[Nella maschera del potere
Un protagonista del
dibattito italiano e internazionale, un prim'attore della filosofia politica
del Novecento. Il «pathos del disincanto» di Bobbio alle prese con la radice
che lega volontà di potenza e servitù volontaria e rende tragica la scelta
della libertà
Con Norberto Bobbio
scompare un grande maestro e uno degli intellettuali più intensamente presenti
non solo nella vicenda politica e culturale italiana - fin dagli anni della
polemica famosa con Togliatti, e ancor più a partire dal `75, quando fu
protagonista su Mondoperaio di un cruciale dibattito sul rapporto fra marxismo
e teoria dello Stato -, ma anche sulla scena internazionale: dove la recezione
della sua opera è seconda soltanto alla fortuna postuma di Gramsci. Ma, andando
alla sostanza del suo lascito intellettuale, non credo sia illeggittimo
affermare che egli è stato con Hannah Arendt, Leo Strauss e John Rawls, uno dei
quattro filosofi che nel `900 hanno illuminato il campo della teoria politica:
condividendolo con grandi sociologi come Max Weber, grandi scienziati delle
relazioni internazionali come Raymond Aron, grandi giuristi come Kelsen e
Schmitt. L'impronta che Bobbio ha impresso alla teoria generale della politica
è oggi ricostruibile attraverso l'omonimo volume magistralmente curato e
introdotto da Michelangelo Bovero, che restituisce l'architettura complessiva
del suo pensiero ripercorrendone tutti i capitoli principali: diritti,
democrazia, guerra, realismo politico, comunismo. Questa impronta ha il suo
tratto inconfondibile nel campo di tensione fra l'ottica realistica e l'ottica
normativista. La riflessione di Bobbio, in tutte le sue fasi, è attraversata da
una sorta di pathos
del disincanto: vero e proprio ossimoro costitutivo del suo pensiero, e, insieme,
lente ermeneutica preziosa per raccogliere l'eredità del Novecento.
In Bobbio passione del presente e disincanto anti-utopico si
scontrano e insieme si richiamano vicendevolmente. Ed è proprio questa passione
del disincanto a segnare la distanza della sua opera dall'attuale mainstream della filosofia politica normativa. Laddove
quest'ultima ci invita a fermarci alle questioni penultime, in Bobbio abbiamo
invece una ostinata ricerca di formule ultime e ultimative, soprattutto sulla
questione del potere (e, nello scorcio più recente della sua riflessione,
addirittura sul problema teologico-politico del male). La filosofia politica
normativa, Rawls compreso, tende a espungere il potere dal proprio orizzonte,
giocandolo solo sull'asse della trasparenza o della distribuzione più o meno
equa di chance e risorse, ma senza mai affrontare il problema del suo
fondamento. La domanda circa la radice del potere rappresenta invece per Bobbio
un problema decisivo: a partire dalla consapevolezza di quanto grande sia
l'impatto del potere sulla dimensione complessiva della vita. E non è certo per
caso, del resto, che Bobbio scopre a un certo punto del suo percorso due autori
come Michel Foucault, che pure non aveva apprezzato in precedenza, e Elias
Canetti.
Schematizzando all'estremo, è possibile raccogliere il
lascito intellettuale bobbiano attorno a tre traiettorie. Al tema del potere
conduce il primo dei tre assi centrali della sua ricerca: l'asse che da Hobbes
porta non già a Schmitt ma a Kelsen. Per Bobbio, infatti, è Kelsen l'esito
della vicenda moderna della sovranità, dello Stato, del positivismo giuridico.
Ma un Kelsen interpretato appunto come il giurista capace di giungere al limite
estremo del diritto e di affacciarsi sull'abisso della questione ultima del
potere. Il secondo asse è quello che va da Kant a Weber, e che consente a
Bobbio di «purificare» la nomenclatura concettuale relativa al rapporto fra
etica e politica. Per Bobbio la dinamica storica è condizionata dai
comportamenti; l'analisi dei moventi, a un tempo materiali e culturali,
strategici e normativi dell'agire sociale, rappresenta dunque un punto di
passaggio obbligato per concettualizzare la storia. Il terzo asse, infine, è
quello che rimanda ai grandi classici - Platone, Aristotele e Polibio, ma anche
Machiavelli, Hobbes e Weber - e al grande tema della tipologia delle forme di
governo. Dietro questi tre assi è operante un atteggiamento di fondo di Bobbio,
il più istruttivo per quanto mi riguarda: l'invito provocatorio da lui rivolto alla
sinistra di passare da una antropologia ottimista e edificante a una
antropologia pessimista. O meglio: da una antropologia edificante a una
antropologia severa e tragica, che, se per un verso ha un sapore schiettamente
hobbesiano, per l'altro rinvia, già a partire dalla radice esistenzialista
della sua prima riflessione, alle idee radicali di limite e di contingenza.
