RASSEGNA STAMPA

10 GENNAIO 2004
GIACOMO MARRAMAO
[Nella maschera del potere
Un protagonista del dibattito italiano e internazionale, un prim'attore della filosofia politica del Novecento. Il «pathos del disincanto» di Bobbio alle prese con la radice che lega volontà di potenza e servitù volontaria e rende tragica la scelta della libertà
 
Con Norberto Bobbio scompare un grande maestro e uno degli intellettuali più intensamente presenti non solo nella vicenda politica e culturale italiana - fin dagli anni della polemica famosa con Togliatti, e ancor più a partire dal `75, quando fu protagonista su Mondoperaio di un cruciale dibattito sul rapporto fra marxismo e teoria dello Stato -, ma anche sulla scena internazionale: dove la recezione della sua opera è seconda soltanto alla fortuna postuma di Gramsci. Ma, andando alla sostanza del suo lascito intellettuale, non credo sia illeggittimo affermare che egli è stato con Hannah Arendt, Leo Strauss e John Rawls, uno dei quattro filosofi che nel `900 hanno illuminato il campo della teoria politica: condividendolo con grandi sociologi come Max Weber, grandi scienziati delle relazioni internazionali come Raymond Aron, grandi giuristi come Kelsen e Schmitt. L'impronta che Bobbio ha impresso alla teoria generale della politica è oggi ricostruibile attraverso l'omonimo volume magistralmente curato e introdotto da Michelangelo Bovero, che restituisce l'architettura complessiva del suo pensiero ripercorrendone tutti i capitoli principali: diritti, democrazia, guerra, realismo politico, comunismo. Questa impronta ha il suo tratto inconfondibile nel campo di tensione fra l'ottica realistica e l'ottica normativista. La riflessione di Bobbio, in tutte le sue fasi, è attraversata da una sorta di pathos del disincanto: vero e proprio ossimoro costitutivo del suo pensiero, e, insieme, lente ermeneutica preziosa per raccogliere l'eredità del Novecento.

In Bobbio passione del presente e disincanto anti-utopico si scontrano e insieme si richiamano vicendevolmente. Ed è proprio questa passione del disincanto a segnare la distanza della sua opera dall'attuale mainstream della filosofia politica normativa. Laddove quest'ultima ci invita a fermarci alle questioni penultime, in Bobbio abbiamo invece una ostinata ricerca di formule ultime e ultimative, soprattutto sulla questione del potere (e, nello scorcio più recente della sua riflessione, addirittura sul problema teologico-politico del male). La filosofia politica normativa, Rawls compreso, tende a espungere il potere dal proprio orizzonte, giocandolo solo sull'asse della trasparenza o della distribuzione più o meno equa di chance e risorse, ma senza mai affrontare il problema del suo fondamento. La domanda circa la radice del potere rappresenta invece per Bobbio un problema decisivo: a partire dalla consapevolezza di quanto grande sia l'impatto del potere sulla dimensione complessiva della vita. E non è certo per caso, del resto, che Bobbio scopre a un certo punto del suo percorso due autori come Michel Foucault, che pure non aveva apprezzato in precedenza, e Elias Canetti.

Schematizzando all'estremo, è possibile raccogliere il lascito intellettuale bobbiano attorno a tre traiettorie. Al tema del potere conduce il primo dei tre assi centrali della sua ricerca: l'asse che da Hobbes porta non già a Schmitt ma a Kelsen. Per Bobbio, infatti, è Kelsen l'esito della vicenda moderna della sovranità, dello Stato, del positivismo giuridico. Ma un Kelsen interpretato appunto come il giurista capace di giungere al limite estremo del diritto e di affacciarsi sull'abisso della questione ultima del potere. Il secondo asse è quello che va da Kant a Weber, e che consente a Bobbio di «purificare» la nomenclatura concettuale relativa al rapporto fra etica e politica. Per Bobbio la dinamica storica è condizionata dai comportamenti; l'analisi dei moventi, a un tempo materiali e culturali, strategici e normativi dell'agire sociale, rappresenta dunque un punto di passaggio obbligato per concettualizzare la storia. Il terzo asse, infine, è quello che rimanda ai grandi classici - Platone, Aristotele e Polibio, ma anche Machiavelli, Hobbes e Weber - e al grande tema della tipologia delle forme di governo. Dietro questi tre assi è operante un atteggiamento di fondo di Bobbio, il più istruttivo per quanto mi riguarda: l'invito provocatorio da lui rivolto alla sinistra di passare da una antropologia ottimista e edificante a una antropologia pessimista. O meglio: da una antropologia edificante a una antropologia severa e tragica, che, se per un verso ha un sapore schiettamente hobbesiano, per l'altro rinvia, già a partire dalla radice esistenzialista della sua prima riflessione, alle idee radicali di limite e di contingenza. «Voi vedete soli dell'avvenire laddove io scorgo al massimo qualche bagliore: che potrebbe anche essere d'incendio», ebbe a dire una volta in un dibattito con alcuni filosofi di sinistra. In altre parole, il destino della sinistra - e quello della democrazia, la scommessa di Bobbio essendo quella di una sinistra identificata con la vocazione democratica - è affidata unicamente alla disincantata consapevolezza della radicale contingenza della propria prassi.

