RASSEGNA STAMPA

10 FEBBRAIO 2004
EDOARDO CAMURRI
[L’AMARCORD DI SELLERIO PROVOCA FEBBRI E DIFFUSO MAL DI TESTA
Allucinazioni da polli? No, da filosofi francesi
Rileggere Foucault e Derrida 25 anni dopo. Epicuro li avrebbe sprezzantemente definiti Dionysiokolakes

Uno dice i polli cinesi, ma i filosofi francesi faranno meglio? Come i polli, anche i maîtres à penser parigini provocano le stesse febbri insidiose. I sintomi sono analoghi a quelli di certe malattie tropicali: allucinazioni, diffuso mal di testa, schiuma alla bocca e ballo di San Vito. Direte voi, chissenefrega. Ma fate attenzione a quello che vi raccontiamo. Sellerio ha deciso di ripubblicare oggi, dopo venticinque anni, un libro del 1979: Politiche della filosofia (con scritti, scelti e commentati da Dominique Grisoni, di Derrida, Foucault, Lyotard, Serres, Châtelet). Tutto il volume riguarda (o meglio, riguarderebbe) il rapporto tra filosofia e politica, tra sapere e potere. Ora, si capisce immediatamente che questo argomento è uno di quelli forti, uno di quelli che stanno alla base di tutta la storia della filosofia. In genere, si parte da Socrate, si arriva a Platone, si discute dell'Imperatore Giuliano, si fa una capatina verso la filosofia islamica di Al Farabi, ci si sofferma su Hobbes, si medita Machiavelli, si cita Hegel (senza capirlo), si giunge più in fretta possibile a Marx (che, miracolosamente, moltissimi capiscono anche senza leggerlo) e si biasima Heidegger. Questo, grossomodo, il tragitto istituzionale. Solo pochi avventurieri dello spirito si spingono oltre, e cioè dove hic sunt leones. Il libro ripubblicato da Sellerio ha questa specificità zoologica e geografica: Derrida, Foucault, Lyotard e Serres sarebbero i leoni e noi lettori gli esploratori che s'inoltrano nella foresta tropicale del loro pensiero (ecco l'origine della febbre). Un po' come certi bestiari medievali (che descrivevano mostri pazzeschi immaginati nei luoghi più lontani e inesplorati del mondo), ecco il resoconto di questo bestiario della filosofia francese degli anni Settanta.
Bisogna dire che la filosofia parigina del dopo Sartre, più che un luogo, prende a modello, assolutizzandola, un'epoca specifica della storia recente: il Maggio del '68. Scrive Grisoni: «con il Maggio dunque, anche la filosofia avrà subito alcune scosse. La più violenta, e molto probabilmente la più decisiva, sarà quella che avrà spezzato l'onnipotenza del Logos…Gesto esemplare che assumerà una dimensione cacofonica, in cui i discorsi si scontrano, in cui la parola diventa immagine, metafora, atteggiamento, sogno, slogan, rumore, colore … qualsiasi cosa. Maggio, il linguaggio si reinventava…senza porsi problemi di comprensione, senza grammatica o sintassi, senza codici e senza valori».
E allora anything goes. Come certi giochi di parole di Derrida, impegnato in questo libro a discutere il ruolo della filosofia nell'insegnamento universitario pubblico (non abbiamo capito bene, ma Derrida dovrebbe aver decostruito la nozione di «corpo insegnante»): «questo lavoro, dunque, affrontava la subordinazione ontologica o trascendentale del corpo significante rispetto all'idealità del significato trascendentale e la logica del segno, l'autorità trascendentale del significato così come del significante, quindi ciò che costituisce l'essenza stessa del filosofico». Michel Foucault, che almeno scrive chiaramente, si diletta invece con le teorie del complotto (ora, sia chiaro, non vogliamo contestare, né potremmo, l'autorità e la serietà delle sue ricerche filosofiche, ma a leggerle così come si presentano, con uno sguardo ingenuo del tipo «il re è nudo!», non si può non notarne la paranoia diffusa). Per Foucault, infatti, i romanzi polizieschi del XIX secolo e la moda della cronaca nera sui giornali avevano la funzione di proteggere la ricchezza della classe borghese dominante istruendo moralmente il popolo del carattere raccapricciante dei criminali che, a loro volta, venivano sfruttati dal sistema carcerario per trasformali in informatori della polizia e in braccio armato del potere.
In questi filosofi francesi degli anni Settanta, oltre al maggio, era eminentemente presente anche lo spettro di Marx, tanto che, per rendersene conto, vale la pena riportare, ancora una volta, un'osservazione un po' ridicola di Foucault: «cito Marx senza dirlo, senza mettere le virgolette…forse che un fisico quando tratta la fisica ha bisogno di citare Newton o Einstein?...Oggi è impossibile fare storia senza usare tutta una sequela di concetti legati direttamente o indirettamente al pensiero di Marx e senza porsi in un orizzonte descritto e definito da Marx. Al limite ci si potrebbe chiedere che differenza c'è tra essere storici ed essere marxisti».
Il libro ripubblicato da Sellerio ha quindi un valore in sé (a prescindere dai contenuti): se infatti gli scritti raccolti partono dal presupposto del maggio francese e di Marx, allora è possibile capire quella che Leo Strauss definiva la malattia principale della filosofia contemporanea: l'asservimento del pensiero alla storia, la trasformazione della filosofia in ideologia. Sono le vicende, diverse politicamente, ma analoghe teoreticamente, che hanno riguardato il tentativo di Heidegger di rendere conto del nazismo come nuova rivelazione dell'Essere o la seduzione che Hegel ha cercato di esercitare su Napoleone (da lui definito addirittura, dopo la battaglia di Jena, «anima del mondo»). Ai maîtres à penser parigini viene quindi naturale applicare quello che una volta Nietzsche scrisse di tutta la filosofia: «Non conosco nulla di più velenoso dello scherzo di Epicuro ai danni di Platone e dei Platonici: li chiamò Dionysiokolakes. Questa parola, secondo il suo contesto letterale e il suo senso preminente, significa “adulatori di Dionisio”, dunque satelliti dei tiranni e loro bassi piaggiatori: ma soprattutto vuol anche dire “sono tutti commedianti, non v'è niente di autentico” (Dionysoskolax era una designazione popolare del commediante)».
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