RASSEGNA STAMPA

13 FEBBRAIO 2004
editoriale
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Gruppo di scienziati sudcoreani e americani annuncia di aver ottenuto cellule staminali che creano tessuti trapiantabili senza rigetto

Clonati i primi embrioni umani "terapeutici"

Le cellule coltivate potrebbero riparare organi danneggiati da infarti, ictus, Parkinson e diabete. Il Vaticano: un doppio delitto

Nessun bambino-fotocopia ma solo clonazione terapeutica per curare in futuro molte malattie. È questo l'obiettivo di un gruppo di scienziati sudcoreani ed americani che hanno annunciato sull'autorevole rivista «Science» di aver clonato 30 embrioni umani per ottenere cellule staminali a scopo terapeutico. Il team della Seoul National University, guidato da Woo Suk Hwang e da Jose Cibelli dell'università del Michigan, ha prelevato materiale genetico di alcune donatrici e lo ha combinato con i loro stessi ovuli. Gli embrioni così sviluppati possono fornire "cellule madri" «capaci di differenziarsi in diversi tessuti trapiantabili perfettamente compatibili con il sistema immunitario del donatore, e quindi senza alcuni rischio di rigetto», hanno spiegato i ricercatori. È quindi più vicina la possibilità di avere a disposizione riserve di cellule primitive da coltivare per rigenerare tessuti e organi danneggiati da infarto, ictus, morbo di Parkinson o diabete.

Secondo gli esperti si tratta di un passo importante verso la clonazione terapeutica, ma anche a risollevare l'acceso dibattito etico sulla possibilità di ottenere embrioni umani in laboratorio al solo scopo di prelevare da essi cellule staminali. Una possibilità negata dal governo degli Stati Uniti ai centri pubblici di ricerca, ma alla quale stanno lavorando molte aziende private e che, grazie alle leggi più permissive della California, ha deciso da tempo di seguire anche l'università di Stanford.

Il professore Hwang Woo Suk ha detto ieri che il suo gruppo è già riuscito a trasformare le cellule staminali in neuroni: «Ormai la clonazione terapeutica è una realta. Con l'avvenuto ottenimento di neuroni dalle cellule staminali embrionali non ci resta ora che dedicarci alla sperimentazione clinica. E la fase che attualmente stiamo percorrendo è lo studio di quali tessuti queste cellule vadano a formare e come sia possibile controllare questo processo». Quelle ottenute sono infatti cellule pluripotenti, ossia potenzialmente in grado di diventare cioè neuroni, pelle, ossa o muscoli.

Wang ha spiegato che il successo è stato possibile grazie alla collaborazione di volontarie che hanno donato al team ovuli appena prodotti. L'ottima qualità degli ovuli ha permesso la soddisfacente riuscita del trapiano di cellule somatiche negli ovuli privati dei nuclei originari. Tutto è cominciato con 16 volontarie non retribuite e che avevano firmato un consenso informato. Da esse sono state prelevati ovociti e cellule somatiche. Il nucleo di queste ultime è stato quindi trasferito in uno dei loro ovociti, precedentemente privato del suo nucleo. A questo punto le sostanze presenti nell'ovocita hanno riprogrammato il nucleo della cellula adulta, facendolo tornare indietro nello sviluppo. Quindi è cominciato un percorso inverso: la cellula primitiva ha cominciato a dividersi dando origine a un embrione. Dai 242 ovociti i ricercatori hanno ottenuto 30 blastocisti (il massimo stadio raggiungibile prima dell'impianto in utero), da queste 20 riserve da cui prelevare le cellule staminali ed una linea cellulare.

Durissima la critica di monsignor Elio Sgreccia, vicepresidente della Pontifica accademia per la vita, l'organo vaticano che si occupa di bioetica. «Sul piano della dottrina etica - ha dichiarato il vescovo - la clonazione è un illecito tra i più gravi in fatto di riproduzione umana, e consideriamo la clonazione cosiddetta terapeutica ugualmente illecita, anzi per certi aspetti peggiore, perché presuppone la riproduzione di un embrione, nello stadio di blastocisti avanzato, e in secondo luogo c'è la soppressione per prendere staminali. Dal punto di vista non solo cattolico si tratta di una procedura carica di illeciti: due delitti in uno».

 

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