RASSEGNA STAMPA

18 MARZO 2004
RICCARDO VIALE
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Il rischio calcolato

 

 

 

 

La gente sente di vivere in un mondo molto più rischioso del passato. La strage di Madrid, o quella di ieri a Baghdad, ed il loro impatto sui media sono l'ultima conferma per l'individuo di questa pericolosità della società contemporanea. Non solo i rischi del terrorismo, però, minano la sua sicurezza. Sempre nuovi fenomeni alimentano le ansie individuali. Nuove malattie come la Sars, truffe finanziarie come Parmalat, nuove tecnologie dagli effetti oscuri come gli ogm o l'elettrosmog insieme ai tradizionali disastri naturali sembrano rendere la vita di oggi simile ad un percorso ad ostacoli seminato di trappole mortali.

Sono giustificate queste paure? A mio parere no, se andiamo a comparare secondo vari indicatori di qualità della vita e di sicurezza la nostra epoca con quelle precedenti. Allora perché si manifestano? In generale per due ordini di fattori. L'individuo si rappresenta la realtà attraverso l'informazione da parte dei media. Per ragioni di mercato la comunicazione è tutta polarizzata sugli eventi a maggior impatto emozionale e fra questi catastrofi e pericoli fanno la parte del leone. In tal modo la mente dello spettatore e lettore contiene una rappresentazione della realtà tutta sbilanciata verso eventi negativi. Ne deriva che la percezione del rischio rivolta al futuro risulta grandemente distorta in senso pessimistico.

In secondo luogo nell'economia, ambiente e salute vengono introdotte sempre più norme e prodotti per ridurre il rischio. I derivati finanziari ed i vari tipi di assicurazione in economia, le misure per valutare l'impatto ambientale, le sperimentazioni ed i controlli per l'introduzione in commercio di alimenti, farmaci e prodotti industriali rendono certamente meno rischiose le scelte del consumatore. Ciononostante l'effetto, talvolta, sembra l'opposto. Si crea il paradosso della razionalità per cui la consapevolezza della presenza di misure che riducono il rischio aumenta la nostra percezione di esso. Siamo costretti a ragionare sulla sicurezza, quindi ci sentiamo più insicuri. Al contrario in uno stato di scelta obbligata o di ignoranza sui pericoli latenti alla nostra scelta l'insicurezza ci sembra minore.

Questo dato psicologico ci introduce ad un problema di fondo della società industrializzata. Incertezza e rischio sono gli inevitabili prezzi da pagare per lo sviluppo. L'innovazione tecnologica introduce nuovi prodotti quindi nuovi rischi; un mercato del lavoro flessibile aumenta le possibilità occupazionali, ma ne rende incerte le prospettive future; la globalizzazione dei mercati migliora la concorrenza, ma aumenta i rischi di fallimenti; il cambiamento rende più dinamica l'economia e la società ma anche più incerta la scelta della carriera professionale; l'aumentata concorrenza di mercato accresce il turnover e la gamma di prodotti, ma anche la nostra incertezza come consumatori; le stesse istituzioni democratiche aumentano le occasioni di partecipazione dei cittadini, ma anche la loro percezione del rischio nelle scelte da compiere.

Ciò che contraddistingue un paese innovativo è la sua capacità a governare, ma non ad evitare il rischio e l'incertezza. Saper convivere con queste due realtà è necessario se, a qualsiasi livello, si vuole essere competitivi. Ad esempio, una recente analisi della Banca Mondiale ha evidenziato un rapporto inverso tra ricchezza di un paese e iperregolamentazione a difesa dal rischio economico.
Attentati terroristici come quello di New York e di Madrid vanno, proprio, a colpire al cuore delle basi psicologiche e morali dell'economia occidentale. Creando gravi timori ed incertezze sul futuro sperano di bloccare quei processi di cambiamento ed innovazione che sono le stigmate sociali ed economiche dell'Occidente. Istituzioni politiche e media hanno la responsabilità e gli strumenti per neutralizzare questi obiettivi.

 

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