RASSEGNA STAMPA

18 MARZO 2004
CARLA COLMEGNA
[Enrico Bellone, direttore di «Le Scienze» BUROCRAZIA l'anti-ricerca

 

C'è una scienza adatta per ogni epoca? Quella di oggi non è consona alla società odierna o il contrario. La maggior parte degli scienziati e dei ricercatori lo ribadiscono da anni, forse decenni, ma poco cambia. A loro giudizio la società italiana è costantemente fuori tempo rispetto alla ricerca scientifica. Un ritardo che si paga. Lo pagando i migliori studenti che per necessità scelgono di espatriare, ma lo paga la nazione stessa che perde risorse e, in ultima analisi, soldi. Enrico Bellone, docente di Storia della Scienza alla Facoltà di Scienze di Milano sarà a Como oggi - ore 21 a Como, nell'aula Casati dell'Università Insubria in via Valleggio- a parlare proprio di questa preoccupazione ormai calcificata, ma alla quale lui come molti altri vuol dare una svolta. Ospite del centro di cultura scientifica «Alessandro Volta», della facoltà di Scienze dell'Università dell'insubria e del liceo scientifico Paolo Giovio, il professor Bellone, che dirige la rivista «Le Scienze», incontrerà il pubblico per spiegare L'accesso alla cultura scientifica. Un tema molto attuale, ma nello stesso tempo probabilmente storicizzato visto che per i giovani accostarsi alla scienza non è sempre agevole per il fatto che la scuola, lo sostiene il professor Bellone, prepara più alla cultura umanistica che non a quella scientifica. Professor Bellone, qual è il nodo della questione che si dibatte da anni in merito alle scienze. Perché è difficile non solo lavorare nel campo scientifico, ma anche avvicinarsi? Va fatta una premessa. Nell'Unione europea e negli Stati Uniti, ma anche in Giappone, in Cina e anche in India è ormai idea consolidata quella della necessità di potenziare le ricerche fondamentali perché esse sono fonte primaria della ricchezza della nazione e del benessere dei cittadini: da noi no. Se si accetta questa consapevolezza bisogna fare poi alcune operazioni a livello nazionale per incentivare la ricerca con fonti pubbliche o private. In Italia invece c'è la burocrazia che intralcia la selezione dei giovani e non c'è benevolenza nei confronti della scienza. Da qui nasce il fenomeno della fuga dei giovani scienziati all'estero. Il problema è quindi quello di invogliare i giovani a restare con una politica fatta di regole e finanziamenti adeguati? Certo, non si deve pensare a come far rientrare i giovani che lavorano all'estero, ma a non farli andare via. È logico che se gli stati stranieri, anche la Svizzera, offrono loro lavoro e compensi, essi scelgono l'emigrazione. Perché non dovrebbero? A questo è legata anche la dimnuzione di iscrizioni alle facoltà scientifiche. Le facoltà scientifiche hanno meno iscritti delle altre perché molti giovani sono demotivati dalle leggi italiane? Il nostro Paese purtroppo non facilita l'accesso alla scienza. Faccio un esempio, se un giovane o una giovane vogliono partecipare a un evento di cultura considerata "alta" hanno buone offerte umanistiche, penso a mostre d'arte, alla musica, ai libri, di scienza nulla. Non ci sono offerte. Questo anche perché le scuole predispongono il cittadino ad accedere alla cultura umanistica, ma non a quella scientifica. La nostra scuola ha sempre fatto leva su un punto che i politci hanno usato riferendosi a Croce che più o meno diceva che chi aveva una mente profonda doveva studiare storia e filosofia, chi l'aveva minuta si doveva dedicare alla botanica e all'artimetica e per anni si è andati avanti così. E oggi, qualcosa è cambiato? Ah sì, ma in peggio. Forse non tutti sanno che dal due marzo scorso in gazzetta ufficiale è stato scritto che i nuovi ordinamenti didattici per le scuole medie non prevedono più l'insegnamento della teoria dell'evoluzione e che le fanciulle si dedicheranno ancora allo "studio" del cucito e del ricamo. Altro che salto in avanti, è