RASSEGNA STAMPA

15 MARZO 2004
FRANCESCA NODARI
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Natoli: «La libertà è essere signori di se stessi»
 

«Se noi fossimo potenza infinita non moriremmo mai, ci riprodurremmo eternamente. Sotto la spinta del desiderio l’uomo è persuaso di essere potenza infinita. Il desiderio "strema", tiene in scacco la coscienza, la anticipa sempre, immergendoci in una situazione di irriflessività. Per realizzarsi, per non essere schiavo della sua passione, l’uomo deve entrare in potere di se stesso. Veramente libero è colui che è signore di se stesso». È stata questa la riflessione dominante dell’intervento di Salvatore Natoli - docente di Filosofia teoretica all’Università "Bicocca" di Milano - che si è intrattenuto sul tema «Le dinamiche del desiderio e la costruzione del soggetto morale» in apertura del quarto ciclo di conferenze «I dialoghi dell’anima», promosso dal centro culturale Il simbolo e dal Comune di Brescia con la Fondazione Asm e tenutasi giovedì sera al Museo di scienze naturali di via Ozanam, in città. La sala affollata ha confermato il bisogno di sostare sui grandi interrogativi esistenziali. Natoli introduce la sua relazione soffermandosi sulla "semantica dell’anima". Il relatore cita Eraclito: «Per quanto tu possa camminare, non troverai mai i confini dell’anima». Cos’è, allora, l’anima? «L’anima - dichiara Natoli - è il vivente. Per Omero è respiro. Nel De anima - continua il filosofo - Aristotele dice che essa è contenuta in tutte le cose. L’anima è mente, è ciò che trattiene dentro di sé il molteplice che scorre». Natoli, in opposizione al dualismo cartesiano che - nella dicotomia del soggetto tra corpo e mente - produceva in esso uno sfasamento pericoloso, indica nell’anima "la formula" in grado di garantirne l’unità. Di qui, l’anima come corpo vivente e implicato nelle possibilità del suo essere al mondo. In ultima analisi, l’anima è potenza. La sostanza come energia di Aristotele, il conatus essendi come perseverenza nel proprio essere di Spinoza, l’esistente come l’insieme di puntuazioni di forze di Nietzsche, la libido come pulsione vitale freudiana convergono su uno stesso versante: l’io come gioco energetico. «Ma una difficile circolarità lo interessa - precisa Natoli - ossia quella tra coscienza e potenza. Un suo esaustivo discernimento non ci è dato. Se la pulsione non è altro che espansione che diventa desiderio - quindi autoillusione d’infinità - la coscienza, che è autoreferenzialità, rischia d’ingannarsi perché non sa quanta potenza essa sia. Di qui, il pericoloso incedere del desiderio, la cui dinamica è tendenzialmente distruttiva: degli oggetti in quanto mira a divorarli, del sé in quanto mera dissipazione energetica. Se perdo l’anima non è perché qualcuno me la rubi, ma perché la dinamica del desiderio rompe l’argine della coscienza. Come fare, allora?». Su queste basi nasce la necessaria costruzione del soggetto morale. Il "conosci te stesso" delfico - applicato nel campo dell’esperienza - offre un antidoto al tentativo di dirimere la circolarità tra coscienza e potenza. Il pensarsi come potenza finita diventa il modo per contenere il desiderio. Mentre modellandoci sull’eroica figura di Ulisse che affronta il rischio nella consapevolezza dei propri limiti, perveniamo al concetto fondamentale del "governo di sé". «Pertanto la temperanza - virtù, oggi, ingiustamente declassata - diventa lo strumento per ponderare il desiderio. Per essere liberi nel piacere, occorre essere liberi dal piacere. Se nel mondo occidentale - incalza Natoli - diminuisce la possibilità di trasgredire è perché non c’è divieto. Se non c’è proibizione - non nella sua accezione negativa di coercizione, ma in quella preferibile di mantenimento dell’equilibrio - non si dà trasgressione. Serve "la malinconia bianca" rinascimentale. La salutare non accettazione del mondo per così come mi si offre. Ovvero il tentativo di costruirsi, auspicando un mondo diverso». Dunque, la guida spetta alla ragione. Ma la dinamica espansiva del desiderio rimane. Come fare? «Perché la sua "tensività" non sia tracotanza, occorre cercare il completamento nella donazione verso l’altro. L’unico sconfinamento possibile del desiderio - spiega Salvatore Natoli - è quello che si configura come "una corrispondenza d’amorosi sensi". Nella specularità del rapporto - conclude il filosofo - colgo il volto del prossimo, che nel momento in cui si manifesta, mi sfugge. Allo sguardo pietrificante di Sartre, si oppone lo sguardo dell’Altro, che specchiandosi nei miei occhi mi trascina nel suo mistero e mi restituisce il senso di me stesso». Come dire: soltanto nel lasciar essere l’altro, nell’assumerlo come normativo per sé, secondo il relatore, «si perviene alla rivelazione del soggetto e allo svelamento del paradosso secondo cui la vera libertà risiede nel governo di sé».

 

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