[Un contratto secondo natura
Tra
Bachelard e Serres Un percorso novecentesco nell'ambito della filosofia
francese per indagare i primi passi dell'epistemologia e i motivi del suo
declino. Un saggio di Polizzi per Armando Siciliano
MARIO
PORRO
Nell'ambito
della filosofia francese, il termine epistemologia compare sul
finire dell'Ottocento, nel momento in cui le rapide trasformazioni dei saperi
scientifici chiamano la metafisica, spesso di orientamento spiritualista (è il
caso di Bergson), a promuovere una critique des sciences che metta in
discussione l'accesso esclusivo alla conoscenza che la scienza si arroga. Una
folta schiera di scienziati, e tra loro in primo luogo Henri Poincaré, sarà
così indotta non solo a difendere la capacità di conoscere i veri rapporti fra
le cose, ma anche a chiarire i propri metodi, rivendicando una dimensione
intuitiva, inventiva, che non riduce le scienze a mera descrizione né ad
arbitrio costruttivo. Tornare sui primi passi dell'epistemologia è un passaggio
obbligato anche per comprendere le ragioni del suo successivo declino, stretta
fra le indagini di tipo logico formale e le giustificazioni a posteriori delle
teorie emergenti. È su questo percorso novecentesco, nell'ambito della
filosofia francese, che Gaspare Polizzi si interroga nel suo Tra
Bachelard e Serres, proseguendo l'indagine intrapresa con Scienza ed
epistemologia in Francia (Loescher, 1979) e Forme di
sapere e ipotesi di traduzione (Franco Angeli, 1984). Già dal
primo Congrés International de Philosophie, tenuto a
Parigi nel 1900, l'adesione preconcetta a scuole, di tradizione positivistica o
idealistica, lascia il passo al rafforzamento di una riflessione epistemologica
in senso stretto, i cui problemi traggono origine dalle novità emergenti in
campo scientifico: si tratti dei fondamenti della matematica, di questioni di
ordine logico e psicologico o dei dibattiti suscitati della teoria
relativistica di Einstein. Anche gli aderenti allo spiritualismo, che pure
accusano la razionalità scientifica di ridurre il mondo ad oggetti solidi
misurabili, in vista dell'azione sul mondo (e ad essa contrappongono
l'intuizione che getta colpi di sonda nella profondità del reale), riconoscono
l'esigenza di riconnettere la filosofia alle scienze e alla vita. La nouvelle
philosophie, grazie soprattutto ai dibattiti promossi dalla «Revue de
Méthaphysique et de Morale», sorta nel
1893, contribuisce all'apertura di un nuovo spazio disciplinare,
l'epistemologia, in cui resta fecondo il confronto con le scienze. Ben diverso
sarà il caso italiano, come attesta il IV Congresso di Filosofia tenutosi a
Bologna nel 1911, teatro dello scontro tra la «filosofia scientifica» di
Federigo Enriques e il neoidealismo di Croce e Gentile, la cui vittoria segnerà
anche il declino dell'epistemologia nel nostro paese.
