RASSEGNA STAMPA

21 FEBBRAIO 2004
MARIA MATTEI
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L’attualità delle lezioni di vita di Seneca in un contributo di Giovanni Reale. Un profilo inedito del pensatore latino

 

Prendiamocela con filosofia

 

Grande della classicità e impareggiabile terapeuta dei mali dell’anima

 

 

 


Chi siamo, da dove veniamo, dove siamo diretti ? Ma nessuna di queste argomentazioni riuscirebbe a riempire di nuovo le ormai deserte aule delle facoltà di Filosofia. Meglio, per capire a cosa serva la filosofia, riprendere in mano i testi di un maestro del pensiero antico, un filosofo che non riuscì, con la sua saggezza, a frenare il dispotismo dell'imperatore Nerone, ma non fallì nella missione che si era prefissata : scrivere parole dal valore eterno. Lucio Anneo Seneca, nato a Cordova nel 4 a.C e morto a Roma nel 65 d.C, fu l'intellettuale latino più influente del suo tempo, che seppe adattare alla sensibilità romana gli insegnamenti degli stoici greci e lasciare ai posteri l'eredità di un pensiero che non si limita a far riflettere, ma promette anche di far guarire. Guarire dalle malattie dell'anima. Meglio di tutti quei medicinali che spesso vengono presentati come le panacee del nostro tempo. È questa la tesi che Giovanni Reale, docente di Storia della filosofia antica all'Università "Vita-Salute San Raffaele" di Milano, espone nel saggio intitolato «La filosofia di Seneca come terapia dei mali dell'anima» (Bompiani, 201 pagine, 7,50 euro).
Fu Epicuro, avverte Reale, il primo a dire che «come la medicina non ha nessuna utilità se non espelle le malattie del corpo, così non l'ha nemmeno la filosofia, se non espelle la passione dall'anima». Ma fu Seneca a dimostrare compiutamente che lo scopo della filosofia non è il raggiungimento di una conoscenza pura e astratta, ma l'acquisizione di quel sapere che permetta all'uomo di pervenire alla felicità, a quella «fioritura dell'umano» cui si arriva solo dopo aver corretto gli errori che sono causa delle proprie sofferenze. Perché, contrariamente a quanto possiamo pensare, i nostri malesseri interiori non derivano da circostanze esterne, che non possiamo controllare, ma dal sistema di valori con i quali le consideriamo : il male non è nelle cose, ma nella valutazione che noi ne diamo. «Delle cose grandi - scrive Seneca nelle sue Lettere a Lucilio - bisogna giudicare con animo grande ; altrimenti attribuiamo alle cose difetti che, invece, sono nostri. Così un'asta drittissima. Quando è immersa nell'acqua, appare a chi guarda curva e spezzata. Ciò che conta è non solo che cosa guardi, ma in che modo lo guardi : il nostro animo si annebbia guardando la verità.»
Per guarire l'anima dalle afflizioni cui è naturalmente soggetta, dunque, è necessario modificare le nostre attitudini mentali, cambiare il punto di vista dal quale guardiamo il mondo, scioglierci dalle catene che noi stessi ci costruiamo alimentando falsi desideri e illusorie speranze. Anche se può sembrare strano, fin dai tempi di Seneca una di quelle catene era costituita dal tempo, o meglio dalla tendenza umana a farsi suoi schiavi. Nella frenetica società contemporanea come nell'antica Roma, la vita degli uomini finisce per essere completamente assorbita dal tempo : tempo consumato, tempo atteso, tempo perso e tempo agognato. Davvero l'intero arco della vita - come scrive Seneca - «non è vita, è tempo».
L'ossessione del tempo non è l'unico male dell'anima dal quale Seneca ci può guarire. Nelle sue pagine si trovano anche ricette contro un sentimento che tanto ci fa soffrire, l'invidia per chi ci sembra più fortunato di noi, anche se in realtà spesso porta quella fortuna come un pesantissimo fardello. «Guarda quelli la cui felicità richiama tutti - scrive Seneca ancora a Lucilio, - sono soffocati dal loro beni. Per quanti ricchi la loro ricchezza è un peso ! A quanti l'eloquenza e la smania di ostentare ogni giorno il loro genio costano sangue ! (?) Passali in rassegna tutti, dal più grande al più umile : il primo ricorre all'avvocato, il secondo è l'avvocato, il terzo è l'imputato ; nessuno sta rivendicando sé a se stesso, tutti si stanno logorando per un altro.»
Approfondendo la biografia romanzesca di Seneca, costellata di scandali e di guai con l'ambiente politico di Roma, si potrebbe pensare che il filosofo che predicava tanti saggi principi non seppe dimostrare con la sua condotta la concreta applicabilità dei suoi precetti di vita. A questa obiezione, però, rispose lo stesso Seneca, con i fatti e con le parole. Con i primi perché accettò di buon grado la morte quando, coinvolto da Nerone nella congiura dei Pisoni, gli fu imposto di uccidersi ; con le parole perché a chi gli rimproverava le sue manchevolezze rispondeva sereno : «Il fatto che la malvagità ci domini e già da tempo ci tenga in suo potere non deve impedire di sperar bene di noi : nessuno diventa saggio prima di essere stato malvagio. La malvagità è la prima a impadronirsi di noi : imparare la virtù significa disimparare il vizio.»

 

 

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