![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 FEBBRAIO 2004 |
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LA FILOSOFIA DELLA MUSICA NELL’OPERA DELLO STUDIOSO |
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La grande personalità di Theodor W. Adorno |
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“È stato uno shock”. Così Giacomo Manzoni ricorda
l’apparizione della Filosofia della musica moderna. Il compositore milanese,
che aveva allora ventisei anni, completa la traduzione dall’originale tedesco
nel 1958. Il libro esce nella collana I Saggi di Einaudi l’anno successivo;
il ritardo nella stampa è dovuto in larga misura alle perplessità della casa
editrice. Massimo Mila, uno dei protagonisti della musicologia italiana,
legge le bozze e nel restituirle sentenzia: “Balle sociologiche”. Fu davvero
enorme l’impatto di un’opera che intrecciava filosofia, estetica, sociologia
ed analisi musicale; non si trattava certo di un approccio che poteva essere
etichettato come dilettantesco se Adorno conduceva la sua indagine sulle
partiture stesse. La prima edizione tedesca viene pubblicata a Tubinga nel
1949; nella prefazione, scritta a Los Angeles nell’estate 1948, Adorno
ricorda che i due saggi riuniti nel volume “Schönberg e il progresso e
Stravinskij e la restaurazione” sono stati scritti “a distanza di sette anni”:
nel 1940-41 il lavoro su Schönberg, mentre lo scritto dedicato a Stravinskij
nasce dopo la fine del secondo conflitto mondiale. Nel 1949 i due
protagonisti vivono da tempo negli Stati Uniti; Schönberg ha settantacinque
anni, Stravinskij sessantasette e, nel 1934, in seguito alle leggi razziali,
era emigrato prima a Oxford poi negli Stati Uniti. L’edizione italiana si
avvale di una prefazione di Luigi Rognoni che, interpretando le intenzioni
più radicali della contemporanea avanguardia europea, invita anch’egli a
ripartire da Anton Webern, la cui “grande eredità” viene individuata
nell’obiettivo di far ritrovare la musica a se stessa, “in una dimensione
nella quale il campo tecnico coincide con quello spirituale anziché
annullarsi nella fisicità della materia profanata”. La reazione degli
studiosi italiani è molto diffusa. Ne “Il contemporaneo” Fedele D’Amico
dissente dal titolo della versione italiana: perché “der neuen Musik” è stato
tradotto con “della musica moderna”? Nuovo e moderno sono diverse categorie
del pensiero e la musica ‘nuova’ di cui Adorno si occupa trova le proprie
radici nell’antico più che ‘genericamente’ nel moderno. Il critico sintetizza
così ammirazione e dissenso: “Il suo ‘poesia non poesia’ non fa testo, quasi
sempre pregnanti sono le sue analisi morfologiche”. Poi, lancia l’affondo nel
nome di Hegel: “Adorno non avverte questo piccolo particolare: che il
concetto di alienazione è inseparabile dalla prospettiva del suo superamento.
Servirsi del termine ‘alienazione’ per quantificare un processo irreversibile
è un trucco verbale che si presta a qualunque arbitrio e capriccio”.
L’importanza capitale del volume, uscito quando il pubblico italiano
conosceva di Adorno i Minima Moralia editi nel 1954 con traduzione e
introduzione di Renato Solmi, è ribadita da Rognoni: “Questo libro è forse il
più importante e profondo tentativo di interpretazione, … della crisi
musicale contemporanea. Musica e filosofia s’integrano nel pensiero di Adorno
in un’unica preoccupante dimensione”. Opinione condivisa da Thomas Mann, che
in Romanzo di un romanzo. La genesi del Doktor Faustus (1949), dopo aver
riconosciuto il ruolo centrale di Adorno nell’ideazione stessa del libro così
lo descrive: “Quest’uomo singolare ha rifiutato in tutta la vita di decidersi
tra la professione della filosofia e quella della musica. Troppo era sicuro
di mirare allo stesso scopo nei due diversi campi”. Questa grandiosa
duplicità di sguardo ha sempre contraddistinto la personalità di Adorno e su
di essa si interroga uno straordinario numero di “Civiltà musicale”, 48-49,
Th. W. Adorno. Musica, filosofia, letteratura, nel centenario della nascita,
a cura di Alessandro Cecchi, LoGisma editore, Firenze, novembre 2003, pp.
225. I contributi di musicologi, filosofi, estetologi quali Sandro
Cappelletto, Sara Zurletti, Fabrizio Desideri, Quirino Principe, Alessandro
Arbo, Giovanni Guanti, Sergio Givone, Alessandro Cecchi, Giammario Borio,
Albrecht Wellmer, Michela Garda approfondiscono la parabola che dalla
Filosofia della musica moderna porta alla Teoria estetica; ed, ancora, sono
oggetto di dibattito le adorniane monografie musicali, i progetti rimasti
frammentari ma costantemente perseguiti, le riflessioni di confine tra
filosofia della musica e filosofia del linguaggio. L’intermezzo è dedicato
alla letteratura e contribuisce a ricostruire la vicenda della collaborazione
di Adorno al Doktor Faustus, dopo uno sguardo illuminante sui presupposti
letterari, filosofici e religiosi del romanzo. Conclude tale intermezzo la
prima traduzione italiana degli appunti e dei testi preparati da Adorno per
aiutare Th. Mann, tra il 1943 e il 1947, nella stesura delle descrizioni
musicali del romanzo. Chiude l’importante numero un’ampia sezione
‘internazionale’ in cui si ritrova una assai articolata ricostruzione del
ruolo di Adorno all’interno dei Ferienkurse di Darmstadt, che attinge a
materiali inediti da vari archivi tedeschi, la traduzione di un importante
saggio musicologico tedesco, dove alcune delle tesi fondamentali di Adorno
subiscono una ‘torsione’ inedita, che le riferisce alla dinamica interna del
processo compositivo, per finire con una ricostruzione analitica e completa
della ricezione di Adorno nel contesto anglo-americano. Il volume si chiude
con una bibliografia articolata in tre sezioni, che danno conto
rispettivamente delle opere originali di Adorno, delle traduzioni italiane e
di quelle inglesi. Nell’insieme il volume sta a testimoniare l’interesse che
quest’autore, a cento anni dalla nascita ed a quasi trentacinque dalla morte,
continua a suscitare negli studiosi. A questo proposito sono da sottoscrivere
completamente le conclusioni di Sandro Cappelletto: “La singolarità… di
Adorno sta anche nel suo volersi ‘piegare’, nella volontà di riconoscere
altri contesti. È l’ultima filosofia della musica che ci sia stata donata…”. |