RASSEGNA STAMPA

24 MARZO 2004
MARINO FRESCHI
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Per il centenario del filosofo tedesco si apre domani un convegno tra Napoli e Parigi

Il centenario di Theodore W. Adorno viene ricordato a distanza di qualche mese dall’11 settembre 2003, giorno della nascita del filosofo, con un convegno tra Napoli e Parigi che si apre domani, e la traduzione della prima biografia intellettuale ad opera di Stefan Müller-Doohm (trad. di Barbara Agnese, Roma, Carocci, pagg. 918, € 80). La monografia immensa e insieme godibilissima si lascia leggere come uno straordinario romanzo della storia intellettuale del Novecento, tragica e insieme entusiasmante. Sono gli anni in cui la modernità si fa freudiana, la musica scopre la deriva atonale, la cultura la prospettiva linguistica. Un secolo fa l'Occidente sembra la terra della pace, mentre non sapeva di covare nelle sue viscere la più brutale di tutte le efferate violenze: il razzismo, l'antisemitismo, il terrore dei totalitarismi.
Tutti i nodi storici, filosofici, estetici del Novecento s'intrecciano col destino di Adorno. La sua presenza è pervasiva fin dalla storia delle istituzioni, con il decisivo contributo alla fondazione dell'Istituto di Sociologia da cui sorge la Scuola di Francoforte, la più vivace comunità intellettuale tedesca del secondo Novecento. Adorno è un gran pensatore «irregolare», non scolastico, sulla scia di Nietzsche, e la fa finita con l’accademismo della filosofia dei professori paludati. La sua lingua è quella della strada e il suo pensiero è quello delle vette. Non c’è interstizio della creazione intellettuale e artistica che gli resti precluso. Le sue riflessioni sul destino della poesia dopo Auschwitz, le sue meditazioni raffinate e sottili sulla sorta della musica postwagneriana rappresentano un contributo insostituibile alla coscienza del nostro tempo. E prima di Parigi, che lo ricorderà il 12 e 13 maggio, Napoli gli rende omaggio con un convegno tra i più incisivi e significativi che traccerà un bilancio sulla presenza adorniana nel nostro tempo.
Adorno scampa al destino degli autori con il nome che inizia con A, polverosamente relegati negli scaffali più alti della libreria. Le opere del filosofo, musicologo, sociologo ebreo tedesco di Francoforte restano tuttora a portata di mano. Minima moralia. Meditazione della vita offesa (1951), ad esempio, rimane un insostituibile vademecum per avventurarsi nel labirinto della modernità. Adorno sceglie una posizione mediana tra la riflessione filosofica e l'analisi delle strutture sociali, collaborando già alla fine degli Anni Venti con l'amico e sodale Max Horkheimer al mitico «Istituto per la ricerca sociale» e fondando la «teoria critica» della società, ardita contaminazione tra statuto filosofico e spregiudicata adesione a un mondo in costante cambiamento. L’intuizione adorniana è tutta nella spendibilità della proposta filosofica, nello sforzo titanico di conciliare filosofia e vita, di scorgere nella fitta e intasata trama del quotidiano l'ordito occulto della riflessione. Per questo Adorno, figlio di un ricco mercante di vini, e di una cantante lirica corsa (di cui adotterà il nome), è sempre attento alla politica senza però esaurire la propria ricerca a filosofia della politica (come è successo a Hannah Arendt), aprendo improvvisamente la sua proposta intellettuale alla vertigine estetica.
Per Adorno l’arte è liberazione, mistero, utopia, come ha chiarito Paolo D'Angelo in Estetismo (Il Mulino, pagine 312, € 21). Massimamente la musica è la traccia visibile dell’ineffabile: una sonata di Beethoven, un’aria colorita di Wagner, una sinfonia di Mahler (su cui ha scritto saggi decisivi) sono i segni irreversibili della dimensione elusiva, pervasiva e reale dell'armonia nella sublimità dello spirito. Le sue suggestive interpretazioni della musica contemporanea (a Vienna era stato allievo di Alban Berg) impressionarono in lunghi conversari notturni durante l'esilio californiano a tal punto Thomas Mann che questi elesse Adorno a suo «consigliere segreto» nella stesura del suo impervio romanzo senile Il Doctor Faustus, in cui la metafora della musica dodecafonica si eleva a chiave interpretativa della modernità con tutte le sue germaniche nefandezze. Le considerazioni musicologiche di Adorno sono state appena riproposte daEinaudi nella pubblicazione dei suoi Scritti musicali a cura di Gianmaria Borio, e sono sempre legate fascinosamente al destino tedesco: la musica per lui (come per Mann) è vocazione tedesca, straordinaria nostalgia per un universo altro. E su tale prospettiva del pensiero adorniano si incentrerà il convegno napoletano organizzato con l’università di Parigi 8.
Proprio l’intuizione rivoluzionaria di una nuova musica coglie anche le pratiche disgregative della modernità. Perché, in definitiva, la straordinaria attualità di Adorno è nella sua coraggiosa vicinanza al male tedesco, è nel suo essere irrevocabilmente ebreo e tedesco, è nel conservare eroicamente questa duplice identità. L’eroismo consiste nel suo rapporto con la Germania tutta, compresa quella nazionalsocialista, anche quando, costretto a riparare a New York, fornisce nella Dialettica dell'illuminismo, scritta con Max Horkheimer, la più approfondita e spumeggiante interpretazione dell'antisemitismo, come pure della personalità autoritaria, chiarendo che l'autoritarismo è spia inequivocabile di una nevrosi, è abissale timore del nuovo che scatena violenza. I superuomini in divisa nera, l'élite bruna nazista non erano dunque che poveri soggetti psicopatici, carnefici e insieme paradossali vittime terrorizzate dalla percezione della fine del loro mondo borghese, e devastati dalla fobia maschilista, segnati da turbe d'impotenza che si rovesciavano in brutalità. Al di là delle altisonanti parole d'ordine del Terzo Reich, i suoi seguaci erano incapaci di una autentica visione imperiale, portatrice di pace e benessere, riconosciuta come giusta dalla comunità.
Adorno scopre quindi il carattere irrelato della personalità autoritaria. Il piccolo e leggermente obeso omino di Francoforte risulta in ultima istanza assai più forte e sicuro degli energumeni in camicia bruna e stivaloni lucidi. Con il suo tono minore e il suo intrigante minimalismo degli aforismi Adorno indica alla riflessione filosofica un percorso diverso, innovativo, che non costruisce più improbabili sistemi concettuali. La «teoria critica» si rimbocca le maniche per scendere fraternamente per le strade dove soffre l'uomo, dove ci aggiriamo, incerti e smarriti, in cerca di un segnale: con la sua vastissima opera Adorno ci ha mostrato una via, non l'unica, ma ancora praticabile per ognuno di noi.

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vedi anche
Filosofia (e) politica