[Cognitivisti sull'orlo di una crisi di nervi
Una risposta all'articolo
di Francesco Ferretti, uscito ieri su queste pagine, che indicava nuovi
orizzonti di ricerca nelle scienze cognitive. La revisione in corso è destinata
a spingersi fino a riconoscere la dimensione pubblica della mente? Per ora non
si direbbe
Nel suo articolo uscito
ieri su queste pagine con il titolo «E se lasciassimo a casa il cervello?»
Francesco Ferretti ha illustrato in modo chiaro e avvincente gli sviluppi
recenti delle scienze cognitive, che mettono oggi in primo piano le complesse
interazioni fra la mente, il corpo e l'ambiente esterno, fino ad approdare, in
autori come Clark o Dennett, a una concezione dell'uomo come natural-born cyborg, esatta antitesi di quell'idea
di una mente solipsistica e disincarnata che sembrava guidare il programma
cognitivista dei decenni scorsi. Di questo programma sono caduti ormai i
capisaldi più popolari - a cominciare dall'ipotetica analogia tra la mente e
una macchina di Turing, fino all'assunto che sia possibile studiare con
profitto i processi mentali prescindendo dall'effettiva costituzione del
cervello e dalle forme pratiche della sua interazione col mondo. Le critiche di
sempre all'ortodossia cognitivista e alla sua concezione astratta della mente
si sono quindi rivelate ben fondate, eppure - questa la conclusione di Ferretti
- il cognitivismo gode di ottima salute, visto che i suoi ricercatori di punta
hanno spostato da tempo il loro campo di ricerca proprio su quel terreno della
«mente estesa», che gli si rinfacciava un tempo di ignorare. Conclusione
ineccepibile, ma che ricorda troppo da vicino una battuta dei fratelli Marx:
quella in cui un improbabile ministro della guerra, dopo aver illustrato una
situazione disastrosa su tutti i fronti, conclude orgogliosamente il suo
rapporto con la postilla: «Comunque ho già trovato una soluzione: sono passato
al nemico».
A questo punto, per evitare confusioni e paradossi, è il
caso forse di dare un significato più preciso a termini come «cognitivismo» e
«scienze cognitive», usati spesso in modo piuttosto promiscuo. Nella loro
accezione più generica, queste espressioni possono indicare ogni tipo di
ricerca che metta a profitto, in qualche modo, la duplice opportunità creata
nell'ultimo mezzo secolo dalle nuove tecnologie: da un lato, quella di poter
studiare «in vivo» i processi cognitivi nell'uomo come negli altri animali,
dall'altro quella di poterne riprodurre sperimentalmente la dinamica su un
supporto artificiale. In questo senso generico, il termine «cognitivismo»
designa un insieme di discipline, metodi e competenze - ma, ovviamente, non un'opzione teorica o un preciso programma di ricerca.
Voglio dire che i nuovi strumenti di ricerca restano validi e vitali anche se
messi al servizio di una concezione dell'uomo più congeniale a Merleau-Ponty o
a Heidegger che non a Minsky o Fodor. E, del resto, gli autori citati da
Ferretti riprendono ad esempio apertamente un'impostazione come quella del
connessionismo, che i cognitivisti più ortodossi hanno sempre respinto come la
più dannosa delle eresie. È un bene, ovviamente, che queste vecchie polemiche
siano oggi sepolte, ma faremmo solo confusione a rimuoverne troppo in fretta il
ricordo. Esse attestano infatti che, accanto ai nuovi metodi sperimentali, si è
chiamato «cognitivismo» nei decenni scorsi anche un progetto teorico e
filosofico dai contorni più precisi, un'ortodossia
appunto, che ha preteso di rivoluzionare la ricerca sull'uomo e sulla
conoscenza in campo sia scientifico che filosofico, e ha proceduto in opposizione ai modelli filosofici correnti - quello
ermeneutico come quello analitico - non risparmiando polemiche o anatemi. Il
solipsismo metodologico e l'equazione tra mente e computer erano, notoriamente,
tra le frecce di quest'arsenale polemico, per cui è lecito chiedersi: fin dove
può spingersi la revisione interna di questa ortodossia, senza che questo
equivalga a «passare al nemico», riconoscendo come sostanzialmente esaurito il
proprio programma di ricerca?