Ma è bene adesso ritornare alla questione del potere. Il potere invisibile è, com'è noto, uno dei motivi conduttori della riflessione di Bobbio. E' utile riportare a questo proposito una sua citazione da Massa e potere di Elias Canetti: «Il segreto sta nel nucleo più interno del potere. Il potente che si serve del proprio segreto lo conosce con esattezza, e sa bene apprezzarne l'importanza nelle varie circostanze. Egli sa a che cosa mira se vuole ottenere qualcosa, e sa anche quale dei suoi collaboratori impiegare nell'agguato. Egli ha molti segreti, poiché vuole molto, e li combina in un sistema entro il quale si preservano a vicenda. Un segreto confida a questo un altro a quello, e fa in modo che i singoli depositari di segreti non possano unirsi fra loro. Chiunque sappia qualcosa viene controllato da un altro, il quale però ignora quale sia in realtà il segreto del sorvegliato». E' qui depositato un elemento cruciale per comprendere la dimensione ultima del potere: il grande tema hobbesiano del nascondimento, della teatralità, del gioco di maschere del potere si ripresenta nella contemporaneità in forme solo apparentemente caricaturali, come una delle costanti e delle regolarità con cui la politica, secondo Bobbio, ha sempre a che fare (e in questa sua convinzione che non si diano mai discontinuità tali da alterare il cerchio inesorabile della ripetizione delle forme di governo e di dominazione, va colto un altro motivo di tensione con la filosofia della storia della sinistra).

Se però il segreto è un lato importante della maschera ultimativa del potere, l'altro e complementare lato sta nella figura del servo contento. La «servitù volontaria», secondo la celebre espressione di La Boétie, è il lato complementare del potere che si ritrae. In altri termini, l'altra faccia del potere è la rinuncia volontaria alla libertà. Il paradosso del potere sta nel fatto che il potere e la libertà sono cooriginari; la radice della libertà, nella sua essenza, è la stessa radice del potere. Ed è proprio ciò che rende tragica, e tutt'altro che naturale e spontanea, la scelta a favore della libertà. Negli esseri umani la pulsione alla rinuncia, all'impotenza è altrettanto radicata della volontà di potenza. La compresenza di perfidia e credulità costituisce il registro doppio del potere: perfidia e pulsione di potenza in chi domina, credulità e rinuncia spontanea alla propria libertà in chi è dominato.

Il potere nasce dunque dal bisogno di sentirsi esonerati dal terribile peso della scelta: dalla incapacità degli individui di prendere in mano il proprio destino. E anche l'assunzione radicale della forma, delle procedure e delle regole, per lui insopprimibili pena la perdita della democrazia, non impedisce a Bobbio di vedere, con Kelsen, che qualora noi ci spingessimo a guardare oltre lo schermo della norma non vi troveremmo le edificanti verità del diritto naturale, ma ci troveremmo piuttosto di fronte al volto di Gorgone del potere: a quell'arcanum del potere che attraverso la funzione civilizzatrice del diritto e degli ordinamenti normativi - che egli considerava, con Weber, al pari di tutte le forme culturali, come una «sezione finita dentro l'infinità priva di senso del mondo» - possiamo solo tentare di limitare, contenere, addomesticare. Sono convinto che sia questo il messaggio forte che Bobbio invia alla filosofia e alla politica futuro. Un messaggio che abbiamo imparato ad ascoltare già molti anni fa rivedendo una serie di false credenze e cercando di riportare il nostro impegno civile a quella che il suo insegnamento ha sempre indicato come la dimensione etica per eccellenza: la dimensione, seriamente tragica, della libertà e della scelta.

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