RASSEGNA STAMPA

11 FEBBRAIO 2004
MARIO PORRO
[Un contratto secondo natura
Tra Bachelard e Serres Un percorso novecentesco nell'ambito della filosofia francese per indagare i primi passi dell'epistemologia e i motivi del suo declino. Un saggio di Polizzi per Armando Siciliano
MARIO PORRO
Nell'ambito della filosofia francese, il termine epistemologia compare sul finire dell'Ottocento, nel momento in cui le rapide trasformazioni dei saperi scientifici chiamano la metafisica, spesso di orientamento spiritualista (è il caso di Bergson), a promuovere una critique des sciences che metta in discussione l'accesso esclusivo alla conoscenza che la scienza si arroga. Una folta schiera di scienziati, e tra loro in primo luogo Henri Poincaré, sarà così indotta non solo a difendere la capacità di conoscere i veri rapporti fra le cose, ma anche a chiarire i propri metodi, rivendicando una dimensione intuitiva, inventiva, che non riduce le scienze a mera descrizione né ad arbitrio costruttivo. Tornare sui primi passi dell'epistemologia è un passaggio obbligato anche per comprendere le ragioni del suo successivo declino, stretta fra le indagini di tipo logico formale e le giustificazioni a posteriori delle teorie emergenti. È su questo percorso novecentesco, nell'ambito della filosofia francese, che Gaspare Polizzi si interroga nel suo Tra Bachelard e Serres, proseguendo l'indagine intrapresa con Scienza ed epistemologia in Francia (Loescher, 1979) e Forme di sapere e ipotesi di traduzione (Franco Angeli, 1984). Già dal primo Congrés International de Philosophie, tenuto a Parigi nel 1900, l'adesione preconcetta a scuole, di tradizione positivistica o idealistica, lascia il passo al rafforzamento di una riflessione epistemologica in senso stretto, i cui problemi traggono origine dalle novità emergenti in campo scientifico: si tratti dei fondamenti della matematica, di questioni di ordine logico e psicologico o dei dibattiti suscitati della teoria relativistica di Einstein. Anche gli aderenti allo spiritualismo, che pure accusano la razionalità scientifica di ridurre il mondo ad oggetti solidi misurabili, in vista dell'azione sul mondo (e ad essa contrappongono l'intuizione che getta colpi di sonda nella profondità del reale), riconoscono l'esigenza di riconnettere la filosofia alle scienze e alla vita. La nouvelle philosophie, grazie soprattutto ai dibattiti promossi dalla «Revue de Méthaphysique et de Morale», sorta nel 1893, contribuisce all'apertura di un nuovo spazio disciplinare, l'epistemologia, in cui resta fecondo il confronto con le scienze. Ben diverso sarà il caso italiano, come attesta il IV Congresso di Filosofia tenutosi a Bologna nel 1911, teatro dello scontro tra la «filosofia scientifica» di Federigo Enriques e il neoidealismo di Croce e Gentile, la cui vittoria segnerà anche il declino dell'epistemologia nel nostro paese.

Uno dei temi principali nel confronto tra filosofia e scienza in ambito francese (e filo rosso della ricostruzione che Polizzi ne propone, unitamente alla nozione di complessità) è costituito dalla riflessione sul concetto di tempo: categoria mal definita, scriveva Paul Valéry, in cui si intrecciano il tempo-flusso eracliteo, il tempo entropico di Carnot e quello di Einstein, che tanta ostilità susciterà in Bergson, desideroso di salvaguardare il divenire qualitativamente differenziato, creativo, della nostra esperienza e della vita rispetto all'inerzia e alla stabilità parmenidea dell'universo relativistico. Proprio in una prospettiva antibergsoniana si muoveranno le riflessioni di Bachelard sul tempo: il desiderio di difendere le esigenze della scienza impone di rendere il tempo misurabile, di inseguirne la realtà nell'istante in cui si condensa l'atto volontario, rompendo la continuità della durata. È sul pensiero di Michel Serres che culmina il libro di Polizzi; pur prendendo le distanze dall'impostazione spiritualistica di Bachelard e dai suoi intenti moralizzatori, Serres ne prosegue l'istanza di lettura della trama del mondo nella sua intrinseca complessità. Non nella prospettiva però di costruire un «nuovo paradigma» della complessità, che definisca i caratteri del complesso e ne rintracci i principi (ruolo del caso e del disordine, auto-organizzazione, ecc.) come ha cercato di fare Morin. Il riconoscimento dell'abbandono della separazione soggetto-oggetto e delle forme antiche di partizione disciplinare si traduce in un lavoro ermetico, di attraversamento dei saperi, che promuova un'epistemologia interna (riprendendo un'istanza che era già di Poincaré). Dagli anni `60, allorché Serres formulava il suo programma di lavoro, fondato sulla convinzione che fosse in atto una svolta epocale, il passaggio dal mondo prometeico della produzione al mondo dell'informazione e dei messaggi, le scienze a base informazionale, strutturale o sistemica hanno cominciato a sviluppare un discorso su se stesse. Sono diventate punti di vista particolari sull'intero Paese d'Enciclopedia, in nome dell'interferenza e della mescolanza, del meticciamento disciplinare. Di qui l'esigenza di rivisitare il rapporto tra filosofia e scienza, senza più fare della prima l'autorità che dal suo tribunale giudica metodi e contenuti delle scienze, ne legittima le teorie o ne garantisce i fondamenti. Anche il compito di purificazione che Bachelard affidava alla filosofia, chiamata a una «psicoanalisi della conoscenza oggettiva» per eliminarne le incrostazioni psicologiche e metafisiche («ostacoli epistemologici» al progresso del sapere), rischiava di fare dell'epistemologia il vero ostacolo. Ma il venir meno del progetto epistemologico di ridurre la distanza o il vuoto di comunicazione tra filosofi e scienziati, non deve lasciarci in balia di un pensiero indebolito: obbliga invece a una pratica dell'erranza, ermetica e angelica, che abbia però di mira la globalità. In tal senso, rileva Polizzi, l'interrogazione di Serres rinnova una vocazione ontologica della filosofia, ben lontana dalle prospettive di derealizzazione, che in varie forme hanno rinnovato l'idealismo e i suoi progetti di cancellazione del mondo nel buco nero della soggettività: la rivisitazione della relazione fra uomo e natura che lo sviluppo stesso delle scienze promuove (si pensi alle teorie di Prigogine, a cui rimanda anche l'appendice di Giuseppe Gembillo su natura e storia nell'epistemologia francese del Novecento) impone di ritrovare la Terra come misura e soggetto di diritto, in nome di un «contratto naturale» che riconosca la fragilità del pianeta di fronte al crescere delle nostre potenzialità distruttive. E questo implica un'assunzione di responsabilità crescente, significa ridare dimensione etica all'interrogazione filosofica; riscoprire l'humus che ci rende umani, nell'incertezza dei nostri saperi e delle implicazioni globali delle pratiche odierne. La riflessione sul tempo delle meteore si traduce in una proposta di temperanza: è nei climi temperati che si instaura la miscela propizia, il tempo opportuno per l'accoglienza e la convivenza delle diverse forme della vita. Anche il sapere è chiamato a un'opera di mescolanza, all'educazione di «Terzi Istruiti» che sappiano saldare il rigore dell'analisi e la pietà verso la sofferenza, le tecniche di intervento locale e la cura dei tempi lunghi storico-naturali in cui si annodano le relazioni all'interno del collettivo umano e fra noi e il mondo.

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