«Voi vedete soli dell'avvenire laddove io scorgo al massimo qualche bagliore:
che potrebbe anche essere d'incendio», ebbe a dire una volta in un dibattito
con alcuni filosofi di sinistra. In altre parole, il destino della sinistra - e
quello della democrazia, la scommessa di Bobbio essendo quella di una sinistra
identificata con la vocazione democratica - è affidata unicamente alla disincantata
consapevolezza della radicale contingenza della propria prassi.
Ma è bene adesso ritornare alla questione del potere. Il
potere invisibile è, com'è noto, uno dei motivi conduttori della riflessione di
Bobbio. E' utile riportare a questo proposito una sua citazione da Massa e potere di Elias Canetti: «Il segreto sta nel nucleo
più interno del potere. Il potente che si serve del proprio segreto lo conosce
con esattezza, e sa bene apprezzarne l'importanza nelle varie circostanze. Egli
sa a che cosa mira se vuole ottenere qualcosa, e sa anche quale dei suoi
collaboratori impiegare nell'agguato. Egli ha molti segreti, poiché vuole
molto, e li combina in un sistema entro il quale si preservano a vicenda. Un
segreto confida a questo un altro a quello, e fa in modo che i singoli
depositari di segreti non possano unirsi fra loro. Chiunque sappia qualcosa
viene controllato da un altro, il quale però ignora quale sia in realtà il
segreto del sorvegliato». E' qui depositato un elemento cruciale per
comprendere la dimensione ultima del potere: il grande tema hobbesiano del
nascondimento, della teatralità, del gioco di maschere del potere si ripresenta
nella contemporaneità in forme solo apparentemente caricaturali, come una delle
costanti e delle regolarità con cui la politica, secondo Bobbio, ha sempre a
che fare (e in questa sua convinzione che non si diano mai discontinuità tali
da alterare il cerchio inesorabile della ripetizione delle forme di governo e
di dominazione, va colto un altro motivo di tensione con la filosofia della
storia della sinistra).
Se però il segreto è un lato importante della maschera
ultimativa del potere, l'altro e complementare lato sta nella figura del servo
contento. La «servitù volontaria», secondo la celebre espressione di La Boétie,
è il lato complementare del potere che si ritrae. In altri termini, l'altra
faccia del potere è la rinuncia volontaria alla libertà. Il paradosso del
potere sta nel fatto che il potere e la libertà sono cooriginari; la radice
della libertà, nella sua essenza, è la stessa radice del potere. Ed è proprio
ciò che rende tragica, e tutt'altro che naturale e spontanea, la scelta a
favore della libertà. Negli esseri umani la pulsione alla rinuncia,
all'impotenza è altrettanto radicata della volontà di potenza. La compresenza
di perfidia e credulità costituisce il registro doppio del potere: perfidia e
pulsione di potenza in chi domina, credulità e rinuncia spontanea alla propria
libertà in chi è dominato.
Il potere nasce dunque dal bisogno di sentirsi esonerati dal
terribile peso della scelta: dalla incapacità degli individui di prendere in
mano il proprio destino. E anche l'assunzione radicale della forma, delle
procedure e delle regole, per lui insopprimibili pena la perdita della
democrazia, non impedisce a Bobbio di vedere, con Kelsen, che qualora noi ci
spingessimo a guardare oltre lo schermo della norma non vi troveremmo le
edificanti verità del diritto naturale, ma ci troveremmo piuttosto di fronte al
volto di Gorgone del potere: a quell'arcanum del
potere che attraverso la funzione civilizzatrice del diritto e degli
ordinamenti normativi - che egli considerava, con Weber, al pari di tutte le
forme culturali, come una «sezione finita dentro l'infinità priva di senso del
mondo» - possiamo solo tentare di limitare, contenere, addomesticare. Sono
convinto che sia questo il messaggio forte che Bobbio invia alla filosofia e
alla politica futuro. Un messaggio che abbiamo imparato ad ascoltare già molti
anni fa rivedendo una serie di false credenze e cercando di riportare il nostro
impegno civile a quella che il suo insegnamento ha sempre indicato come la
dimensione etica per eccellenza: la dimensione, seriamente tragica, della
libertà e della scelta.
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