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Il no della chiesa
alla «dolce morte» ribadito nell'udienza generale
Wojtyla contro l'eutanasia: «Aiutare i malati è un atto d'amore»
“Voglio ricordare che ogni essere umano, anche colui che è segnato dalla
malattia e della sofferenza, è un grande dono per la Chiesa e per
l'umanità. Nessuno ha il diritto di sopprimere quest'essere a causa della
sofferenza”. Con questa affermazione Giovanni Paolo II ha voluto confermare
ieri mattina, nel corso dell'udienza generale, il “no” fermo della Chiesa
all'eutanasia. Il pontefice non si è limitato ad esprimere una contrarietà
di principio, ha infatti indicato una strada alternativa. La sofferenza, secondo
Wojtyla, è sempre “un richiamo, affinché ogni sofferente trovi nel proprio
ambiente persone pronte ad un paziente sostegno e un premuroso aiuto. La
sofferenza è sempre una chiamata a praticare l'amore misericordioso”. E' la
proposta di un rapporto con il malato costruito su un'assistenza che non è
fatta solo di cure mediche ma anche di vicinanza, di contatto, di
accoglienza della malattia altrui. Una capacità di accompagnare il malato
terminale, di non abbandonarlo. Perché l'eutanasia è anche rinuncia alla
vita sotto forma di rassegnazione; e questo sentimento nasce dalla
solitudine estrema di un paziente che sa di non poter guarire. Chi soffre
non deve essere lasciato solo, ha spiegato il pontefice, e per questo ha
ringraziato medici, infermieri volontari cappellani di ospedale che aiutano
i malati. «La loro opera - ha detto il papa - è un atto d'amore».
Non è la prima volta che Wojtyla si schiera contro la pratica
dell'eutanasia; e del resto la Chiesa assumendo questa posizione non si
riferisce tanto ai casi di ultima ed estrema sofferenza nei quali a volte
si alleggeriscono cure che prolungano ormai solo il dolore, quanto
piuttosto alla possibilità che l'eutanasia si affermi come legge dello
Stato e quindi come principio e fattore culturale della collettività.
Qualche anno fa l'Olanda introdusse con un provvedimento legislativo
l'eutanasia nel suo ordinamento; in sostanza su richiesta del paziente,
dopo consulti medici e un ulteriore approvazione di un giudice, si poteva
concedere al malato che lo volesse “la dolce morte”. Si assistette in quel
frangente ad una forma di “burocratizzazione” della morte che suscitò
scalpore in tutto il mondo. Ma il problema non riguardava solo la morale o
la dottrina cristiana, veniva infatti messo in discussione uno dei principi
fondamentali della nostra cultura, il cosiddetto giuramento d'Ippocrate che
ogni medico deve far suo. Il giuramento risalente al 460 a.c. e impegna il
medico a non produrre danno in alcun modo al malato e a non somministrargli
cure letali.
Dall'eutanasia, alla clonazione umana alla procreazione assistita la Chiese
dell'epoca di papa Wojtyla si è dovuta confrontare con i problemi posti
dalla bioetica. La legge sulla procreazione artificiale appena approvata
dal Parlamento italiano ha diviso profondamente il Paese eppure la
discussione che l'ha accompagnata ha dimostrato quanto fosse forte il
bisogno di affrontare in un dibattito pubblico queste tematiche. La pecora
Dolly, la prima ad essere stata clonata, è morta un anno fa. Ci si accorse
che le sue cellule invecchiavano troppo rapidamente. E tuttavia
quell'esperimento ha stimolato la comunità scientifica a battere la strada
della clonazione senza escludere quella umana. E' noto che i primi a
pensare di creare una razza in laboratorio furono i nazisti. D'altro canto
la clonazione a scopi terapeutici promette di curare malattie giudicate
inguaribili.
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