![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 11 FEBBRAIO 2004 |
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Paladino
della ragione
«Kant vedeva nella pace
l'ideale supremo»
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Di
Immanuel Kant si conoscono alcune sentenze proverbiali - «Due cose mi
riempiono l'animo di sempre nuovo, crescente stupore e timore reverenziale :
i cieli stellati sopra di me e la legge morale dentro di me», dice la più
famosa - e numerosi aneddoti sulla sua vita metodica, per cui egli non lasciò
mai la città dov'era nato nel 1724, Königsberg, e uscì sempre alla stessa ora
- le cinque del pomeriggio, sembra - per la sua passeggiata quotidiana, tanto
che i suoi concittadini erano soliti regolare i loro orologi sulla sua
apparizione per strada. Cosa che non poterono più fare dal 12 febbraio 1804 :
quel giorno il portone di casa Kant rimase chiuso. Il filosofo che aveva
cambiato il corso del pensiero contemporaneo era spirato.
Con lui non morirono, però, i risultati del suo lavoro intellettuale,
volto da una parte a chiarire quali fossero le condizioni che rendono
possibile l'esperienza umana, e dall'altra a definire le leggi universali che
presiedono a un comportamento moralmente giusto e a una pacifica convivenza
tra i popoli. Studi tanto gravidi di conseguenze, che ancora oggi non solo
gli specialisti di filosofia, ma anche chiunque voglia riflettere di etica,
di politica o di arte, non può prescinderne. Ne è convinto Emilio Garroni,
già professore di Estetica all'Università «La Sapienza» di Roma, profondo
conoscitore del filosofo di Königsberg e in particolare della sua estetica,
su cui ha scritto il saggio Estetica. Uno sguardo-attraverso.
Professor Garroni, a duecento anni dalla sua morte le parole di Kant
continuano ad essere citate da uomini politici e intellettuali di diversa
estrazione allo scopo di illuminare i risvolti più oscuri della società
contemporanea. Penso, ad esempio, al Progetto per una pace perpetua, da più
parti invocato per esorcizzare i venti di guerra che ultimamente hanno
spazzato il mondo. A cosa si deve tanta fortuna?
«È normale che le teorie di Kant sulla possibilità di garantire
all'umanità una condizione di pace perpetua tramite la costruzione di una
società cosmopolita abbiano forte eco in un momento in cui c'è chi, al
contrario, parla di guerra preventiva. Ma l'attualità del pensiero kantiano
non si limita a questo aspetto socio-politico. Anche sul piano della
filosofia critica esso continua a esercitare un'influenza enorme, tanto che
si può dire che dopo di lui non ci sia stato pensatore di qualche rilevanza
che non abbia fatto i conti con le sue idee fondamentali, non fosse che per
prenderne le distanze».
Quali sono le idee che Kant ha «lasciato da pensare» alla filosofia
contemporanea?
«Il maggiore contributo dato al pensiero contemporaneo concerne la sua
teoria della conoscenza. Egli ha avuto il merito di superare il tradizionale
dualismo tra razionalismo ed empirismo, soggettivismo e oggettivismo, per
dimostrare come non sia sostenibile né la tesi che afferma la possibilità di una
conoscenza assolutamente oggettiva della realtà - come se l'osservatore
potesse limitarsi a raccogliere i dati dell'esperienza senza doverli
elaborare e interpretare tramite le ''categorie'' dell'intelletto, - né
quella che riduce la realtà a mero prodotto dell'Io, a emanazione della
coscienza. Kant ha provato una volta per tutte come la conoscenza scaturisca
da un'interazione complessa tra soggetto e oggetto, tra i dati sensibili
dell'esperienza e la mente che ha il compito di interpretarli, di rendere determinato
l'indeterminato. A differenza degli animali, noi uomini non abbiamo sensi
talmente affinati da percepire con chiarezza i dati provenienti dalla realtà
esterna : quando un gatto percepisce un topo, non ha dubbi su quello che ha
visto, e lo insegue. Noi non percepiamo direttamente un topo, ma un oggetto
in movimento che solo dopo un'elaborazione percettiva e preintellettuale
siamo in grado di collocare sotto la classe ''topo''. E' su questo deficit
sensoriale, in fondo, che abbiamo costruito la nostra cultura: è
l'indeterminatezza delle nostre sensazioni ad averci spinto a elaborare le
leggi che governano l'esperienza, a edificare quella magnifica costruzione
teorica che chiamiamo scienza».
La relazione tra soggetto e oggetto è al centro dell'estetica kantiana, un
ambito della sua filosofia di cui lei è considerato uno dei massimi esperti
italiani. Qual è stato il contributo di Kant all'evoluzione di questa
disciplina?
«Kant ha dimostrato come l'estetica non sia una scienza o una filosofia
dell'arte, quale ancora oggi viene considerata, bensì una disciplina che
studia le condizioni grazie alle quali siamo in grado non solo di definire i
fenomeni che ci circondano come ''belli'' o ''brutti'', ma anche di
organizzarli nella nostra percezione, di ricondurli sotto determinate
categorie e di conferire loro un senso e un'unità tali da poter divenire
oggetto di conoscenza scientifica».
Kant ha scritto che tutti i problemi della filosofia si possono ricondurre
a tre domande fondamentali: cosa posso conoscere? Cosa devo fare? Cosa posso
sperare? Quale di questi tre interrogativi, secondo lei, è oggi il più
attuale?
«''Cosa posso sperare?''. Viviamo in un'epoca quanto mai oscura, colma di
minacce che incombono sul nostro futuro. Quella pace perpetua cui aspirava
Kant non è al primo posto nella scala di valori di coloro che hanno nelle
mani i destini del mondo, e sembra anzi che in questo nostro pianeta si
lavori soprattutto per infrangere quel sogno che Kant considerava l'ideale
supremo cui ogni popolo avrebbe dovuto tendere».
Kant è stato forse uno degli ultimi «maestri del pensiero», una di quelle
figure che si stagliano come oracoli, che vivono appartate per poi illuminare
il mondo con il loro sapere. Un compito che oggi nessuno si sognerebbe di
attribuire a un filosofo. Quale posto occupa la filosofia nella società
contemporanea?
«Oggi il filosofo è un emarginato. Nessuno si rivolge più a lui per
ottenere risposte alle infinite domande che l'esistenza pone. Di questo,
probabilmente, dobbiamo attribuire la colpa - o il merito - proprio a Kant:
dopo di lui, gli argomenti sui quali si potrebbe appuntare la riflessione
filosofica sembrano essersi esauriti. Tramontate le filosofie specialistiche
- di cui gli esami universitari di Filosofia del Diritto, Filosofia della
Religione eccetera, sono solo un retaggio, - la riflessione filosofica appare
sempre più arida, confinata in sé stessa, incapace di produrre alcunché di
nuovo. Ma forse questo non è un gran male: forse il compito della filosofia
non è tanto proporre contenuti positivi sempre nuovi, quanto comprendere - e
ricomprendere - quello che è già stato capito, e soprattutto correggere gli
errori che filosofi e non filosofi commettono nell'esercizio del pensiero. Da
questo punto di vista, la voce del filosofo potrebbe non essere poi così
inutile come sembra, perché potrebbe attirare l'attenzione di tutti
sull'esigenza di pensare».
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