ed evoluzione, «se rettamente intese, non formano
ostacoli». «Dio può aver creato un mondo in evoluzione, capace di evolvere per
leggi e proprietà della materia vivente». Chi non riesce ad ammettere la
discendenza biologica dalla scimmia, consideri che «la discontinuità ontologica
tra scimmia e uomo è colmata dalla volontà creatrice di Dio».
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