[L’AMARCORD
DI SELLERIO PROVOCA FEBBRI E DIFFUSO MAL DI TESTA
Allucinazioni
da polli? No, da filosofi francesi
Rileggere Foucault
e Derrida 25 anni dopo. Epicuro li avrebbe sprezzantemente definiti
Dionysiokolakes
Uno dice i polli
cinesi, ma i filosofi francesi faranno meglio? Come i polli, anche i maîtres à
penser parigini provocano le stesse febbri insidiose. I sintomi sono analoghi a
quelli di certe malattie tropicali: allucinazioni, diffuso mal di testa,
schiuma alla bocca e ballo di San Vito. Direte voi, chissenefrega. Ma fate
attenzione a quello che vi raccontiamo. Sellerio ha deciso di ripubblicare
oggi, dopo venticinque anni, un libro del 1979: Politiche della filosofia (con
scritti, scelti e commentati da Dominique Grisoni, di Derrida, Foucault,
Lyotard, Serres, Châtelet). Tutto il volume riguarda (o meglio, riguarderebbe)
il rapporto tra filosofia e politica, tra sapere e potere. Ora, si capisce
immediatamente che questo argomento è uno di quelli forti, uno di quelli che
stanno alla base di tutta la storia della filosofia. In genere, si parte da
Socrate, si arriva a Platone, si discute dell'Imperatore Giuliano, si fa una
capatina verso la filosofia islamica di Al Farabi, ci si sofferma su Hobbes, si
medita Machiavelli, si cita Hegel (senza capirlo), si giunge più in fretta
possibile a Marx (che, miracolosamente, moltissimi capiscono anche senza
leggerlo) e si biasima Heidegger. Questo, grossomodo, il tragitto
istituzionale. Solo pochi avventurieri dello spirito si spingono oltre, e cioè
dove hic sunt leones. Il libro ripubblicato da Sellerio ha questa specificità
zoologica e geografica: Derrida, Foucault, Lyotard e Serres sarebbero i leoni e
noi lettori gli esploratori che s'inoltrano nella foresta tropicale del loro
pensiero (ecco l'origine della febbre). Un po' come certi bestiari medievali
(che descrivevano mostri pazzeschi immaginati nei luoghi più lontani e
inesplorati del mondo), ecco il resoconto di questo bestiario della filosofia
francese degli anni Settanta.
Bisogna dire che la filosofia parigina del dopo Sartre, più che un luogo,
prende a modello, assolutizzandola, un'epoca specifica della storia recente: il
Maggio del '68. Scrive Grisoni: «con il Maggio dunque, anche la filosofia avrà
subito alcune scosse. La più violenta, e molto probabilmente la più decisiva,
sarà quella che avrà spezzato l'onnipotenza del Logos…Gesto esemplare che
assumerà una dimensione cacofonica, in cui i discorsi si scontrano, in cui la
parola diventa immagine, metafora, atteggiamento, sogno, slogan, rumore, colore
… qualsiasi cosa. Maggio, il linguaggio si reinventava…senza porsi problemi di
comprensione, senza grammatica o sintassi, senza codici e senza valori». E allora anything goes. Come certi giochi di parole di Derrida, impegnato in questo
libro a discutere il ruolo della filosofia nell'insegnamento universitario
pubblico (non abbiamo capito bene, ma Derrida dovrebbe aver decostruito la
nozione di «corpo insegnante»): «questo lavoro, dunque, affrontava la
subordinazione ontologica o trascendentale del corpo significante rispetto
all'idealità del significato trascendentale e la logica del segno, l'autorità
trascendentale del significato così come del significante, quindi ciò che
costituisce l'essenza stessa del filosofico». Michel Foucault, che almeno
scrive chiaramente, si diletta invece con le teorie del complotto (ora, sia
chiaro, non vogliamo contestare, né potremmo, l'autorità e la serietà delle sue
ricerche filosofiche, ma a leggerle così come si presentano, con uno sguardo
ingenuo del tipo «il re è nudo!», non si può non notarne la paranoia diffusa).
Per Foucault, infatti, i romanzi polizieschi del XIX secolo e la moda della
cronaca nera sui giornali avevano la funzione di proteggere la ricchezza della
classe borghese dominante istruendo moralmente il popolo del carattere
raccapricciante dei criminali che, a loro volta, venivano sfruttati dal sistema
carcerario per trasformali in informatori della polizia e in braccio armato del
potere.
In questi filosofi francesi degli anni Settanta, oltre al maggio, era
eminentemente presente anche lo spettro di Marx, tanto che, per rendersene
conto, vale la pena riportare, ancora una volta, un'osservazione un po'
ridicola di Foucault: «cito Marx senza dirlo, senza mettere le virgolette…forse
che un fisico quando tratta la fisica ha bisogno di citare Newton o
Einstein?...Oggi è impossibile fare storia senza usare tutta una sequela di concetti
legati direttamente o indirettamente al pensiero di Marx e senza porsi in un
orizzonte descritto e definito da Marx. Al limite ci si potrebbe chiedere che
differenza c'è tra essere storici ed essere marxisti».
Il libro ripubblicato da Sellerio ha quindi un valore in sé (a prescindere dai
contenuti): se infatti gli scritti raccolti partono dal presupposto del maggio
francese e di Marx, allora è possibile capire quella che Leo Strauss definiva
la malattia principale della filosofia contemporanea: l'asservimento del
pensiero alla storia, la trasformazione della filosofia in ideologia. Sono le
vicende, diverse politicamente, ma analoghe teoreticamente, che hanno
riguardato il tentativo di Heidegger di rendere conto del nazismo come nuova
rivelazione dell'Essere o la seduzione che Hegel ha cercato di esercitare su
Napoleone (da lui definito addirittura, dopo la battaglia di Jena, «anima del
mondo»). Ai maîtres à penser parigini viene quindi naturale applicare quello
che una volta Nietzsche scrisse di tutta la filosofia: «Non conosco nulla di
più velenoso dello scherzo di Epicuro ai danni di Platone e dei Platonici: li
chiamò Dionysiokolakes. Questa parola, secondo il suo contesto letterale e il
suo senso preminente, significa “adulatori di Dionisio”, dunque satelliti dei
tiranni e loro bassi piaggiatori: ma soprattutto vuol anche dire “sono tutti
commedianti, non v'è niente di autentico” (Dionysoskolax era una designazione
popolare del commediante)». |