RASSEGNA STAMPA

18 FEBBRAIO 2004
CHIARA PALMERINI
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Diamo una morale ai robot
 


Se un umanoide fa del male a qualcuno, di chi è la colpa? Di questo e altri dilemmi discute la roboetica

 
«Un robot non può recare danno a un essere umano né può permettere che, a causa del proprio mancato intervento, un essere umano riceva danno. Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani...». Era il 1942 e lo scrittore di fantascienza Isaac Asimov formulava le famose tre leggi della robotica.
Di «roboetica», etica per robot e robotici, pensa sia tempo di parlare senza aspettare scenari da fantascienza anche Gianmarco Veruggio.
Fondatore del Robotlab del Cnr a Genova e inventore del neologismo, Veruggio è stato animatore di un convegno che ha riunito a San Remo, a fine gennaio, esperti da tutto il mondo.

Davvero è già tempo di affrontare questi problemi?
La robotica è relativamente giovane, ma è sul punto di diventare matura per il mercato. Dal Giappone stanno per arrivare i primi prodotti consumer. Si cominciano a vedere aspirapolvere robotici e ci sono numerosi umanoidi vicini alla commercializzazione.
Di fatto credo saranno disponibili nel giro di cinque anni. Il ministero giapponese per la Tecnologia, poi, prevede che nel 2020 il fatturato dell'industria dei robot supererà quello delle auto. Ci stiamo preparando al secolo dei robot.
Di che cosa dobbiamo preoccuparci?
I robot sono le macchine più potenti che l'uomo ha costruito, perché sono una somma di tutte le sue capacità. Sappiamo dalla fantascienza che ci sono paure legate a queste macchine, per esempio che si ribellino ai loro creatori.
Asimov ci ha pensato con le tre leggi della robotica. Servono, bastano? Io credo di no: sono un po' ingenue.
Vale a dire?
Innanzitutto bisogna essere capaci di instillare questa etica artificiale alla Asimov nei robot, e noi non lo siamo ancora.
Un robot potrebbe far male all'uomo anche non direttamente. Prima di un'etica artificiale bisogna pensare a un'etica umana che cerchi di guidare chi costruisce e usa le macchine.
Anche un ascensore è una macchina...
Infatti ci sono norme e legislazioni da rispettare per chi fabbrica un ascensore. Nessuno però si preoccupa di quali problemi esistano per una macchina che agisce in modo autonomo.
Se mando un robot a compiere una missione e questo uccide un uomo, la colpa di chi è? Della macchina, di chi l'ha progettata, di chi l'ha costruita?
Anche senza arrivare a parlare di intelligenza umana o di coscienza per i robot, il problema è molto più immediato di quanto si pensi.
Un pericolo è che ci facciamo male come con una macchina qualunque. Hirochika Inoue, il grande vecchio della robotica giapponese a capo del progetto umanoide, sta pensando di limitare l'autonomia dei robot, in modo che debbano comunque sempre essere azionati da un uomo.
Poi c'è l'eventualità che vengano utilizzati per fare danni.
Di quali altri rischi si è discusso?
In Giappone, per esempio, hanno una popolazione che invecchia. Il primo mercato sarà probabilmente quello di robot domestici che assistono gli anziani: pare che preferiscano un aiutante meccanico a uno in carne e ossa.
Questo pone dei problemi. Da un robot servizievole, intelligente, che sembra sapere tutto si può rimanere soggiogati psicologicamente.
Del resto, si sono avuti casi di bambini che si sono suicidati quando è morto il loro Tamagochi.
C'è poi chi si chiede, come Brian Duffy del Mit-Media Lab Europe di Dublino, se un robot di servizio debba avere sembianze umane oppure da cartone animato.
Mi preoccupo che tutto ciò avvenga senza nessuna riflessione alla base. Vorrei evitare che noi robotici ci svegliassimo quando abbiamo combinato qualche disastro.
Qualcuno ha anche parlato di diritti per i robot. È una provocazione?
C'è chi ha sollevato il problema. Secondo me è prematuro porlo, come del resto il dibattito sulla «coscienza» dei robot.
Non abbiamo neppure capito che cos'è la coscienza nell'uomo. Quando si parla di intelligenza per i robot, sarebbe un successo dargliene quanta una formica. Eppure, non ci siamo arrivati.

 


 

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