![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 04 MARZO 2004 |
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Quel «politeismo dei valori»
dietro l’imperativo categorico
Oggi, giovedì, alle ore 18, al teatro Sancarlino di
corso Matteotti 6/a, Virgilio Melchiorre, presidente della Società italiana
per gli studi kirkegaardiani, parlerà di «Filosofia e vita morale: Kant».
L’incontro rientra nel ciclo delle Lezioni di filosofia organizzato dalla
Cooperativa cattolico-democratica di cultura e dall’Assessorato alla cultura
della Provincia. C’è un’attualità dell’etica
kantiana: un intero filone della filosofia morale contemporanea, da John
Rawls a Karl Otto Apel, a Jürgen Habermas, può legittimamente definirsi
d’ispirazione kantiana. Una definizione che cela le differenze tra i singoli
pensatori; nondimeno, costante in loro è l’affermazione, di origine kantiana,
che l’etica per essere tale è "deontologica" - la moralità è
valutata non in termini di risultati, ma di osservanza categorica di
determinati principi formali che antepongono il giusto al bene. E questi
principi sono fondamenti dell’agire morale quando superano il "test
dell’universalizzabilità", test anch’esso di matrice kantiana: il
principio dell’azione è morale solo se è universalizzabile per tutti gli
esseri umani; una tesi che può ben definirsi la traduzione secolarizzata
della prima delle formulazioni dell’imperativo categorico: «opera in modo che
la tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una
legislazione universale». Ma l’interesse dell’etica kantiana può ridursi a
queste pur importanti attualizzazioni, o in essa v’è un coté
metafisico-teologico, non meno interessante? Si pensi al costitutivo
dualismo, d’origine platonica, della filosofia kantiana: fenomeno-noumeno,
ragion pura-ragion pratica, sensibilità-intelligibile… Questo dualismo è un
limite di Kant, o possiamo sorprendervi la scoperta di una condizione
trascendentale dell’uomo, il suo esser tale proprio perché vive in
un’irrisolta tensione tra essere e dover essere? Il proprio dell’umano, in
quanto agire razionale secondo un fine disinteressato, nasce perché
sperimenta in sé una scissione tra la costrizione della sua natura fisica e
la possibilità di trascendere questa finitezza, pur nella consapevolezza che
questo trascendimento è un ideale regolativo e mai permetterà di accedere ad
un’impossibile purezza terrestre, aborrita da Kant in quanto forma di
fanatismo morale. Una scissione che per Kant aveva la sua ragion d’essere nel
"male radicale": al fondo delle azioni malvagie v’è una tendenza
ontologica dell’uomo al male, che infetta la sua condotta. Una teoria che
sconcertò non pochi (ad es. Goethe) e che, pur al centro del dibattito
teologico, pare dimenticata nell’odierna riflessione morale. Di qui la più
paradossale delle affermazioni kantiane: perché si possa parlare di eticità
dobbiamo postulare una libertà dell’uomo inconoscibile empiricamente. Una
libertà noumenica, non di questo mondo, sottratta alle leggi fisiche, eppur
necessaria in questo stesso mondo. Un paradosso, ma non è paradossale
l’intera morale kantiana? In questo sta, forse, la sua più profonda
classicità. Devo agire come se fossi libero, pur nella consapevolezza che è
una libertà postulata, al pari dell’idea che orienta la mia azione, il Sommo
Bene. Non che non si possa parlare di questi postulati, osserva Kant, ma di
essi abbiamo una conoscenza non empirica, simbolica: fatta per
approssimazioni metaforiche, per simboli, con i quali cerchiamo di dare un
valore a ciò che costitutivamente ci sfugge e tuttavia sperimentiamo come
necessario per il nostro riconoscerci razionali. Certo, una distanza
incolmabile ci separa da Kant, e su di essa ha richiamato l’attenzione Max
Weber. Da un lato, se Kant poteva parlare dell’imperativo categorico, del
"tu devi incondizionato", come di un "fatto" scolpito
nella ragione di ogni uomo, oggi, confitti in ognuno di noi sono una
pluralità di imperativi morali, spesso in contraddizione tra loro, al punto
che Weber ha potuto parlare di un politeismo dei valori, che rende incerta
ogni nostra decisione. Dall’altro lato l’"etica della convinzione"
kantiana, assolutizzando il momento dell’intenzione, rischia di mettere capo
a soluzioni opposte a quelle cercate, non tenendo conto dei contesti nei
quali accade la scelta morale: emblematico il dovere di dire sempre la verità,
che può a volte sortire effetti indesiderati. Decidere in senso morale,
significa mettere in conto che all’interno di noi stessi coabitano una
pluralità di valori che non possono essere scelti senza che alcuni di essi,
pur legittimi, debbano soccombere a favore di altri. Basti qui il rimando ai
drammatici rompicapo che dilaniano il campo della bioetica. Ma la scoperta
kantiana che il cosmo della vita morale è costitutivamente scisso, e soggetto
ad inaspettate eterogenesi dei fini (come nel caso del fanatismo morale), non
era la prefigurazione di questo trovarci gettati in un mondo conflittuale,
ove ogni nostra decisione implica la "responsabilità" di una scelta
universale, e quindi tragica? In Kant il tragico stava nel postulare l’idea
di Dio in un orizzonte categoriale che, pur vietandone una dimostrabilità, ne
richiedeva la presenza a garanzia della vita morale. In noi oggi il tragico
ritorna nella postulazione di una libertà dove la responsablità diviene cura
per il mio prossimo, presente e futuro. Un prossimo che, ammoniva Kant, debbo
trattare come un fine e mai come un mezzo: nel "carattere
intelligibile", intrinseco ad ogni essere umano, sta la cifra del
trascendente. Ebbene, non sta nella custodia di questo "carattere
intelligibile" la sfida più urgente del presente, quando all’orizzonte
si profilano scenari ove sempre più gli umani sono ridotti a
"mezzi" della Tecnica e della sperimentazione scientifica? Spesso
assistiamo ad uno strano fenomeno: quel che è ritenuto etico, perché
riconosciuto vantaggioso dalla maggioranza, alla luce del criterio kantiano
dell’universalizzabilità risulta immorale perché intacca il diritto di uno
solo dei nostri consimili. Un esempio che mostra come non possiamo non dirci
kantiani, se vogliamo essere moralmente maggiorenni. Quasi Kant, la sua
critica, fosse il pungolo che può destarci dal rischio dei sonni dogmatici,
in un tempo dove il cielo stellato sopra di noi si è oscurato, e la norma
morale in noi si è fatta problematica. |
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