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La
gente sente di vivere in un mondo molto più rischioso del passato. La strage
di Madrid, o quella di ieri a Baghdad, ed il loro impatto sui media sono
l'ultima conferma per l'individuo di questa pericolosità della società
contemporanea. Non solo i rischi del terrorismo, però, minano la sua
sicurezza. Sempre nuovi fenomeni alimentano le ansie individuali. Nuove
malattie come la Sars, truffe finanziarie come Parmalat, nuove tecnologie
dagli effetti oscuri come gli ogm o l'elettrosmog insieme ai tradizionali
disastri naturali sembrano rendere la vita di oggi simile ad un percorso ad
ostacoli seminato di trappole mortali.
Sono giustificate queste paure? A mio parere no, se andiamo a comparare
secondo vari indicatori di qualità della vita e di sicurezza la nostra epoca
con quelle precedenti. Allora perché si manifestano? In generale per due
ordini di fattori. L'individuo si rappresenta la realtà attraverso
l'informazione da parte dei media. Per ragioni di mercato la comunicazione è
tutta polarizzata sugli eventi a maggior impatto emozionale e fra questi
catastrofi e pericoli fanno la parte del leone. In tal modo la mente dello
spettatore e lettore contiene una rappresentazione della realtà tutta
sbilanciata verso eventi negativi. Ne deriva che la percezione del rischio
rivolta al futuro risulta grandemente distorta in senso pessimistico.
In secondo luogo nell'economia, ambiente e salute vengono introdotte sempre
più norme e prodotti per ridurre il rischio. I derivati finanziari ed i vari
tipi di assicurazione in economia, le misure per valutare l'impatto
ambientale, le sperimentazioni ed i controlli per l'introduzione in commercio
di alimenti, farmaci e prodotti industriali rendono certamente meno rischiose
le scelte del consumatore. Ciononostante l'effetto, talvolta, sembra
l'opposto. Si crea il paradosso della razionalità per cui la consapevolezza
della presenza di misure che riducono il rischio aumenta la nostra percezione
di esso. Siamo costretti a ragionare sulla sicurezza, quindi ci sentiamo più
insicuri. Al contrario in uno stato di scelta obbligata o di ignoranza sui
pericoli latenti alla nostra scelta l'insicurezza ci sembra minore.
Questo dato psicologico ci introduce ad un problema di fondo della società
industrializzata. Incertezza e rischio sono gli inevitabili prezzi da pagare
per lo sviluppo. L'innovazione tecnologica introduce nuovi prodotti quindi
nuovi rischi; un mercato del lavoro flessibile aumenta le possibilità
occupazionali, ma ne rende incerte le prospettive future; la globalizzazione
dei mercati migliora la concorrenza, ma aumenta i rischi di fallimenti; il
cambiamento rende più dinamica l'economia e la società ma anche più incerta
la scelta della carriera professionale; l'aumentata concorrenza di mercato
accresce il turnover e la gamma di prodotti, ma anche la nostra incertezza
come consumatori; le stesse istituzioni democratiche aumentano le occasioni
di partecipazione dei cittadini, ma anche la loro percezione del rischio
nelle scelte da compiere.
Ciò che contraddistingue un paese innovativo è la sua capacità a governare,
ma non ad evitare il rischio e l'incertezza. Saper convivere con queste due
realtà è necessario se, a qualsiasi livello, si vuole essere competitivi. Ad
esempio, una recente analisi della Banca Mondiale ha evidenziato un rapporto
inverso tra ricchezza di un paese e iperregolamentazione a difesa dal rischio
economico.
Attentati terroristici come quello di New York e di Madrid vanno, proprio, a
colpire al cuore delle basi psicologiche e morali dell'economia occidentale.
Creando gravi timori ed incertezze sul futuro sperano di bloccare quei
processi di cambiamento ed innovazione che sono le stigmate sociali ed
economiche dell'Occidente. Istituzioni politiche e media hanno la
responsabilità e gli strumenti per neutralizzare questi obiettivi.
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