Uno dei temi principali nel confronto tra filosofia e
scienza in ambito francese (e filo rosso della ricostruzione che Polizzi ne
propone, unitamente alla nozione di complessità) è costituito dalla riflessione
sul concetto di tempo: categoria mal definita, scriveva Paul Valéry, in cui si
intrecciano il tempo-flusso eracliteo, il tempo entropico di Carnot e quello di
Einstein, che tanta ostilità susciterà in Bergson, desideroso di salvaguardare
il divenire qualitativamente differenziato, creativo, della nostra esperienza e
della vita rispetto all'inerzia e alla stabilità parmenidea dell'universo
relativistico. Proprio in una prospettiva antibergsoniana si muoveranno le
riflessioni di Bachelard sul tempo: il desiderio di difendere le esigenze
della scienza impone di rendere il tempo misurabile, di inseguirne la realtà
nell'istante in cui si condensa l'atto volontario, rompendo la continuità della
durata. È sul pensiero di Michel Serres che culmina il libro di Polizzi; pur
prendendo le distanze dall'impostazione spiritualistica di Bachelard e dai suoi
intenti moralizzatori, Serres ne prosegue l'istanza di lettura della trama del
mondo nella sua intrinseca complessità. Non nella prospettiva però di costruire
un «nuovo paradigma» della complessità, che definisca i caratteri del complesso
e ne rintracci i principi (ruolo del caso e del disordine, auto-organizzazione,
ecc.) come ha cercato di fare Morin. Il riconoscimento dell'abbandono della
separazione soggetto-oggetto e delle forme antiche di partizione disciplinare
si traduce in un lavoro ermetico, di attraversamento dei saperi, che promuova
un'epistemologia interna (riprendendo un'istanza che era già di Poincaré).
Dagli anni `60, allorché Serres formulava il suo programma di lavoro, fondato
sulla convinzione che fosse in atto una svolta epocale, il passaggio dal mondo
prometeico della produzione al mondo dell'informazione e dei messaggi, le
scienze a base informazionale, strutturale o sistemica hanno cominciato a
sviluppare un discorso su se stesse. Sono diventate punti di vista particolari
sull'intero Paese d'Enciclopedia, in nome dell'interferenza e della mescolanza,
del meticciamento disciplinare. Di qui
l'esigenza di rivisitare il rapporto tra filosofia e scienza, senza più fare
della prima l'autorità che dal suo tribunale giudica metodi e contenuti delle
scienze, ne legittima le teorie o ne garantisce i fondamenti. Anche il compito
di purificazione che Bachelard affidava alla filosofia, chiamata a una
«psicoanalisi della conoscenza oggettiva» per eliminarne le incrostazioni psicologiche
e metafisiche («ostacoli epistemologici» al progresso del sapere), rischiava di
fare dell'epistemologia il vero ostacolo. Ma il venir meno del progetto
epistemologico di ridurre la distanza o il vuoto di comunicazione tra filosofi
e scienziati, non deve lasciarci in balia di un pensiero indebolito: obbliga
invece a una pratica dell'erranza, ermetica e angelica, che abbia però di mira
la globalità. In tal senso, rileva Polizzi, l'interrogazione di Serres rinnova
una vocazione ontologica della filosofia, ben lontana dalle prospettive di
derealizzazione, che in varie forme hanno rinnovato l'idealismo e i suoi
progetti di cancellazione del mondo nel buco nero della soggettività: la
rivisitazione della relazione fra uomo e natura che lo sviluppo stesso delle
scienze promuove (si pensi alle teorie di Prigogine, a cui rimanda anche
l'appendice di Giuseppe Gembillo su natura e storia nell'epistemologia francese
del Novecento) impone di ritrovare la Terra come misura e soggetto di diritto,
in nome di un «contratto naturale» che riconosca la fragilità del pianeta di
fronte al crescere delle nostre potenzialità distruttive. E questo implica
un'assunzione di responsabilità crescente, significa ridare dimensione etica
all'interrogazione filosofica; riscoprire l'humus
che ci rende umani, nell'incertezza dei nostri saperi e delle implicazioni
globali delle pratiche odierne. La riflessione sul tempo delle meteore si
traduce in una proposta di temperanza: è nei climi temperati che si instaura la
miscela propizia, il tempo opportuno per l'accoglienza e la convivenza delle
diverse forme della vita. Anche il sapere è chiamato a un'opera di mescolanza,
all'educazione di «Terzi Istruiti» che sappiano saldare il rigore dell'analisi
e la pietà verso la sofferenza, le tecniche di intervento locale e la cura dei
tempi lunghi storico-naturali in cui si annodano le relazioni all'interno del
collettivo umano e fra noi e il mondo.
|