Personalmente, credo che la pietra di confine vada fatta
coincidere con quella che, all'inizio del `900, si è chiamata «la questione
dello psicologismo», il che ha il vantaggio di ampliare l'arco temporale e
speculativo della discussione. Ogni cognitivista ortodosso, in altri termini, è
in modo più o meno esplicito uno psicologista. È
convinto, cioè, che la prestazione cognitiva più tipica dell'uomo, vale a dire
la costituzione del senso, sia il frutto esclusivo
delle sue attività mentali. Che, insomma, se le nostre azioni e le nostre
parole hanno senso, è in virtù di qualcosa che
accade nella nostra testa, nella mente/cervello - senza che occorra scomodare
le convenzioni culturali, la tradizione storica o le dinamiche sociali e
comunicative.
Se si prescinde da questa opzione psicologista non si
spiegano né la vis polemica del cognitivismo
ortodosso, né la sua risonanza ben al di fuori dei confini della psicologia
sperimentale. Con questa opzione, il cognitivismo ha allestito infatti una controrivoluzione su vasta scala, dal momento che la
demolizione dello psicologismo era stata, a suo tempo, l'atto fondativo della
filosofia del `900, condiviso a diverso titolo dai maestri della tradizione
analitica, come Frege o Wittgenstein, e da quelli dell'ermeneutica, come
Husserl o Heidegger. In tutti questi autori è
centrale l'idea che il «senso» non possa prodursi se non chiamando in causa,
oltre agli atti mentali, una dimensione pubblica e sovraindividuale che ne assicuri
la comunicazione. Fedele all'uso hegeliano, Frege indica ancora questa
dimensione con il termine spirito -
un'espressione senza dubbio equivoca, ma che nella cultura tedesca e francese
ha poco di spiritualista, e indica essenzialmente una razionalità sovraindividuale
distinta dalla psiche, ciò che è oggi in questione in espressioni meno
enfatiche come «sfera pubblica» o «sistema sociale». Da parte sua, il
cognitivismo non ha motivo di distinguere spirito e psiche, e riattiva perciò
l'antico termine cartesiano di «mente» - ma è chiaro che, se l'opzione
psicologista dovesse entrare in crisi, l'uso disinvolto della vecchia
terminologia metafisica in espressioni come «mente estesa» o «mente sociale»
rischierebbe di comportare più equivoci e mitologemi di quanti ne abbia mai
sognati lo spiritualismo.
Ora, la domanda cruciale è: la revisione in corso nelle
scienze cognitive è destinata a spingersi fino a questo confine? A riconoscere,
cioè, che la dimensione propriamente umana - quella del senso delle parole e delle azioni - non è riconducibile ai
soli atti mentali della psiche individuale, ma include strutturalmente il
ricorso a una dimensione sociale e comunicativa relativamente distinta dalla
mente/cervello? Credo che questo approdo sia difficilmente evitabile - ma, su
questo tema, la discussione resta aperta. Anche ammesso però che l'ortodossia
cognitivista sia realmente destinata a un rapido declino, concordo con Ferretti
nel pensare che questa non sia affatto una tragedia. L'intera cultura europea,
e non solo la filosofia, cerca da più di cent'anni di cogliere alla radice
l'intreccio tra il piano psicologico e quello sociale, tra la dimensione
privata e quella pubblica - finora senza troppo successo. Che i potenti mezzi
delle scienze cognitive vengano in suo soccorso, è un'ottima notizia. Certo,
questo riporta alla ribalta questioni di ordine politico ed esistenziale da
cui, finora, i cognitivisti si erano tenuti prudentemente lontani - ma è
davvero tanto grave se la scienza, per indagare la natura umana, è costretta a
misurarsi apertamente con quella che un tempo si chiamava la condizione umana? Dopotutto, può darsi che i fratelli Marx
avessero ragione e che «passare al nemico» sia realmente la soluzione più
saggia.
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