![]() RASSEGNA STAMPA | ![]() 25 GENNAIO 2004 |
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Ricordate
l'episodio in cui Diogene il cinico, incontrando Alessandro Magno, gli disse con
la massima naturalezza: «spostati dal sole, mi fai ombra»? Come racconta Dione
Crisostomo, Alessandro non si era recato da Diogene animato da un senso di
superiorità. Semmai di invidia per la sua reputazione di uomo che, non avendo
ambizioni di sorta, tantomeno quella di conquistare il mondo, non era costretto
a fare nulla che egli non volesse. «Alessandro fu allo stesso tempo
positivamente colpito dalla sfacciataggine dell'uomo e dalla compostezza con
cui non si mostrava intimidito dalla
sua presenza. Infatti, - commenta Dione Crisostomo - è in qualche misura
naturale che i coraggiosi amino i coraggiosi, mentre i vigliacchi guardano a
essi con timore e li temono come nemici, e al contrario danno il benvenuto ai
vili e li apprezzano. E così per i primi le cose più gradevoli del mondo sono
la verità e la franchezza, per i secondi l'adulazione e l'inganno». Quel tipo
di verità e franchezza avevano in greco un nome ben preciso, parresia, una
virtù che poteva esplicarsi in condizioni particolari, coltivata da coloro che
avevano scelto la filosofia come "stile di vita", cioè come un
insieme complesso di relazioni sociali e di altre virtù correlate. Essenziale
per la parresìa è, ad esempio, che la verità venga detta ai potenti a partire
da una situazione di svantaggio. Comporta dunque una forte dose di rischio,
come quello che corse appunto Diogene, che durante il suo famoso colloquio
irritò Alessandro ferendone l'orgoglio al punto da fargli impugnare più volte
la spada, salvo poi ritrovare nuove possibilità di riappacificazione e quindi
ripartire con ulteriori provocazioni.
Sulle
orme dell'ultimo Foucault, ma affrontando una gamma più ampia di temi, Andrea
Tagliapietre — già autore di una Filosofia della bugia (Bruno Mondandoli) —
ricostruisce una storia della verità tutta fatta di implicazioni morali, dove
protagonista non è tanto la capacità di discernere il vero dal falso quanto il
filo che unisce concetti come veracità, veridicità, sincerità, autenticità.
Un
momento cruciale di questo ricchissimo excursus è forse quello in cui si mostra
come la parresìa da virtù politica si trasformi, proprio entro le scuole
filosofiche antiche, in virtù interiorinata, dapprima condivisa da una
ristretta cerchia di sapienti per poi diventare «autocoscienza solitaria», «autodiagnosi»,
«messa alla prova di sé». È per questa via che si giunge ai distinguo, alle
ambiguità e ai paradossi tutti moderni di una virtù che diventa crudele in
forme sempre più sofisticate e diverse, quando non è accompagnata dall'amore di
sé o del prossimo. Un percorso che si alimenta non solo dei discorsi dei
filosofi moderni (Montaigne, Cartesio, Spinoza, Montesquieu, Rousseau, Kant,
Hegel) ma anche delle opere letterarie di Shakespeare, Laclos, Molière,
Baudelaire, Ibsen, Conrad, Pirandello, passando per il Werther di Goethe, le
illuminanti considerazioni (mutuate da Todorov) sull'Adolphe di Bejnamin
Constant e sull'amore secondo Stendhal. L'ultimo capitolo è uno sguardo sul
Novecento filosofico, dall'«esserci» di Heidegger alle aspre critiche che
Adorno rivolse al suo «gergo dell'autenticità», dalla «morale autentica» di
Sartre alla «sincerità come evidenza imponderabile» di Wittgenstein.
La
centralità del soggetto, la "creazione" della propria autenticità e
di un proprio universo di valori — come ha mostrato Isaiah Berlin, mettendone
in luce il carattere antiilluministico — hanno la loro origine nella
rivoluzione romantica, che si è nutrita di una spiccata sensibilità per i
paradossi e le sottigliezze dell'io e delle sue motivazioni. Ma, scriveva Kant,
«non è possibile all'uomo di scrutare così profondamente nel proprio cuore da
poter mai essere completamente sicuro, anche in una sola azione, della purezza
del proposito e della sincerità della sua intenzione morale, per quanto egli
non abbia alcun dubbio sulla legalità di questa azione». Una considerazione che
non dispiace ai romantici (l'Adolphe di Constant ne visse tutte le
implicazioni) ma che insieme è assai utile per impedire che il nostro naturale
desiderio di autenticità finisca per dilagare in territori che non le sono
propri.