![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 21 FEBBRAIO 2004 |
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L’attualità
delle lezioni di vita di Seneca in un contributo di Giovanni Reale. Un profilo
inedito del pensatore latino
Prendiamocela
con filosofia
Grande della
classicità e impareggiabile terapeuta dei mali dell’anima
Fu Epicuro, avverte Reale, il primo a dire che «come la medicina non ha nessuna
utilità se non espelle le malattie del corpo, così non l'ha nemmeno la
filosofia, se non espelle la passione dall'anima». Ma fu Seneca a dimostrare
compiutamente che lo scopo della filosofia non è il raggiungimento di una
conoscenza pura e astratta, ma l'acquisizione di quel sapere che permetta
all'uomo di pervenire alla felicità, a quella «fioritura dell'umano» cui si
arriva solo dopo aver corretto gli errori che sono causa delle proprie
sofferenze. Perché, contrariamente a quanto possiamo pensare, i nostri
malesseri interiori non derivano da circostanze esterne, che non possiamo
controllare, ma dal sistema di valori con i quali le consideriamo : il male non
è nelle cose, ma nella valutazione che noi ne diamo. «Delle cose grandi -
scrive Seneca nelle sue
Per guarire l'anima dalle afflizioni cui è naturalmente soggetta, dunque, è
necessario modificare le nostre attitudini mentali, cambiare il punto di vista
dal quale guardiamo il mondo, scioglierci dalle catene che noi stessi ci
costruiamo alimentando falsi desideri e illusorie speranze. Anche se può
sembrare strano, fin dai tempi di Seneca una di quelle catene era costituita
dal tempo, o meglio dalla tendenza umana a farsi suoi schiavi. Nella frenetica
società contemporanea come nell'antica Roma, la vita degli uomini finisce per
essere completamente assorbita dal tempo : tempo consumato, tempo atteso, tempo
perso e tempo agognato. Davvero l'intero arco della vita - come scrive Seneca -
«non è vita, è tempo».
L'ossessione del tempo non è l'unico male dell'anima dal quale Seneca ci può
guarire. Nelle sue pagine si trovano anche ricette contro un sentimento che
tanto ci fa soffrire, l'invidia per chi ci sembra più fortunato di noi, anche
se in realtà spesso porta quella fortuna come un pesantissimo fardello. «Guarda
quelli la cui felicità richiama tutti - scrive Seneca ancora a Lucilio, - sono
soffocati dal loro beni. Per quanti ricchi la loro ricchezza è un peso ! A
quanti l'eloquenza e la smania di ostentare ogni giorno il loro genio costano
sangue ! (?) Passali in rassegna tutti, dal più grande al più umile : il primo
ricorre all'avvocato, il secondo è l'avvocato, il terzo è l'imputato ; nessuno
sta rivendicando sé a se stesso, tutti si stanno logorando per un altro.»
Approfondendo la biografia romanzesca di Seneca, costellata di scandali e di
guai con l'ambiente politico di Roma, si potrebbe pensare che il filosofo che
predicava tanti saggi principi non seppe dimostrare con la sua condotta la
concreta applicabilità dei suoi precetti di vita. A questa obiezione, però,
rispose lo stesso Seneca, con i fatti e con le parole. Con i primi perché
accettò di buon grado la morte quando, coinvolto da Nerone nella congiura dei
Pisoni, gli fu imposto di uccidersi ; con le parole perché a chi gli
rimproverava le sue manchevolezze rispondeva sereno : «Il fatto che la
malvagità ci domini e già da tempo ci tenga in suo potere non deve impedire di
sperar bene di noi : nessuno diventa saggio prima di essere stato malvagio. La
malvagità è la prima a impadronirsi di noi : imparare la virtù significa
disimparare il vizio.»