un tuffo nel Medioevo. La teoria dell'evoluzione che sta alla base dello studio scientifico non è più considerata necessaria, i ragazzi usciranno dalle medie senza sapere nulla dell'evoluzione della specie. Si perde il cardine della biologia contemporanea. Sembra impossibile che i politici non si accorgano di questo deperimento progressivo della formazione No, in realtà tutto ciò ha una logica. Se il destino del cittadino italiano è quello di decidere se scegliere il Festival di Sanremo o il Grande Fratello o una marca di detersivo la scelta di questo nuovo di tipo di scuola va bene, semplifica la vita. Perché stupirsi quando noi assistiamo senza battere ciglio a decisioni incredibili prese dal Parlamento sulla ricerca scientitfica. Si sono messi al bando gruppi di ricerche sulle cellule staminali, e ancora, solo in Italia è passata la tolleranza zero per gli Ogm, i cittadini protestano contro lo smog e non contro una legge medioevale come quella nuova sulla procreazione assistita. D'altra parte però iniziative come il Festival della Scienza di Genova hanno registrato il tutto esaurito, quindi la gente ha voglia di scienza accessibile. Certamente e del resto basta andare in edicola e vedere quante riviste di divulgazione scientifica e tecnica ci sono e quanto vendono. Ma la divulgazione non può fare miracoli. Tutto è lasciato al singolo, ma non basta. Ma sappiamo che gli ultimi dati dicono che 39 per cento degli italiani è analfabeta di ritorno, cioè sa leggere e scrivere ma poco più del suo nome? Non può leggere, perché non lo capisce, l'editoriale di un quotidiano né sa farne un riassunto, mentre l'82 per cento tra le 20 e le 22.30 è davanti alla tv ecco perché poi si leggono poco i quotidiani mentre siamo i primi per il numero di cellulari e televisori. Siamo sempre più un popolo di consumatori. Allora, che fare, che speranza c'è di non diventare solo puri consumatori con la vita facile e senza cultura? Bisognerebbe rifornare il sistema dell'insegnamento a tutti i livelli. La commissione europea lo scorso autunno ha elaborato diversi documenti e detto che se vogliamo essere un continente-Europa competitivo dobbiamo investire almeno il triplo di quello che investiamo ora per la ricerca scientifica. La Finlandia investe già quasi quattro volte l'italia e la Spagna più del doppio. In Italia un ricercatore di 40 anni prende 1200 euro, come si fa a dire a un giovane: studia matematica o biologia? Io insegno da decenni e gli studenti sono pieni di entusiasmo, ma sono sempre meno perché sanno di non avere sbocchi. Concretamente cosa servirebbe all'Italia per mettersi almeno in pari con altri Paesi europei? Basterebbe copiare. Sì copiare gli altri che già fanno meglio. La Francia, la Germania e l'Inghilterra, la Svezia, la Finlandia, l'Irlanda stanno investendo capitali e risorse umane e cominciano a raccogliere frutti. Da noi c'è molta inerzia dello Stato e frustrazione, non ci aspetta più grandi cose. Cominciamo ad abolire i concorsi di dottorato, alla fine degli studi uno si laurea e i docenti sanno benissimo chi sono i più bravi; allora facciamo la chiamata diretta come in Svizzera dietro responsbilità diretta del docente che prende chi vuole e dopo tre anni farà un resoconto: chi ha lavorato bene avrà altri fondi altrimenti no. Senza finire al modello selvaggio meritocratico statunitense che non dà garanzie, seguiamo quello europeo. I nostri vanno a Berna a fare il dottorato dopo un solo colloquio con un professore, lo stanno facendo i cinesi che ormai lanciano satelliti con tutti i problemi che hanno... Lei è ottimista, crede in un cambio di rotta in Italia? Io sono ottimista a priori, a un certo punto poi si arriva al fondo e si rimbalza. Rispondo rubando una frase a Voltaire: se non avessi speranza lascerei il mio lavoro e coltiverei rose nel mio giardino.

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Cultura-Impresa scientifica